Finanza

BORSE, DEBITO E RALLENTAMENTO
I timori per il 2016

BORSE, DEBITO E RALLENTAMENTO<br />I timori per il 2016


Di Eugenio Buzzetti

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Pechino , 11 gen. - Non basta la sospensione del circuit breaker per interrompere la crisi dei mercati cinesi. Con le perdite di oggi, da inizio anno, le piazze cinesi hanno perso oltre il 15% del loro valore, scendendo ai minimi da settembre scorso. L’indice Composite di Shanghai ha chiuso l'ennesima seduta contrassegnata dal panic selling in ribasso del 5,33%, poco al di sopra dei tremila punti, mentre Shenzhen, poco al di sopra dei diecimila, ha chiuso in ribasso del 6,21%. Il nuovo crollo delle Borse cinesi ha trascinato al ribasso anche Hong Kong che ha chiuso in ribasso del 2,76%, terminando la seduta sotto i ventimila punti per la prima volta dal 2013.

Le autorità avevano deciso giovedì scorso di eliminare il sistema di interruzione dei mercati nel caso di eccessivi rialzi o ribassi dell’indice Csi 300, che raggruppa le azioni di classe A su entrambe le piazze - a soli quattro giorni dall’introduzione - per il panico scatenatosi tra gli investitori che aveva costretto la Borsa di Shanghai a chiudere giovedì scorso dopo solo mezz’ora dall’inizio delle contrattazioni per l’eccesso di ribasso che aveva fatto scattare il meccanismo. Nuove regole erano poi state introdotte per limitare le vendite da parte degli investitori che detengono oltre il 5% di un titolo, imponendo il limite dell’1% di vendita in tre mesi e solo tramite un preavviso di quindici giorni.

I timori per il nuovo calo delle Borse cinesi avevano prodotto riflessi anche sulle piazze europee e internazionali la scorsa settimana. Anche oggi i timori per le turbolenze cinesi hanno continuato a preoccupare i mercati europei, anche se non hanno segnato forti effetti in apertura sulle piazze del continente, con ribassi contenuti per Francoforte, che ha aperto a -0,19%, e per Londra, che ha iniziato la seduta in calo dello 0,26%. Le perdite sono poi state recuperate nel corso della mattinata con entrambe le Borse che sono tornate positive. A calmare parzialmente i timori degli investitori è stato lo yuan: oggi la banca centrale cinese ha apprezzato la valuta cinese che nei primi giorni del 2016 aveva perso l’1,5% del suo valore. La People’s Bank of China ha fissato oggi la parità a 6,5626 contro il dollaro, e il renminbi, altro nome della valuta cinese ha guadagnato anche sulle piazze offshore, arrivando a quota 6,62 contro il biglietto verde, guadagnando l’1% e riducendo il divario con lo yuan quotato sulle piazze cinesi a meno dello 0,7%.

A turbare gli analisti, oltre ai crolli di Borsa, c’è più in generale la situazione finanziaria cinese, alle prese con la crescita del debito delle amministrazioni locali, e la mancanza di contromisure concrete ai problemi dell’economia reale, al di là di quelle annunciate nei comunicati ufficiali, scrive oggi sul Financial Times George Magnus, professore associato presso il China Centre della Oxford University e senior economic adviser per Ubs. Due fattori principali hanno poi influito sulla performance di oggi delle Borse cinesi, secondo Michele Geraci, economista e direttore del China Economic Research Program presso la Nottingham University Business School China: le incertezze del governo per l’intervento sui mercati nonostante la sospensione del circuit breaker, e il fatto che il mercato di Shanghai rimane alto nella valutazione rispetto ai fondamentali dell’economia. “C’è poi un discorso tecnico di rotazione dei fondi, che devono vendere per il riassetto delle proprie posizioni a inizio anno: l’effetto è minimo, però può essere amplificato dagli investitori privati che utilizzano questo fattore per vendere, in particolare investitori privati che non comprendono bene le dinamiche di mercato”. La situazione resta “un po’ preoccupante - commenta ancora Geraci - questo -5% di oggi tradisce un sentimento di incertezza da parte degli investitori e valori ancora alti del mercato”. Le incertezze di Pechino hanno contribuito all’aumento dei prezzi dell’oro, bene rifugio per eccellenza in tempi difficili, che oggi era a quota 1,105 dollari all’oncia, in rialzo di oltre il 3% dall’inizio del 2016. Altro segnale del rallentamento dell’economia cinese arriva dalla Rolls-Royce: la celebre casa automobilistica, di proprietà della Bmw, ha annunciato oggi che le vendite dei suoi modelli in Cina sono crollate del 54% nel 2015 rispetto all’anno precedente.

I timori per l’economia non riguardano, però, solamente gli analisti, ma anche gli stessi uomini del governo cinese, in attesa della pubblicazione del dato complessivo della crescita per il 2015 che sarà annunciato il prossimo 19 gennaio. Secondo quanto dichiarato dal presidente del Centro di Ricerca e Sviluppo del Consiglio di Stato, Li Wei, al China Securities Journal, una pubblicazione di carattere economico-finanziario che fa capo all’agenzia Xinhua, sarà difficile per la Cina riuscire a mantenere un tasso di crescita attorno al 6,5% nei prossimi cinque anni, come chiesto dal presidente cinese, Xi Jinping, nel novembre scorso: la scarsa ripresa globale, l’aumento del costo del lavoro che renderebbe la Cina meno competitiva rispetto ad altri Paesi emergenti e le misure in campo ambientale che rallentano l’industrializzazione sono tra i fattori che producono il rallentamento secondo l’esperto del governo cinese. I primi dati diffusi dal governo per il 2015 parlano di un’inflazione molto al di sotto del target fissato per lo scorso anno, all’1,4%, e un calo del 5,2% su base annua dell’indice dei prezzi alla produzione rispetto al 2014. 

 

11 GENNAIO 2015

 

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