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La Cina e l’incertezza
sul tasso di cambio

La Cina e l’incertezza <br />
sul tasso di cambio


Di Geminello Alvi

 

Ancona, 14 gen. - La Cina solo nel mese di dicembre ha bruciato almeno $120 miliardi di riserve in valuta estera, a confermare che il deflusso di capitali ha ormai raggiunto proporzioni immani. Ecco così spiegato il panico dei giorni scorsi, generato da una situazione  fuori controllo. Tanto da alimentare il timore crescente che la valuta cinese sia prossima a una spirale di svalutazioni; malgrado la banca centrale per difendere il cambio abbia speso $140 miliardi nei mercati dei cambi. Un crollo del tasso di cambio implicherebbe peraltro un ulteriore impulso deflattivo per l’economia mondiale, anzitutto in Asia, reiterando molti dei guai della crisi di fine anni 90. Di qui l’inquietudine ulteriore che la situazione cinese ha avviato nei mercati mondiali.

 

Per quanto il crollo di Shangai sia stato innescato da un calo dell’indice  PMI composite per la manifattura e i servizi al di sotto della linea dei 50 punti, la congiuntura non dovrebbe tuttavia condizionare l’economia reale cinese. Poche imprese si finanziano in borsa e la maggioranza delle azioni sono possedute dallo stato o da imprese statali. A riconfermare così che la prima origine delle preoccupazioni non è il ciclo dell’economia reale, ma il tasso di cambio.  Il Premier Li Keqiang ha certo promesso di mantenere il paniere del tasso di cambio sostanzialmente stabile, ma esso resta in bilico  ai minimi degli ultimi sedici mesi.

 

Occorre tuttavia riconoscere per sensata anche la tesi della banca centrale cinese, che argomenta come la Cina con un surplus di $600 miliardi in current account non abbisogni di svalutazioni. E tuttavia resta il fatto che le riserve cinesi sono calate da $4 trilioni a $3,3 trilioni, con passività della Cina che ammontano comunque ad almeno $1,2 trilioni. E a nutrire i dubbi sulla tenuta del cambio c’è anche il fatto ulteriore che  questo calo delle riserve implichi una svolta monetaria restrittiva. Ad essa è pur vero potrebbe replicarsi tagliando il coefficiente di riserva obbligatorio delle banche. Ma appunto quest’esito implicherebbe ancora l’indebolimento del cambio.

 

Vari analisti internazionali sono inoltre abbastanza persuasi ormai che la dirigenza cinese non voglia alcun inasprimento della politica monetaria e che anzi intenda mantenere i tassi interbancari il più possibile bassi. In conclusione è pur vero che la Cina non ha bisogno come prima delle esportazioni, ma la politica restrittiva che servirebbe a proteggere il cambio non aiuta lo stimolo col quale si sta convertendo l’economia a una quota maggiore di consumo interno. E il rapporto debito prodotto seguita a crescere. Tutti sintomi che spiegano l’incertezza circa la tenuta del tasso di cambio e i dubbi sulle complicate scelte di Pechino.  

 

14 GENNAIO 2015

 

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