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LAVORO "ALLA CINESE" NEL CUORE DELL'EUROPA

LAVORO  ALLA CINESE  NEL CUORE DELL EUROPA


di Sonia Montrella
Twitter@SoniaMontrella


Roma, 25 ott.- Sfruttamento del lavoro nel cuore dell'Europa? Un nuovo caso Foxconn, ma stavolta sullo sfondo del Vecchio Continente. E' finito nel mirino, l'impianto di Pardubice, in Repubblica ceca, dove, secondo diversi media tedeschi, l'appaltatrice taiwanese avrebbe ristabilito le stesse, durissime condizioni di lavoro che caratterizzano le fabbriche cinesi. Una "schiavitù moderna" che rischia di contagiare l'Europa, mettono in allerta gli osservatori. Come si sta muovendo Bruxelles?

Il caso

"Shenzhen an der Elbe": con un articolo così titolato la rivista tedesca Computermagazin (C'T) fa scoppiare il caso. Secondo l'Ufficio di Statistica ceco, il salario medio lordo al mese in Repubblica Ceca nel secondo quadrimestre del 2013 è di 1.268 dollari Usa (934 euro), mentre al netto è di 963 dollari (710 euro).

Ma a Pardubice la realtà è ben diversa: C'T parla di turni di 12 ore, di lavoro monotono e sottopressione, ricompensato da un salario mensile di 550 euro (nel migliore dei casi).

Le pause – continua il giornale – sono così brevi che la maggior parte degli operai le impiega per raggiungere il proprio armadietto. Secondo quanto riportato dall'emittente tedesca internazionale Deutsche Welle (DW) - la BBC tedesca - che ha intervistato i giornalisti infiltrati a Pardubice, per i lavoratori è impossibile parlare e persino bere durante il loro turno. Non solo. Possono usufruire di un bonus, ma per averlo devono sudare le proverbiali sette camicie: se non raggiungono le quote produttive prefissate e non mantengono pulito  il posto di lavoro possono dire addio ai 100 euro previsti. E se qualcuno su un'altra linea trasgredisce le regole, tutti i lavoratori perdono il bonus. Poco importa se il singolo ha lavorato più che bene.

La smentita di Foxconn

Dura la smentita dell'azienda taiwanese che in Repubblica ceca è presente dal 2000 e assembla prodotti per Hewlett-Packard. La risposta viene recapitata al Prague Post cui i vertici di Foxconn esprimono il loro "desiderio di respingere l'articolo di C'T". Tutte le misure adottate nello stabilimento Pardubice e in quello poco distante di Kutná Hora sono in linea con le leggi sul lavoro vigenti in Repubblica ceca e nell'Unione europea, si legge nel comunicato. "Foxconn ha migliorato il sistema di turni e di pause a Pardubice nel pieno rispetto delle normative del Paese". Gli impiegati, continua la nota, "hanno diritto a una pausa che va dai 5 ai 10 minuti ogni due ore, mentre la pausa pranzo è di circa 30 minuti". Tutte "le politiche aziendali" e gli "obblighi dei lavoratori" puntano a "raggiungere i più alti standard in tema di sicurezza e salute". Poi, il colosso taiwanese conclude: "Gli impiegati sono il nostro bene più prezioso e continueremo nella nostra missione di diventare una fabbrica responsabile".

Schiavitù moderna?

Il giornale sottolinea che quello che Foxconn impone ai suoi lavoratori non è illegale: "La società non proibisce le pause, ma il target produttivo è così alto che è impossibile per gli operai concedersi una minima distrazione" spiega Wolbert a DW. Quanto alla paga, è vero che è al di sopra del minimo stabilito dalle leggi ceche, ma è anche molto al di sotto della media nazionale. Gli impiegati di Pardubice sono perlopiù persone provenienti dal Vietnam, dalla Bulgaria e dalla Mongolia. La maggior parte di loro non conosce la lingua e meno ancora i propri diritti e le leggi locali.


