Industria e mercati

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Cina quinta esportatrice
di armi,scalzata Gran Bretagna

Cina quinta esportatrice <br />di armi,scalzata Gran Bretagna<br />


di Alessandra Spalletta

Twitter@ASpalletta

 

Aggiornato il 19 marzo. La Cina non è stata zitta. Pechino ha risposto al dossier Sipri nella giornata di ieri, per bocca della portavoce degli esteri Hong Lei. Una reazione piccata. "La Cina ha sempre adottato un atteggiamento prudente e responsabile nell'esportazione delle armi", si legge in un comunicato diffuso dalla Xinhua. "La Cina dà piena attuazione ai vincoli imposti dalle leggi internazionali, dalle risoluzioni delle Nazioni Unite alle normative interne".

 

Roma, 18 mar. – Armi, nuovo record per la Cina che si aggiudica il quinto posto come esportatrice di armamenti al mondo, strappando il posto alla Gran Bretagna. Dopo aver sviluppato la muscolatura di seconda potenza economica al mondo, la Cina punta a diventare una super potenza militare. Pechino compra sempre meno armi e sempre di più, invece, ne vende. Un primato che non farà piacere a certuni in Occidente, e a certun'altri in Asia, giacché le armi cinesi finiscono principalmente in Pakistan, storica alleata del Drago. Il 55%, per l'esattezza: l'India, comune rivale, non sarà di certo rallegrata. La Cina non svela le cifre relative alle esportazioni delle sue armi. Ad elaborare questi dati, oltre a quelli degli altri paesi, ci pensa dal 1950 l'attendibile think tank svedese Sipri nel suo rapporto annuale Trends in International arms transfer.

 

"Gli acquisti delle armi cinesi da parte del Pakistan hanno trainato la crescita delle esportazioni cinesi", ha scandito il direttore del Sipri Paul Holtom "una serie di contratti siglati di recente indicano come la Cina si stia affermando come un significativo fornitore di armi per un numero crescente di stati". Stati di una certa rilevanza geostrategica. Armi di una certa qualità: il principale cliente del Drago, infatti, non compra armi leggere ma sofisticati sistemi d'arma, come il cacciabombardiere JF-17.

 

"Il Pakistan è probabilmente destinato a restare la principale destinazione delle armi cinesi alla luce dell'aumento pianificato degli ordini di aerei militari, sottomarini e fregate", sostengono i ricercatori svedesi. Le esportazioni della Cina sono cresciute del 162% dal 2008 al 2012 rispetto al quinquennio precedente. Buona parte di esse potenziano la forza militare di Islamabad, storico alleato di Pechino nell'Asia del Sud, che però non è l'unico paese a importare armi Made in China: anche la Birmania, il Bangladesh e il Venezuela, si rivolgono al Gigante asiatico per l'acquisto di prodotti per la difesa.  La Birmania, alle prese con una delicata fase di riforme che alimenta la speranza degli Usa in un paese che possa controbilanciare l'influenza di Pechino nella regione, ha assorbito l'8% delle esportazioni militari del Drago. In Bangladesh è arrivato il 7% delle armi cinesi esportate, mentre negli ultimi sette anni Algeria, Venezuela e Marocco hanno comprato fregate, aerei e veicoli armati, tutti, rigorosamente, prodotti nell'ex-Impero di mezzo.

 

Dopo lo spartiacque segnato dal massacro di Tian'anmen nel 1989, quando il mondo occidentale impose alla Cina l'embargo totale sulle armi, Pechino iniziò a produrre armi in proprio. Sipri sottolinea che la Cina non esportava tante armi dal periodo della Guerra Fredda. La Gran Bretagna, al contrario, non era mai stata depennata dalla lista dei primi cinque paesi esportatori di armamenti, da quando l'istituto di ricerca ha iniziato a monitorare il settore.

 

E vediamo allora l'andamento del mercato globale delle armi, per avere una idea più precisa del peso della Cina. Il commercio mondiale ha visto una crescita del 17% tra il 2008 e il 2012, rispetto al periodo precedente. Stati Uniti e Russia fanno la parte da leone, occupando saldamente importanti fette di mercato, rispettivamente del 30% e del 26%. La Germania si piazza terza e la Francia quarta. La fetta della torta spettante alla Cina è passata in cinque anni dal 2% al 5%.

