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CINA SEMPRE PIU' PRESENTE IN ITALIA,
La strategia di Pechino dietro gli investimenti

CINA SEMPRE PIU  PRESENTE IN ITALIA,<br />La strategia di Pechino dietro gli investimenti <br />


di Eugenio Buzzetti

Twitter@Eastofnowest

Pechino, 6 ago. - La Cina è sempre più presente in Italia. Da venerdì scorso, la People's Bank of China è azionista di Fiat, con una quota pari al 2% del capitale, segnando un altro ingresso nelle grandi aziende italiane, dopo l'acquisizione di quote di pochissimo superiori al 2% in Eni ed Enel dei mesi scorsi, che ha reso obbligatoria la comunicazione alla Consob. Dietro l'interesse cinese verso l'Italia c'è una motivazione geo-strategica chiara, secondo Alberto Forchielli, managing director e fondatore di Mandarin Capital Partners: rompere l'asse tra Stati Uniti e Unione Europea. E per farlo non basta semplicemente comprare.

"I cinesi vogliono conquistarsi l'Italia perché devono separare l'Europa dagli Stati Uniti - spiega Forchielli ad AgiChina - E l'Italia per loro è perfetta. Le statistiche del Pew Research Institute dicono che il 75% degli italiani nutre antipatia nei loro confronti, ed è il peggiore gradimento di un Paese occidentale. Naturalmente, i cinesi puntano a crearsi un canale sull'Europa, che è sbriciolata, e questo blocco di opinione pubblica contraria in Italia dà fastidio. Se ci si fa caso, si tratta di cinque investimenti sovra-soglia, poco al di sopra del 2%: non è casuale. Di solito i cinesi preferiscono non apparire, mentre questi investimenti sono fatti apposta per apparire. E' un gesto d'amicizia, ma è anche un monito. Dal punto di vista cinese è un segnale di potere. E' il loro modo per farsi amare: un misto di soldi e potere".

 

Spezzare il ponte Usa-Ue è una tentazione per la Cina anche secondo Romeo Orlandi, sinologo ed economista e presidente del Comitato Scientifico di Osservatorio Asia, ma non si tratta di un disegno a breve scadenza. "E' evidente - spiega Orlandi ad AgiChina - che un patto forte tra Europa e Stati Uniti possa preoccupare la Cina, che quindi cerca di tenere un piede in Europa e un piede negli Stati Uniti, acquisendo importanza nello scacchiere geopolitico, ma mi sembra un tentativo molto lento, al momento. La Cina ancora non è ancora matura per un'ambizione così planetaria. Non che non lo voglia fare: non lo sa fare".

 

Il binomio soldi-potere nel mondo degli investimenti globali si declina con una maggiore presenza e un maggiore peso nello scacchiere geopolitico: l'obiettivo è quello di raggiungere un ruolo sempre più di primo piano negli investimenti a livello globale. Un recente editoriale comparso sul quotidiano in lingua inglese China Daily, si concentra sul ruolo decisivo delle economie emergenti sia come investitori che come attrattori di investimenti. Tra questi, alla Cina deve spettare un ruolo di primo piano, tra gli investitori istituzionali. Uno studioso della Chinese Academy of International Trade and Economic Cooperation di Pechino, Nie Pingxiang, sostiene che "mentre le economie emergenti acquisiscono sempre più potere e partecipano agli attuali round di investimenti, la Cina deve cercare di diventare uno dei Paesi che detta le regole".

 

Nel caso italiano, subentrano diverse variabili, spiega ancora il vice presidente di Osservatorio Asia. "Esiste una motivazione di fondo, più che una strategia di fondo - continua Orlandi - La motivazione di fondo è che la Cina ha bisogno di qualità che può essere a livello tecnologico ma anche una redditività finanziaria. Questa qualità dovrà sovrapporsi a un modello economico che finora è stato prevalentemente quantitativo. La scorciatoia migliore è comprare la tecnologia, perché coltivarla è un po' più lungo. Ci vogliono università, centri di ricerca e ci vuole anche creatività. L'Italia ha cose da vendere. Ha gioielli di famiglia appetibili per gli acquirenti cinesi. Che si perda l'identità e la nazionalità dei mezzi di produzione, desta qualche preoccupazione nella globalizzazione, ma è nell'ordine naturale delle cose".

 

L'apertura nei confronti degli investitori cinesi si scontra, però, con un misto di diffidenza e ritrosità da parte delle aziende straniere. L'indice di gradimento degli investitori cinesi in Italia e in Europa è in discesa, oggi, rispetto ad alcuni anni fa. "Gli ultimi anni di esperienza di investimenti cinesi sono stati deludenti - afferma Forchielli - La diffidenza del mondo occidentale è aumentata, non calata. C'è stato un periodo di tempo - tra il 2006 e il 2010 - di incantesimo, ma questo incantesimo si è rotto. Anche quando le aziende sono in liquidazione, i venditori preferiscono tenersi alla larga dagli acquirenti cinesi". Per il fondatore di Mandarin Capital Partners l'ingresso della banca centrale nei grandi gruppi non basterà alla Cina per recuperare la popolarità agli occhi degli italiani. "Hanno comprato le partecipazioni sul mercato, come fanno tutti, e non hanno avuto bisogno di chiedere niente a nessuno perché sono aziende quotate. CDP Reti ha fatto un'asta e sono stati gli unici che hanno fatto un'offerta".

 

Diverso il discorso, però, per le grandi imprese private: l'interessamento cinese non è gradito da molto tempo. "Le famiglie a capo di grandi aziende fanno un grande sbarramento - spiega Forchielli - non lo dicono, ma ai cinesi non vendono. Dalla maggiore parte delle offerte i cinesi vengono esclusi: non riusciranno mai a penetrare perché sono molto scaduti agli occhi della società civile".

 

La presenza cinese nell'azionariato dei grandi gruppi quotati italiani è stato commentato oggi anche dal ministro dell'economia, Pier Carlo Padoan. Il ministro ha dichiarato oggi in un'intervista concessa al quotidiano Sole 24 Ore che "stiamo osservando un interessamento crescente e concreto dei cinesi nei confronti del nostro Paese, nel quale le decisioni di investimento sono sempre a lungo termine". La Cina, spiega Padoan, "vuole investire in Italia con una logica diversa dal 'mordi e fuggi': è la dimostrazione che si può lavorare per aumentare il livello degli investimenti". Il nodo da sciogliere resta la modalità con cui verranno condotti questi investimenti.

 

"Il vero problema non è la questione di principio, cioè se sia giusto o meno vendere gioielli di famiglia ai cinesi - conclude Orlandi - Ma la gestione di questo complesso procedimento. Va bene se la gestione significa che capitali cinesi acquisiscono tecnologia italiana in una win-win situation dove noi vendiamo e ricaviamo reddito che permette di creare occupazione, e la Cina acquisisce tecnologia. Se significa che importiamo dalla Cina metodi di conduzione di business non allineati con gli standard internazionali, abbiamo poco rispetto delle regole, violazioni dei labour standards e degli standard ambientali, allora significa che la situazione è disperata e non possiamo nemmeno porre un argine verso questo modo talvolta opaco di fare business".


06 agosto 2014

 

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