Nei giorni scorsi l'associazione australiana Walk free foundation ha pubblicato il primo 'Indice della schiavitù mondiale' calcolato sulla base di fattori che la rendono più o meno probabile, quali rispetto dei diritti umani, politiche contro lo sfruttamento, corruzione, lentezza della giustizia e fenomeni di discriminazione. Secondo il Rapporto nel mondo 29,8 milioni di persone, di cui quasi 8.000 in Italia, vivono in condizioni di 'moderna schiavitù, una condizione che comprende fenomeni come il lavoro forzato e la tratta degli esseri umani. L'Italia e' il Paese dell'Europa centro-occidentale con il rischio più alto ma viene dietro a Bulgaria, Grecia, Croazia e a tutta l'Europa orientale.


La chiamata a Bruxelles


Jutta Steinruck, europarlamentare del Gruppo di Alleanza progressista socialista e democratica e membro del Partito socialdemocratico tedesco, ha chiesto al Consiglio Europeo e alla Commissione di lanciare un'indagine sulla Foxconn. Il suo parere è che questo trend allo sfruttamento si diffonda nei paesi più poveri dell'Unione europea. E a giocare con le zone grigie delle legislazioni non sono solo i cinesi. "Questo tipo di schiavitù moderna non è più così rara nell'Eurozona". Ad AgiChina24 la Steinruck spiega: "Lunghe catene di subappalto oltre i confini degli stati membri e i paesi terzi rendono difficile la tracciabilità delle relazioni di lavoro, situazione che favorisce gli abusi. Molte società traggono vantaggio dalle condizioni precarie di alcuni stati membri e sfruttano i lavoratori". E' questo ad esempio il caso della Germania, dove la parlamentale vive e lavora: "Molti di questi casi sono stati registrati nell'industria edilizia, dell'assistenza sanitaria e della carne, dove i migranti lavorano anche per 1 euro l'ora.  Ci imbattiamo in finti auto-impieghi, lavoro nero, irregolarità nell'assicurazione sanitaria, sistemazioni oltre il limite della vivibilità e molto altro".


Sindacati: il problema e' anche italiano

"Non mi meraviglio della Foxconn"
commenta ad AgiChina24 Fausto Durante, responsabile Segretariato Europa CGIL Nazionale. "Certi abusi sono sempre più frequenti in Europa. Questo accade perché non esiste una regolazione ferma con adeguate sanzioni rispetto al dumping contrattuale. Anzi. La Commissione europea ha prodotto una serie di direttive che invece di inasprire il quadro sanzionatorio per i lavoratori scorretti lo sta favorendo".

Gianni Alioti, dell'Ufficio Internazionale Fim-Cisl ricorda quello che definisce "il caso più  eclatante", che ha interessato tempo fa la Grecia e di cui è stato protagonista "una serie di imprese transnazionali tra le più importanti del settore alimentare". Questi grandi nomi dell'alimentare, tra cui figurava anche la Nestle', spiega Alioti ad Agichina24 "proposero ad Atene di creare contratti di lavoro a tempo parziale per tre, quattro giorni a settimana e pagati 250 euro al mese". "E' scandaloso il fatto – continua - che si arrivi a proporre come garanzia di investimenti nel Paese una simile riduzione degli standard di produzione sociale o di tutela salariale e contrattuale".

Per Alioti nel caso della Foxconn e della Grecia "non si può parlare esattamente di schiavitù, ma di forme di sfruttamento estremo. E' un ritorno all'800". "purtroppo l'Italia non è immune da situazioni di lavoro schiavistico o semischiavistico ed è bene dare il giusto peso alle parole. Il lavoro schiavistico c'è realmente nella filiera del pomodoro, degli agrumi, dell'installazione del fotovoltaico. Parliamo di immigrati sfuggiti alla miseria del proprio Paese e inseriti nella filiera gestita anche a dalla mala. Molti di loro sono stati aggrediti, mentre ad altri hanno sparato".

