Economia

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Inizia l'era
della Likonomics

Inizia l era <br />della Likonomics


di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 4 lug. - Sono passati poco più di cento giorni da quando Li Keqiang è succeduto a Wen Jiabao nella carica di primo ministro cinese, e dalla sua linea di politica economica è già stato coniato un neologismo: Likonomics. Era già capitato negli anni Ottanta a Margaret Thatcher in Inghilterra e a Ronald Reagan negli Stati Uniti di prestare il nome a un neologismo coniato per definire un nuovo corso in campo economico. In tempi molto più recenti, invece, si è parlato di "Abenomics" per definire la ricetta del primo ministro giapponese Shinzo Abe che ha come ingredienti l'aumento della base monetaria, fino al raddoppiamento nel 2015, acquistando il debito pubblico.

 

Ora è il turno di Li Keqiang e della Likonomics. L'origine del termine è vago. Una prima versione, Liconomics, circola negli ambienti finanziari già da marzo scorso, ma è di solo pochi giorni fa la seconda e, pare, definitiva versione, con la "k": Likonomics, appunto, termine usato per la prima volta il 27 giugno scorso da tre economisti di Barclays Capital, Yiping Huang, Jian Chang e Joy Chew, e che si regge su tre pilastri: no agli stimoli, riduzione della leva finanziaria e riforme strutturali, il tutto mantenendo una politica monetaria prudente, come ripete ormai da tempo la Banca Centrale. "Pensiamo -scrivono i tre economisti- che la Likonomics sia proprio quello di cui la Cina ha bisogno per rimettere l'economia in carreggiata, con una crescita annua del 6-8% per i prossimi dieci anni". Secondo il China Daily, la ricetta di Li Keqiang consiste nell'accettare una "sofferenza a breve termine" in cambio di un "guadagno a lungo termine". In sostanza, una mini-crisi controllata dal governo e non lasciata completamente in mano alle forze del mercato invece di una crisi prolungata qualora il governo non intervenisse.

 

L'Economist ha fatto un'analisi dei tre punti della Likonomics. Il no agli stimoli governativi è stato ribadito da Li Keqiang il 13 maggio scorso, quando ha negato che ci sarebbero stati investimenti diretti del governo in economia: in sostanza, meno Stato e più mercato per la Cina dei prossimi anni. Questo modello di sviluppo "non è più sostenibile" secondo gli analisti di Barclays Capital e a Pechino si sta pensando a un modello diverso che potrebbe partire da una liberalizzazione dei tassi di interesse e da una riforma fiscale per le amministrazioni locali pesantemente indebitate. Una ricetta amara, soprattutto al principio, che porrebbe fine all'era dei prestiti facili, come vuole la Banca Centrale, e al contenimento delle attività di shadow banking.

 

Secondo i calcoli di Barclays Capital i prestiti in Cina sono arrivati a quota 23mila miliardi di yuan all'inizio del 2013, dai novemila miliardi del 2008, all'inizio della crisi finanziaria globale: un tasso di crescita molto più alto di quello del prodotto interno lordo, con il "total social financing", un indice di misurazione della liquidità nell'economia del Dragone che comprende i prestiti, le obbligazioni e l'equity financing, che al momento è pari al 190% del Pil. Il credit crunch delle scorse settimane avrebbe mandato il segnale che la Banca Centrale ha come scopo proprio quello di regolare i prestiti nel Paese.

 

Con una frase che circola spesso sui media, Li Keqiang ha definito le riforme "Il più grande dividendo" per la Cina. Oltre a quelle previste per il futuro a breve, come la liberalizzazione dei tassi di interesse, tra le iniziative presentate a maggio scorso da Li Keqiang al Consiglio di Stato ci sono anche riforme già in corso, come quella dell'aumento dei prezzi per le utilities: è dei giorni scorsi  la notizia dell'aumento de 15% del prezzo del gas per gli usi non residenziali, mentre si sta andando verso un aumento graduale, per ora limitato ad esperimenti-pilota in alcune città, del prezzo del gas per le abitazioni per avvicinare i prezzi alle tariffe di mercato. Per vedere gli sviluppi concreti a queste iniziative, bisognerà però aspettare ottobre, e il terzo plenum del Comitato Centrale del partito, l'appuntamento politico che viene dato da molti come il termine entro cui presentare il nuovo pacchetto di riforme che il governo intende varare.

 

Una ricetta, quella di Li Keqiang, molto diversa da quella messa in atto da Shinzo Abe, in Giappone, che ha dominato le pagine economiche dei giornali asiatici, e non solo, negli scorsi mesi. "Se la Abenomics -scrive Barclays Capital- comporta un ribaltamento della deflazione e la ripartenza della crescita, la Likonomics in Cina si concentra sulla decelerazione, sul deleveraging e sul miglioramento della qualità della crescita". Una cosa pare certa, secondo la banca d'investimento: per la riuscita di entrambe le ricette sarà fondamentale il successo delle riforme strutturali nei rispettivi Paesi.





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