Politica interna

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I prossimi uomini
alla guida della Cina   

I prossimi uomini <br />alla guida della Cina   


di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 09 ago. - Mancano poche settimane. Poi, sarà ufficiale: il diciottesimo Congresso del Partito Comunista Cinese sancirà il cambio della guardia al vertice del Dragone. Una nuova generazione di leader, la quinta dalla nascita, nel 1949, della Repubblica Popolare, salirà al comando. La grande novità avverrà proprio ai vertici del partito e dello Stato: il Comitato Permanente del Politburo, massimo organo decisionale cinese, vedrà l'avvicendamento di sette dei suoi attuali nove membri per sopraggiunti limiti di età. Gli ultimi mesi sono serviti ai candidati per lanciare messaggi di fedeltà ai loro mentori politici e di continuità con la linea riformista cara al presidente Hu Jintao e al primo ministro Wen Jiabao. In queste ore, nelle stanze delle ville sul mare di Beidaihe, a poche ore di viaggio da Pechino, gli alti funzionari del PCC decidono in segreto quali saranno i volti del nuovo assetto politico del Dragone. Se l'accordo su alcuni nomi sembra trovato da tempo, altri sperano fino all'ultimo momento di vedere riconosciuta la propria carriera tra i ranghi del partito con l'agognata promozione al Comitato Permanente del Politburo.

 

Ma il futuro assetto del Comitato Permanente sembra tutt'altro che deciso. Indiscrezioni dei mesi scorsi hanno messo in dubbio che ai vertici della Cina saranno ancora nove uomini. E sul piatto, ora, ci sono tre diverse opzioni: un comitato ristretto a sette membri come ai tempi in cui era presidente Jiang Zemin; una cerchia di nove persone come oggi; oppure undici membri per il massimo organo decisionale cinese come vorrebbe la fazione dei tuanpai, a cui appartiene lo stesso presidente Hu Jintao. Un cambiamento nel numero di membri del Comitato Permanente potrebbe segnare un definitivo spostamento degli equilibri nel partito, solo all'apparenza monolitico nelle sue decisioni. Le diverse anime del PCC convivono in maniera a volte riottosa e negli ultimi mesi hanno giocato le loro carte per assicurare ai propri uomini un posto a Zhongnanhai, il "Cremlino cinese", cuore del potere del Dragone.

 

VERSO IL CONGRESSO: LE CORRENTI E I LORO UOMINI

 

Sono due le correnti principali che si giocano la supremazia nella cerchia ristretta del Comitato Permanente. I "tuanpai", che contano tra i loro membri più illustri oltre al presidente Hu Jintao anche il primo ministro Wen Jiabao, formatisi nella Lega Giovanile del partito; e la "cricca di Shanghai" di cui è stato leader indiscusso l'ex presidente cinese Jiang Zemin. Proprio l'ex presidente nei giorni scorsi si è reso protagonista di alcune apparizioni pubbliche che avevano dato agli osservatori l'impressione che il grande vecchio della politica cinese fosse sceso di nuovo nell'arena per spingere i suoi uomini verso le promozioni più agognate. Più liberisti in economia dei "tuanpai", gli uomini di Jiang Zemin sono caduti in minoranza durante il sedicesimo Congresso, che ha sancito l'ultimo rinnovo tra i dirigenti nazionali con la successione ai vertici dello Stato tra lo stesso Jiang e Hu Jintao. A fare da ago della bilancia negli equilibri di Pechino è, poi, la corrente dei "taizi", i principi rossi diretti discendenti dell'aristocrazia comunista, con in testa Xi Jinping, il delfino di Hu Jintao, dato da mesi come candidato quasi sicuro a ricoprire il ruolo di capo dello Stato al termine del prossimo Congresso.