Secondo Durante il Belpaese è protagonista di non pochi abusi in stile Foxconn. "L'Europa non ha un quadro di garanzie tali da garantire in modo inequivocabile il diritto del lavoro e di un'equa retribuzione. Succede, dunque, che per esempio abbiamo lavoratori del settore delle costruzioni che dalla Romania, Bulgaria vengono a lavorare in Italia assunti da aziende italiane che però applicano il contratto rumeno. E quindi questi lavoratori costano un terzo di un italiano". Un esempio? "Alcune aziende in Friuli e in Veneto hanno squadre di lavoratori dell'est Europa con contratti molto lontani da quelli italiani" dice Durante, che aggiunge: "Siccome non c'è un quadro normativo certo, posso chiedere a un lavoratore italiano di essere assunto presso un'azienda di costruzione che ha sede a Bucarest e farlo lavorare in Italia con un contratto di lavoro rumeno. Solo che questo lavoratore italiano che vive a Chieti, ma è assunto a Bucarest costa un terzo  di chi vive e lavora a Chieti".


"Questa Europa non va bene"
dice Durante . Gli stranieri - continua - non sanno cosa firmano. E' un'emergenza che rischia di scoppiare in un problema sociale rilevante. I muratori stranieri nei cantieri italiani non hanno consapevolezza dei propri diritti. E si prestano a tutto.

"Un'Europa che permette queste cose, che continua a consentire lo sfruttamento e la competizione basata solo sul costo del lavoro, non funziona ne' in termini di diritti né di crescita. E' vero che alcune aziende ritenute colpevoli di sfruttamento utilizzando i confini contrattuali nazionali sono state condannate, ma la verità è che gli abusi sono destinati a moltiplicarsi finché non ci sarà un quadro normativo fermo". Durante continua: vengono sfruttate le maglie troppo larghe della legislazione europea per permettere episodi di dumping e sfruttamento salariale obbligando quei lavoratori alle loro condizioni. E questo sta provocando il crollo della tenuta del sistema contrattuale europeo e l'aumento della concorrenza sleale.


La proposta all'Ue

"Ci stiamo battendo – spiega Durante - perché si intervenga con una normativa che ponga limiti alla prepotenza delle multinazionali. Abbiamo già cominciato a discutere insieme coi membri sensibili del Parlamento europeo di una normativa che sfoci in una direttiva sulla consultazione, partecipazione e coinvolgimento dei lavoratori su scala europea e che presupponga anche una comune soglia salariale. Ovviamente sarà stabilita depurandola da tutti i dati relativi all'inflazione, dalla situazione economica del singolo paese, ma stabilendo un margine al di sotto del quale non si possa scendere e che sia omogeneo sia per l'Italia che per la Repubblica Ceca o per la Germania. Un costo per ora di lavoro che permetta di sfamare la propria famiglia"

Anche Steinruck non ha dubbi: l'Ue non può più restare a guardare: "Ho formulato delle domande scritte e le ho portate alla Commissione europea e al Consiglio. Le risposte dovranno essere fornite direttamente da Bruxelles. Inoltre ho avanzato la richiesta di attuare provvedimenti concreti da parte dell'Ue per combattere tali pratiche, introducendo sanzioni contro le società europee che infrangono le regole della competizione. Infine ho chiesto alla Commissione cosa pensa di fare per proteggere i lavoratori di paesi terzi. Finora non ho ancora avuto risposte, ma resto in attesa…"

Secondo un elenco fornito ad AgiChina24 dall'ICE, sono almeno 29 le imprese italiane presenti sul territorio ceco, tra queste anche nomi noti come Ariston, Beghelli, Brembo, Delonghi, Fiat, Ferrero, Indesit, Iveco.

 

25/10/2013

 

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