 

I paesi europei, riporta il Sipri, soffrono per la crisi economica che non dà tregua neanche alle finanze della difesa. Le esportazioni di armi in Europa sono calate del 20% da periodo 2003-2007 a quello 2008-12. I paesi europei hanno visto nel taglio di alcune spese militari, una fonte di risparmio: in particolare, alcuni sono determinati a sbarazzarsi di costosissimi aerei da combattimento comprati di recente, come l'F16 e lo Eurofighter Typhoon, per i quali – rispettivamente – Portogallo e Spagna stanno cercando nuovi acquirenti.

 

La crisi che ha decapitato le spese militari , non ha risparmiato neanche l'Italia, che insieme all'Olanda ha ridotto gli ordini degli aerei F-35 dagli Stati Uniti – una questione che in Italia ha suscitato diverse polemiche.

 

Embargo: a ciascuno il suo

 

Non è esatto dire che la Cina, da quando fabbrica le armi in casa, ha smesso di importarle. La Cina segue solo l'India come principale importatrice globali di armamenti, ma è pur vero che la sua dipendenza dall'esterno declina tanto quanto crescono le sue capacità produttive. Dal quinquennio 2003-2007 a quello 2008-2012, la percentuale delle importazioni della Cina è scesa dal 12% al 6%. Il quadro globale relativo all'importazione delle armi convenzionali è rimasto comunque stabile: i maggiori importatori di armi si concentrano in Asia e in Oceania, seguiti dal Medioriente e dall'Europa. I primi cinque paesi importatori del mondo, dopo India e Cina, sono Pakistan, Corea del Sud e Singapore. Il trend comune va verso una declinazione del volume delle armi importate, che nell'ultimo quinquennio è diminuito del 3% rispetto a quello precedente, mentre la percentuale delle importazioni militari dei primi cinque paesi è scesa dal 38% al 32%.

 

La domanda sorge spontanea: come è possibile giustificare le importazioni cinesi di armi  - che seppure in declino sono consistenti – con l'embargo sulle armi varato dall'Occidente nel 1989? Sì, perché tra i paesi che riforniscono la Cina di armamenti, figurano oltre alla Russia (69%) anche la Francia (13%) e l'Ucraina (10%). In barba all'embargo, si direbbe che i francesi, oltre a diramare nel mondo i valori di Liberté, égalité, fraternité, esportino pure qualcosa di concretamente più remunerativo: armi, appunto.

 

Era stato proprio un quotidiano francese, Le Figaro, a diffondere prima di altri la notizia nel 2011 di una presunta e imminente revoca dell'embargo, citando un rapporto confidenziale circolato a margine del summit europeo. Tra i maggiori sostenitori dell'abrogazione del blocco delle vendite militari alla Cina, c'era l'Alta rappresentante della UE per gli Affari Esteri, Catherine Ashton, che lo aveva definito "anacronistico" e "di intralcio alle relazioni tra Pechino e Bruxelles" in una fase di forte riavvicinamento, con la Cina che prometteva di sollevare l'Europa dalla crisi del debito sovrano attraverso l'acquisto di quote consistente del debito pubblico di Grecia, Portogallo e Spagna.

 

Due anni dopo, però, l'embargo, è ancora attivo. Gli europei – evidentemente - non si sono messi d'accordo.

 

Che tipo di armi la Francia vende alla Cina? Quali sono gli armamenti di cui è vietata la vendita? E se esistono alcune tipologie di armi escluse dall'embargo, anche l'Italia vende armi alla Cina?


 "Diversamente da altri embarghi militari europei, quello applicato nei confronti della Cina può essere interpretato diversamente da ogni singolo paese membro in base al proprio contesto giuridico", spiega ad AgiChina24 Mark Bromley, esperto di armamenti del Sipri. "Nel 1989, infatti, i singoli paesi europei non raggiunsero una posizione condivisa sulla tipologia di armamento avrebbe dovuto rientrare tra le voci dell'embargo". E così ognuno fece a modo suo.

 

Per esempio, scandisce Bromley, la Gran Bretagna è molto chiara a riguardo. Per gli inglesi l'embargo si applica sulle "armi letali (bombe, missili, etc), "componenti di armi letali e munizioni", "velivoli militari" (elicotteri, etc), "qualsiasi tipo di strumento che può essere usato per repressioni interni".



Vediamo cosa ha venduto la Francia alla Cina dal 2003 al 2012. Secondo le informazioni elaborate dal Sipri, Parigi ha venduto a Pechino motori diesel, elicotteri ASW e ultraleggeri, sistemi radar aerei e di mare, per un valore totale di oltre 2 miliardi di dollari americani. Idem la Germania, per una quantità inferiore (111 milioni). E l'Italia? "Non ho informazioni sul mondo in cui il vostro paese interpreta l'embargo", chiosa il ricercatore svedese.

