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Economia

Cina: attesa per Msci, Pechino spinge per l’inclusione delle azioni di classe A

Cina: attesa per Msci, Pechino spinge per l’inclusione delle azioni di classe A


Pechino, 19 giu. - La finanza cinese attende impaziente uno dei responsi più importanti dell'anno, che potrebbe arrivare domani da New York, (nella mattina di mercoledì, in Cina) ovvero l'inclusione delle azioni di classe A quotate sulle piazze di Shanghai e di Shenzhen nell'indice del Mercati Emergenti dello Msci. Senza le azioni cinesi l'indice sarebbe "insufficiente", ha dichiarato venerdì scorso Zhang Xiaoyun, portavoce della China Securities Regulatory Commission, l'ente di vigilanza sul mercato azionario cinese. "Incompleto" sarebbe un'indice globale senza le azioni cinesi, scriveva settimana scorsa l'agenzia Xinhua in un editoriale. Finora, l'opinione della società di index provider statunitense è stata differente: dal 2014 in avanti, ogni anno le azioni di classe A cinesi sono state bocciate per l'ingresso nell'Emerging Market Index che traccia i mercati emergenti dal 1988, ma per alcuni quest'anno il responso potrebbe essere diverso. Le ragioni a favore dell'inclusione e le ragioni contrarie. La revisione di quest'anno è la quarta in altrettanti anni. L'opinione prevalente tra gli investitori è sostanzialmente ottimista, con chance al 60% di un'inclusione delle azioni cinesi nell'indice, secondo le stime di Goldman Sachs (che l'anno scorso aveva giudicato al 70% le possibilità a favore di un'inclusione). Il quadro generale è però complesso: la Cina rimane sotto-rappresentata nei benchmark globali nonostante la rilevanza della sua economia; le riforme varate dal governo cinese dopo la crisi dei mercati azionari dell'estate 2015, in particolare i ponti con la Borsa di Hong Kong delle piazze di Shanghai e Shenzhen, giocherebbero a favore dell'inclusione. Secondo gli analisti di Aberdeen Asset Management, il creatore di indici statunitense avrebbe modificato i criteri per l'ammissione, redendo più semplice l'inclusione delle azioni cinesi. Nonostante gli stock connect dello scorso anno e del 2015, il mercato azionario cinese non è ancora propriamente aperto: gli investitori stranieri contano solo per il 2% delle transazioni sulle Borse cinesi, secondo i calcoli di Capital Economics, e se un investitore globale vuole lanciare un prodotto finanziario che includa le azioni cinesi deve prima ottenere il via libera dalle autorità di Borsa. Lo scorso anno, tra le motivazioni dell'esclusione, lo Msci aveva citato il fatto che "gli investitori vogliono ulteriori miglioramenti nell'accesso alle azioni di classe A cinesi", anche se aveva ammesso che la Cina si stava muovendo con un "chiaro impegno" a rendere le azioni di classe A in linea con gli standard internazionali. L'inclusione, che potrebbe essere effettiva già a partire dal 2018, costituirebbe un riconoscimento importante per la Cina. Secondo stime del 2016, pubblicate a fine marzo 2017, l'index provider statunitense ha calcolato che gli asset indicizzati da Msci ammontano a undicimila miliardi di dollari e che 97 dei cento gestori di investimenti a livello globale sono clienti del gruppo. Secondo le stime del gruppo specializzato nel trading di prodotti derivati Ig Group, le azioni di classe A cinesi andrebbero a formare lo 0,5% dell'Emerging Market Index dello Msci dopo l'eventuale inclusione, e potrebbero aumentare di valore attraendo l'interesse degli investitori internazionali; al tempo stesso, nel caso di un quarto rifiuto, per Pechino potrebbero esserci solo "limitati svantaggi". L'eventuale inclusione seguirebbe di pochi giorni un altro importante riconoscimento a livello internazionale, arrivato, questa volta, dalla Banca Centrale Europea. L'istituto diretto da Mario Draghi, settimana scorsa, aveva comunicato di avere investito 500 milioni di euro in asset denominati in renminbi, la valuta cinese, nella prima metà del 2016, confermando l'inizio di accumulo di riserve valutarie in yuan: l'annuncio manda un piccolo ma importante segnale di attenzione verso Pechino, che ha accolto la notizia come un nuovo traguardo tagliato dalla propria valuta sul piano dell'internazionalizzazione, dopo l'inclusione dello scorso anno nel paniere dei Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale assieme al dollaro, all'euro, allo yen e alla sterlina.