Economia

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Acquisizioni cinesi in Italia,
lo Stivale ha poco charme

Acquisizioni cinesi in Italia, <br />lo Stivale ha poco charme


di Giuliano Noci *

 

 

Milano, 17 gen.- Sono in molti a temere lo shopping cinese di imprese italiane a prezzi di saldo. Il ragionamento non sembra fare una piega: l'interesse cinese per operazioni di M&A è aumentato in misura molto significativa negli ultimi anni – nel 2012 sono infatti cresciute su base annua del 23% –; l'attenzione dell'ex Impero di Mezzo si è andata sempre più orientando verso l'Europa – tanto che il livello degli investimenti effettuati nel vecchio continente nel 2012 ha raggiunto quello realizzato negli USA un anno prima –; l'Italia con le sue eccellenze produttive e i suoi marchi conosciuti in tutto il mondo non può che rappresentare un bersaglio privilegiato. E non sono in pochi a ritenere che dopo lo shopping, il Bel Paese verrà svuotato di capacità produttive in nome di un obiettivo di riduzione dei costi e, quindi, di uno spostamento delle operations verso i poco costosi lidi orientali.

 

Pur comprendendo l'impianto del ragionamento, trovo questa posizione una forma di fobia del tutto infondata. Se è, infatti, vero che le riserve monetarie cinesi verranno impiegate in operazioni cross border finalizzate all'acquisizione di know-how indispensabile a garantire al sistema industriale della Cina quel salto di qualità necessario per incorporare maggiore valore aggiunto nei prodotti veicolati al mercato, è abbastanza ovvio ritenere che l'Italia sarà l'ultimo dei paesi industrializzati a entrare nelle mire cinesi.
  I ben noti problemi che affliggono lo Stivale sono, infatti, un formidabile deterrente per i sempre più lungimiranti investitori cinesi. Il nanismo industriale, la burocrazia incombente, la presenza di una giustizia civile a dir poco farraginosa fanno prendere al capitale cinese strade ben diverse: tipicamente Regno Unito e Germania dove si sta concentrando la quasi totalità delle operazioni rilevanti portate avanti dalla Cina.

 

Nella pratica, sono e saranno dunque poche le imprese che dovranno "temere" l'attacco dei nuovi mandarini: quelle poche che vantano una dimensione e una presenza internazionale tale da garantire ritorni sull'investimento comparabili con i ghiotti bocconi disponibili in altri paesi.
  E, comunque, anche nel caso questi avvenissero, sono portato a ritenere che ben difficilmente si concretizzeranno in operazioni di depauperamento del tessuto produttivo locale: i cinesi sanno infatti che l'eccellenza di cui sono alla ricerca può essere ottenuta solo grazie al radicamento in un tessuto connettivo di imprese e alla disponibilità di maestranze in possesso di competenze ben difficilmente riproducibili in altri contesti – certamente quello cinese -.

 

Per certi versi, mi piacerebbe poter affermare: «Attenzione. Rischiamo di diventare una colonia cinese».
  Vorrebbe dire che siamo ancora un Paese attrattivo, in possesso di un sistema industriale sano, riconosciuto come eccellente e, grazie al quale, si spera di conseguire ottimi ritorni sull'investimento. Al contrario, la crisi del sistema Italia è molto chiara anche agli occhi dei cinesi, che preferiscono dirottare le loro ricchezze in operazioni verso Paesi complessivamente più interessanti.
  Insomma, nemmeno i saldi di fine crisi (almeno si spera) possono indurre importanti flussi di cassa in entrata; e la crisi del forse ex Bel Paese la vediamo anche in questo.

 

Mettiamoci dunque il cuore in pace: i cinesi verranno per molto tempo ancora in Italia a fare shopping nel Quadrilatero della Moda di oggetti personali; operazioni di investimento industriale sono tutta un'altra storia! E comunque mi si permetta: evitiamo le solite ansie da difesa dei gioielli di famiglia. Sarebbe più opportuno assumere un atteggiamento proattivo anche nei confronti di investitori stranieri. È accaduto per il fenomeno dell'immigrazione: cerchiamo (cercavamo) di contenere un'immigrazione di disperati e non abbiamo mai fatto una politica di immigrazione di qualità, come ad esempio gli inglesi fanno da anni ormai. A queste condizioni, cari mandarini, siete i benvenuti!

 

*prorettore del Polo Territoriale cinese al Politecnico di Milano

 

 

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