 

L'appartenenza a una corrente non sempre, però, corrisponde a una scelta di campo netta nelle linee politiche. Il caso più eclatante di questa tendenza è quello di Bo Xilai, principe rosso per diritto di nascita in quanto figlio di Bo Yibo, uno degli otto immortali eroi della Rivoluzione maoista. Caduto in disgrazia nei mesi scorsi e sospeso da tutte le cariche che ricopriva a livello nazionale, Bo Xilai è stato protagonista di un revival maoista negli anni in cui è stato leader della città-provincia di Chongqing tra il 2007 e il 2012. Una campagna di ritorno alle origini collettivistiche del comunismo, la sua, che pur incontrando il sostegno degli esclusi dal benessere degli ultimi trenta anni di turbo-capitalismo non ideologico, non ha mai riscosso successo tra i dirigenti di Pechino. Oppure Wang Yang, leader del ricco Guangdong, dato in forte ascesa: anch'egli fa parte della corrente di Hu Jintao e Wen Jiabao, ma di idee economiche più simili a quelle degli uomini di Shanghai, come egli stesso ha ribadito anche in alcune recenti uscite pubbliche. Della coalizione dei "tuanpai" fanno parte, tra gli altri: il vice primo ministro esecutivo Li Keqiang, candidato a prendere il posto di Wen Jiabao, Wang Yang e Hu Chunhua, segretario del partito della Mongolia Interna dato nelle ultime ore come possibile nuovo membro del Comitato Permanente proprio per volere del presidente Hu Jintao che, secondo le ultime indiscrezioni, vorrebbe nella cerchia ristretta del potere un riformista capace di raccogliere la sua eredità politica. Tra i principi rossi i nomi più noti sono quelli di Xi Jinping, candidato a succedere a Hu alla guida del partito e dello Stato; Zhang Dejiang, che ha preso il posto di Bo Xilai a Chongqing, dopo la sua rimozione nel marzo scorso; Yu Zhengsheng, leader del Partito di Shanghai, carica tradizionalmente considerata un trampolino di lancio per il Comitato Permanente; Zhang Gaoli, capo del partito di Tianjin, considerato un pupillo dell'attuale premier cinese, e Meng Jianzhu, ministro della Pubblica Sicurezza al quale, secondo rumors diffusisi nel maggio scorso, sarebbero state trasferite le competenze di Zhou Yongkang, l'uomo degli apparati di sicurezza all'interno dell'attuale Comitato Permanente, emarginato dal potere per i suoi legami di amicizia con Bo Xilai.

 

LA MAPPA DEL POTERE: TROPPI CANDIDATI PER POCHI POSTI

 

E' una situazione magmatica e in continua evoluzione quella ai vertici del partito, con i leader riuniti a Beidaihe in queste ore per gli ultimi meeting segreti. Troppi candidati per pochi posti. Jean-Pierre Cabestan, attento osservatore delle elite politiche cinesi, professore di Scienze Politiche e direttore del dipartimento di Studi Internazionali e di Governo della Baptist University di Hong Kong, ha provato ad analizzarla alla luce del caso Bo Xilai, che proprio in queste ore vede nel processo a sua moglie, Gu Kailai, accusata dell'omicidio del businessman britannico Neil Heywood, il culmine giudiziario di una vicenda dai contorni scabrosi per il potere di Pechino. Cabestan formula due ipotesi per il futuro Comitato Permanente: una come se l'ex leader di Chongqing facesse ancora parte dei giochi di potere che si stanno consumando in queste ore; un'altra, molto più probabile, con un Comitato Permanente senza Bo Xilai.

 

Opzione 1: Xi Jinping nuovo presidente e segretario generale del partito, affiancato da Li Keqiang come primo ministro; Wang Qishan o Zhang Gaoli come presidente dell'Assemblea Nazionale del Popolo, l'unica camera legislativa cinese; Liu Yandong, unica donna candidata a un posto di rilievo nel Comitato Permanente, come presidente della Conferenza Consultiva Politica del Popolo, il maggiore organo di consulenza politica cinese; Li Yuanchao, attuale membro del Politburo e capo del dipartimento organizzativo, potrebbe essere promosso alla segreteria del Partito o a leader della Scuola di Partito; Liu Yunshan è visto come probabile candidato a ricoprire la carica di capo della Propaganda; Wang Yang o Zhang Dejiang si scontrerebbero per il posto di vice primo ministro e a Yu Zhengsheng spetterebbe la carica di leader della Commissione Centrale per la Disciplina di partito. Bo Xilai, in questa ipotesi, avrebbe conteso a Liu Yunshan la carica di capo della Propaganda.
 