 

Una cosa è certa. Negli ultimi 10 anni, il Sipri ha registrato acquisti di armamenti per la difesa dalla Francia, dalla Germania e dalla Gran Bretagna. Dall'Italia, silenzio radio. Ma secondo la Relazione annuale per il controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzaturte militari, pubblicata in gazzetta ufficiale dell'Ue il 14 dicembre 2012, l'Italia nel 2011 ha venduto alla Cina armamenti per un valore di 308mila euro (sistemi di software, ML21), mentre la Francia nello stesso anno, ha esportato prodotti per un valore di 283 milioni di euro. 

 

Un segnale positivo oppure un dato che evidenzia una situazione difficile per l'industria bellica italiana, (forse) penalizzata dai criteri che il governo impone per l'autorizzazione dell'esportazione di materiale di armamento verso Pechino?  Una storia vecchia, che non è opportuno approfondire in questa sede.

 

Ci basta ricordare che ciclicamente, l'Europa si riunisce per discutere l'eliminazione dell'embargo, considerato un freno all'espansione dei colossi europei della difesa in Cina. Ciclicamente, l'Europa non trova un accordo. E l'iniziativa si arena. In questi anni, sono stati soprattutto i governi francesi e italiani a spingere di più verso una modifica del blocco delle vendite di armi. Nel 2004 il governo Berlusconi concluse un accordo con il governo cinese, che ne ratificava uno precedente risalente al 1999, riconoscendo"sforzi e successi della Cina in favore della pace e stabilità interna e in tutta l'area orientale" e favorendo la collaborazione "nel campo della tecnologia e degli equipaggiamenti militari".

 

Ma è evidente che l'embargo continua a penalizzare la vendita di armi italiane in Cina che non compaiono nei calcoli del Sipri. Con eguale evidenza, altri paesi europei, hanno eliminato gli ostacoli allo sviluppo di commesse. Non solo: Washington da tempo vende a Pechino il cargo C-134. Nel 2010, come si legge su un articolo dello scorso anno del Sole 24 Ore, l'allora ad di Finmenccanica, Pier Francesco Guarguaglini, espresse l'auspicio di seguire l'esempio americano e 'scongelare' la vendita dei C-27J.

 

Non tutti gli analisti, però, sono d'accordo nel ritenere strategica la (potenziale) fornitura di armi alla Cina. La vecchia scuola di pensiero che vede nella Cina una minaccia alle nostre industrie, persino quelle belliche, sostiene che la Cina abbia iniziato a esportare armi dopo aver imparato a fabbricarle dai paesi che per anni le hanno fornito tecnologie di prima qualità. La Cina ha studiato, 'copiato', e infine – come i migliori allievi – ha superato il maestro.

 

L'ultima novità era stata la consegna alla Marina della prima unità di una classe di fregate 'stealth', invisibili ai radar. La nuova unità era arrivata nel pieno delle tensioni crescenti fra la Cina e i vicini 'riottosi' che si contendono la sovranità sulle isole, a partire dalle Diaoyu, contestate dal Giappone.



La potenza militare della Cina



Con la spada di Damocle dell'embargo militare sulla testa, la Cina negli ultimi decenni ha sviluppato l'industria delle armi attraverso continue iniezioni di denaro. Il budget destinato alla difesa, che il paese tratta con estrema riservatezza, è motivo di ansia per molti paesi, preoccupati per la crescente egemonia militare di Pechino. Gli ultimi dati – come sempre accolti dagli esperti con il beneficio del dubbio per l'opacità di alcuni punti - sono stati resi noti qualche giorno fa, quando il governo ha annunciato che il budget per il 2013 verrà incrementato del 10,7% rispetto allo scorso anno, una cifra che equivale a un totale di 720,2 miliardi di yuan. Secondo gli studiosi, intenti a estrapolare informazioni veritiere dal mare magnum di dati incerti, i prodotti per la difesa realizzati oggi dalla Cina non temono il confronto con quelli della Russia o di altri paesi occidentali. Sono all'avanguardia.

 

L'essere dotata di un apparato militare moderno è cruciale per la sicurezza di Pechino nei fronti aperti, dalla rivendicazione della sovranità su Taiwan alle dispute territoriali nelle acque agitate del Mar della Cina del Sud e del Mar della Cina Orientale. Xi Jinping, il nuovo presidente della Cina, ha più volte ribadito l'importanza strategica dell'Esercito, inserendosi nel solco dell'assertività in politica estera mostrata dalla Cina negli ultimi tempi. Il sogno cinese, sono convinti gli osservatori, coincide con il sogno di una Cina militarizzata. Il Drago ruggisce.

 

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