Diritto

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Detenzione campo
rieducazione, donna risarcita

Detenzione campo <br />rieducazione, donna risarcita


di Antonia Cimini

 

Pechino, 15 lug. - Una donna costretta alla rieducazione attraverso il lavoro per una settimana è stata oggi risarcita dalla giustizia cinese e ha ricevuto le scuse formali dei carcerieri.
Il tribunale di Changsha ha accettato in seconda istanza le lamentele della donna, Tang Hui, e ha motivato la sentenza che la risarcisce di 2,941 yuan (circa 250 euro) con i crimini di privazione della libertà personale e danni alla salute mentale. La decisione della giustizia cinese è una nuova pietra miliare verso la riforma del sistema di rieducazione attraverso il lavoro che dall’inizio di quest’anno ha suscitato un vivo dibattito nel paese.

 

Il calvario di Tang Hui, però, inizia con un’altra vittima: la figlia undicenne rapita, violentata e costretta alla prostituzione da una banda di delinquenti nello Hunan nel 2006. La bambina fu salvata dalla polizia dopo tre mesi e la banda di sequestratori sgominata. I responsabili furono poi processati, due di essi condannati a morte, quattro all’ergastolo e uno a 15 anni di reclusione.Ma Tang Hui non trovò soddisfazione in quella sentenza. Iniziò un lungo cammino di petizioni e appelli alla giustizia affinché tutti i sequestratori della figlia ricevessero la condanna a morte.

 

Quella battaglia legale, invece, si ritorse contro di lei, facendola diventare il bersaglio delle ire della polizia locale, insofferente a scompigli sociali che ne minaccino la stabilità. Infatti, il caso di Tang Hui suscitò furore in Cina, alimentato dalla campagna mediatica che la donna avviò sui social media e i forum internet.Lo scorso anno le autorità ebbero la meglio sulla signora Tang, che fu condannata senza processo a 18 mesi di rieducazione attraverso il lavoro per disturbo dell’ordine pubblico e per aver esercitato un’influenza negativa sulla società. Lo sdegno della società civile portò alla liberazione della donna dal campo di lavoro di Yongzhou, nello Hunan, dopo poco piu’ di una settimana.

 

Tang Hui aveva chiesto scuse formali e scritte dai suoi carcerieri per averla arbitrariamente privata della sua libertà. Durante l’udienza, ha scritto la corte nella sentenza, il capo della polizia di Yongzhou ha pronunciato a voce un discorso di scuse formali all’indirizzo della donna, rendendo di conseguenza superfluo un documento scritto. In ogni modo le scuse dell’ufficiale di pubblica sicurezza sono un evento alquanto raro in Cina. L’uomo, Jiang Jianxiang, si è scusato dicendo di aver dovuto comunque adempiere al proprio dovere, quello di mantenere l’ordine.

 

Su Weibo sia Tang Hui sia il suo avvocato Xu Liping si sono detti soddisfatti della sentenza della corte d’appello. Sebbene il compenso sia solo una cifra simbolica, il fatto stesso di essere stata risarcita per privazione della libertà e di aver ricevuto le scuse della giustizia per una pratica largamente usata in Cina, è di per sé un evento notevole.

 

Dall’inizio dell’anno il sistema di rieducazione attraverso il lavoro è al centro di un dibattito giuridico in Cina. Da varie direzioni si ha il sentore che l’istituto possa essere riformato o addirittura abolito in tempi brevi. Un giornale 21st Century Business Herald nel sud della Cina ha pubblicato un’inchiesta alcune settimane fa in cui rivela che nella regione costiera del Jiangsu le autorità hanno trasformato i centri di rieducazione attraverso il lavoro in centri di rieducazione per dipendenti da droghe, un primo passo verso una meno frequente esecuzione di sentenze amministrative ai lavori forzati.

 

A febbraio il comitato legislativo della regione dello Yunnan aveva detto di voler sospendere tutte le sentenze alla rieducazione attraverso il lavoro, dopo che, all’indomani del diciottesimo congresso del Partito Comunista, era iniziato il dibattito sull’abolizione del sistema punitivo.

 

Pu Ziqiang, un noto avvocato impegnato nella causa dell’abolizione dei lavori forzati, ha detto all’inizio dell’anno che "la fine della rieducazione attraverso il lavoro sarebbe un’evoluzione verso la legalità e verso la condivisione di valori universali" che la Cina adotta e riconosce nelle sue carte legislative.

 

La sentenza a favore di Tang Hui è stata accolta positivamente dai media ufficiali cinesi. Il Quotidiano del Popolo scrive che la decisione "instilla profonda speranza nella giustizia". Ma per gli utenti dei social media cinesi si tratta di una vittoria a metà: "la giustizia non vale nulla" scrivono in tanti riferendosi al misero compenso elargito a Tang Hui. 

 

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