Politica interna

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Cina rifiuta visto
a giornalista Reuters

Cina rifiuta visto <br />a giornalista Reuters


di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 11 nov. - Sono giorni difficili per la stampa straniera in Cina. A poche ore di distanza dalla notizia dell'auto-censura della Bloomberg che non ha pubblicato una storia sui rapporti tra l'uomo più ricco di Cina e alcuni degli uomini più potenti della Cina, un giornalista della Reuters si è visto rifiutare il visto dalle autorità cinesi. Paul Mooney, giornalista con trenta anni di esperienza in Asia, è venuto a conoscenza della notizia il 9 novembre scorso, dopo otto mesi di attesa trascorsi negli Stati Uniti - da dove proviene - dopo la scadenza del suo precedente visto per operare su territorio cinese come giornalista che gli era stato fornito dal quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post. "La Cina è stata la mia carriera - ha dichiarato il giornalista al New York Times - Non ho mai pensato che potesse finire in questo modo. Mi sento triste e deluso".

Quello di Paul Mooney non è il primo caso quest'anno di un giornalista straniero che ha avuto problemi con il visto. All'inizio di gennaio, era successo anche a Chris Buckley, ex giornalista della Reuters, passato al New York Times alla fine del 2012, che non era riuscito a ricevere il visto cinese. Lo scorso anno, la giornalista di Al Jazeera Melissa Chan era stata di fatto espulsa dal Paese, con il mancato rinnovo dell'ufficio di Al Jazeera in Cina e del suo tesserino stampa. La decisione di non concedere il visto a Paul Mooney è invece da imputare al forte interesse del giornalista per le violazioni dei diritti umani in Cina, secondo quanto dichiarato dallo stesso Mooney al New York Times. La Reuters ha annunciato la decisione di interrompere i tentativi per l'ottenimento del visto da parte del suo giornalista e che avrebbe assegnato Mooney a un diverso incarico.

Il caso dell'agenzia finanziaria statunitense riguarda invece la mancata autorizzazione proveniente da New York alla pubblicazione di un'inchiesta riguardante i legami tra l'uomo più ricco di Cina, Wang Jianlin, proprietario del gruppo immobiliare Wanda di Dalian, nel nord-est del Paese, e alcuni degli uomini più potenti della Cina. Matthew Winkler, capo-redattore dell'agenzia, da New York ha fatto sapere durante una conference call con i suoi colleghi a Hong Kong, che la storia non era pronta per essere pubblicata. Winkler ha poi giustificato la scelta di non pubblicare l'articolo con un paragone tra la Cina attuale e la Germania nazista, da cui la stampa americana aveva la possibilità di trasmettere notizie proprio grazie a pratiche di auto-censura. La Bloomberg era già stata colpita dalla censura cinese lo scorso anno, dopo un lungo articolo sulle fortune della famiglia dell'allora vice presidente cinese Xi Jinping. Pochi mesi più tardi, a ottobre 2012, era toccato al New York Times essere oscurato dalla censura, dopo un'inchiesta sulle fortune della famiglia dell'allora premier Wen Jiabao. 

 

BLOOMBERG SI AUTO-CENSURA

 

Un caso di autocensura per non mettere a rischio la propria posizione in Cina ha visto protagonista, suo malgrado, negli scorsi giorni, l'agenzia di stampa Bloomberg, già bersaglio della censura cinese nel giugno dello scorso anno, dopo una lunga inchiesta in cui svelava gli affari della famiglia dell'allora vice presidente cinese Xi Jinping in importanti settori della vita economica cinese. Proprio un altro articolo sulla falsariga di quello pubblicato nel 2012 è costato ai giornalisti dell'agenzia finanziaria statunitense un intervento dell'ufficio centrale di New York, che non ha permesso la pubblicazione della nuova inchiesta, durata diversi mesi. Al centro delle scoperte, questa volta, ci sarebbe l'uomo più ricco della Cina, Wang Jianlin, fondatore del gruppo di real estate Wanda di Dalian, nel nord-est della Cina - e da pochi giorni acquirente di un Picasso, "Claude et Paloma" del valore di oltre 28 milioni di dollari - e la sua connessione con alcuni degli uomini più potenti della Cina, secondo quanto scriveva il New York Times, venerdì scorso.

 

"Per come mi era stato sottoposto, l'articolo non era ancora pronto per la pubblicazione - aveva inizialmente dichiarato Matthew Winkler, capo-redattore della Bloomberg al Financial Times- Laurie Hays e altri caporedattori erano d'accordo con me". Winkler aveva poi difeso la decisione, facendo un paragone con l'attività della stampa americana nella Germania nazista, che riusciva ad avere il permesso di trasmettere grazie a pratiche di auto-censura. La versione è però stata smentita da alcuni giornalisti dell'agenzia. "Ha detto che se avessimo pubblicato la storia, saremmo stati cacciati dalla Cina" ha dichiarato al New York Times uno di loro. In molti hanno poi confermato che la scelta di Winkler è stata quella di salvare l'azienda da una cacciata dal Paese. Lo scorso anno, dopo la pubblicazione on line dell'articolo sulle fortune della famiglia Xi, la Bloomberg era stata oscurata dalla censura di Pechino, e ancora oggi è consultabile on line solo grazie all'ausilio di un sistema VPN (virtual private network). Stessa cosa era accaduta alcuni mesi più tardi al New York Times che, a fine ottobre 2012, aveva pubblicato una lunga inchiesta sulle fortune accumulate dalla famiglia dell'allora premier cinese Wen Jiabao, ed è stato subito oscurato dalla censura.

 

 

11 novembre 2013

 

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