Economia

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Deflusso di capitali,
2015 anno spartiacque

Deflusso di capitali, <br />2015 anno spartiacque


Di Francesco Russo

 

Roma, 8 gen. - Da polo di attrazione di investimenti da tutto il mondo a gigante dai piedi d'argilla non risparmiato dalla fuga di capitali che sta investendo tutti i mercati emergenti. Questa, in sintesi, la grande inversione di tendenza dell'economia cinese, che ha costretto le autorita' centrali a una nuova decisa svalutazione dello yuan nel tentativo di arginare i flussi in uscita, innescando nei giorni scorsi un rovescio di borsa analogo nelle dinamiche a quello avvenuto lo scorso agosto, provocato anch'esso da un deprezzamento della divisa.

 

Il tonfo delle quotazioni, per quanto impressionante, e' quindi solo un sintomo di un problema dalle proporzioni molto piu' vaste, che identifica il 2015 come un anno spartiacque per la seconda economia mondiale: la Cina per decenni aveva risucchiato liquidita' dagli investitori di ogni area del pianeta, nessuno dei quali voleva perdere l'opportunita' di partecipare a un boom che eterno non poteva essere ma al cui sgonfiamento in pochi sembravano essersi preparati davvero. Ora la situazione si e' invertita. Tante le radici del deterioramento della fiducia: il parziale fallimento della scommessa di Pechino di puntare sui consumi interni, i dubbi sulla stabilita' dello yuan, le perplessita' sempre piu' legittima sulla possibilita' che alcuni dati macroeconomici siano stati in passato gonfiati e, non ultima, la stretta monetaria in corso negli Stati Uniti, che hanno ricominciato ad attrarre investimenti a scapito dei Paesi emergenti.

 

Il risultato e' pero' uno solo: il 2015 potrebbe passare alla storia come il primo esercizio in 27 anni che ha visto la Cina assistere a un deflusso netto di capitali. Non si tratta per ora di dati ufficiali ma delle previsioni dell'Institute of International Finance, riportate da Quartz. L'associazione che rappresenta le grandi banche internazionali stima per il 2015 un flusso di liquidita' in uscita dai mercati emergenti superiore ai 500 miliardi di dollari, con la Cina e il Brasile protagonisti dei movimenti piu' ingenti.

 

In attesa di numeri piu' certi, i dati ufficiali diffusi ieri dall'Amministrazione di Stato della Valuta Estera parlano pero' abbastanza chiaro: il 2015 e' stato il primo anno della storia nel quale le colossali riserve di divisa straniera cinesi hanno segnato una flessione: scendendo di 513 miliardi di dollari a quota 3.300 miliardi di dollari, un calo grossomodo superiore al 15%. Solo nello scorso mese di dicembre, la Cina ha bruciato 108 miliardi di dollari di riserve in valuta estera, la maggior parte dei quali nel tentativo di tenere a galla lo yuan per evitarne un tracollo disordinato e mantenere il controllo sulla svalutazione, che a sua volta contribuisce a frenare l'erosione di tali riserve. Tuttavia e' proprio l'indebolimento dello yuan che scatena la corsa alle vendite in borsa: se da una parte rende piu' interessanti gli investimenti nell'economia reale, dall'altra spinge gli operatori a cedere attivita' in fretta nel timore che un ulteriore deprezzamento valutario diminuisca ancora il valore del loro portafoglio. Un circolo vizioso, quindi. E uscirne non sara' affatto facile.

 

08 GENNAIO 2015

 

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