 

Opzione 2: Xi Jinping nuovo presidente e Li Keqiang futuro primo ministro; Yu Zhengsheng o Zhang Gaoli a contendersi il posto di presidente dell'Assemblea Nazionale del Popolo; Liu Yandong confermata anche in questa seconda ipotesi a capo della Conferenza Consultiva Politica del Popolo, così come Li Yuanchao viene dato per certo come leader della Scuola di partito o capo della Segreteria; Liu Yunshan o Wang Yang sarebbero in gara per un posto come capo del dipartimento della Propaganda; Wang Qishan viene dato come probabile vice primo ministro, e Zhang Gaoli o Yu Shengzheng si contenderebbero la carica di presidente della Commissione Centrale per la Disciplina del partito. Un ultimo posto nel Comitato Permanente verrebbe poi assegnato a Wang Yang, Zhang Dejiang o Meng Jianzhu, a seconda degli equilibri che verrebbero a crearsi.



I NUOVI LEADER E LE NUOVE SFIDE: TRA CONTINUITA' E RINNOVAMENTO

 

Una situazione, quella dipinta da Cabestan, magmatica e in continua evoluzione, soprattutto in questi giorni in cui i leader del partito sono riuniti a Beidaihe per le ultime negoziazioni. E che potrebbe vedere sorprese dell'ultima ora, come quella di Hu Chunhua, leader del partito della Mongolia Interna caldamente sponsorizzato da Hu Jintao come nuovo membro della cerchia ristretta. Eppure, dai nomi ipotizzati dall'accademico di Hong Kong si può già tracciare un primo identikit del leader tipo della quinta generazione. Molti degli uomini in attesa di promozione vengono dal territorio: occupano posti di leader provinciali, carica che durante la presidenza Hu ha acquisito il ruolo di trampolino di lancio per entrare nella stanza dei bottoni. Molti, tra i candidati, hanno una formazione tecnica: sono ingegneri, come lo stesso presidente, e si sono formati in patria.

 

In una scena politica che premia i più fedeli a scapito dei più efficienti, i nuovi leader dovranno affrontare una situazione diversa da quella dell'ultima successione, avvenuta nel 2002. La locomotiva cinese sta rallentando e le sollevazioni a livello popolare aumentano. Le riforme economiche chieste a gran voce dal presidente Hu Jintao sembrano lontane dal realizzarsi e lo sviluppo appare frenato dall'ingombrante sistema delle imprese di Stato, dominate nelle posizioni di vertice dai figli degli alti dirigenti politici. Corruzione e nepotismo endemici si mischiano alle tensioni derivanti dagli squilibri del mercato del lavoro, che produce privilegi per gli intoccabili e discriminazioni nei confronti dei più deboli, in particolare quei lavoratori migranti impiegati nell'edilizia ed esclusi dalle statistiche.

 

Insomma, la Cina del 2012 potrebbe, secondo Cabestan, "avere raggiunto i suoi limiti": dopo lo sviluppo degli ultimi trenta anni, il Dragone è in fase di ripiegamento e deve fare i conti con un sistema di potere spesso a metà strada " tra l'epoca del feudalesimo e quella dei signori della guerra". Una definizione, questa, che si può applicare alla leadership di Bo Xilai nella città-provincia di Chongqing: la sua vicenda politica e personale ha contribuito come mai negli ultimi venti anni a intaccare l'immagine di monolitica compattezza di un partito estremamente diviso al suo interno. E le divisioni sono accentuate, nella visione di Cabestan, anche dalla debolezza dei leader a livello centrale, con Hu Jintao definito come uno "spesso non decisivo primus inter pares".



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