Ambiente

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Poca o sporca:
il dilemma dell'acqua

Poca o sporca: <br />il dilemma dell acqua


di Sonia Montrella
Twitter@SoniaMontrella


Roma, 16 mag.- Il Drago ha sete d'acqua.  Per la superpotenza economica che da qui a pochi anni si appresta a scalzare dal podio gli Stati Uniti, le risorse idriche rappresentano la spada di Damocle.  Perché nello sterminato territorio cinese l'acqua scarseggia e, in molti casi, quando c'è è inquinata.

 

L'allarme questa volta arriva da funzionari  statali, nello specifico quelli dell'Amministrazione della Pesca e dell'Oceano della provincia del Guangdong – il cuore pulsante dell'industria cinese e del boom economico – che ieri hanno pubblicato il "Rapporto sull'ambiente oceanico 2012". Dallo studio è emerso che il 6,5% delle acque  offshore della provincia rientrano come classificazione nella quarta categoria, la peggiore come qualità. Un punto percentuale in più rispetto al 2011. "La maggior parte delle acque che appartengono a questa categoria si trovano negli  estuari del Fiume delle Perle e sono ricche di azoto e di fosfato" ha dichiarato il portavoce dell'Amministrazione Li Lei.

 

L'anno scorso – si legge ancora nel rapporto – nelle acque costiere del Guangdong si riversarono oltre 910mila tonnellate di sostanze inquinanti, che hanno provocato nel corso dell'anno 16 maree rosse, 5 in più rispetto alla media annuale.

 

Quattro sono invece le principali industrie responsabili del peggioramento dello stato dell'acqua della provincia, tutte di proprietà dello stato: il Guangzhou Paper Group, la Jialiang Leather, Jiangmen City Hongjie Fine Chemical e la Guangdong Zhanhua Corporation Group.

 

E non è solo un problema costiero. "Tutti i corsi d'acqua della città di Longgang sono putridi, inquinati, e pericolosi per la salute delle persone. Sulla base di ciò io offro 300mila yuan al capo dell'ufficio per la protezione ambientale, Su Zhongjie, per un bagno di 30 minuti nelle acque del fiume"  la provocazione dello scorso febbraio di un imprenditore della provincia dello Zhejiang fece il giro del mondo. Il funzionario rispose picche, promettendo però tolleranza zero verso chi sporca.

 

A gennaio dello scorso anno, invece, fu la volta dell'emergenza cadmio in un affluente del Fiume delle Perle, il  Longjiang, dove  si verificò un'improvvisa moria di pesci. I risultati dei test effettuati dagli esperti si rivelarono a dir poco allarmanti: le analisi delle acque evidenziarono un livello di cadmio di 80 volte superiore ai limiti consentiti. Per neutralizzare gli agenti inquinanti, le forze della polizia e i vigili del fuoco aprirono le dighe e immesso in diversi punti del letto del fiume tonnellate di cloruro di ammonio e di idrossido di sodio.  I responsabili, sette, finirono in manette: in pratica il gotha delle compagnie chimiche responsabili.

 

Sebbene negli ultimi anni il governo abbia investito oltre 3 miliardi di dollari per migliorare la qualità dell'acqua, secondo le stime ufficiali sono ancora oltre 300 milioni coloro che non hanno accesso all'acqua potabile. Lo stesso ministero per la Protezione Ambientale ha ammesso il problema dell'inquinamento coinvolge la metà dei fiumi e dei laghi della Cina.

 

E mentre alcune provincie combattono contro la pessima qualità delle risorse idriche, altre devono vedersela con la siccità. Secondo il Financial Times, 8 province sulle 28 totali hanno una disponibilità d'acqua pari a quella della Siria o della Giordania. E le conseguenze (economiche e sociali) si misurano in numeri: 10mila  persone, solo per fare un esempio, sono fuggite dal Gansu, provincia al confine con il deserto della Mongolia interna. Sono gli "Shengtai yimin", i migranti 'ecologici' che lasciano quelle terre natali dove nemmeno più l'agricoltura permette la sopravvivenza diretti verso le città, segnando un punto di non-ritorno per l'urbanizzazione cinese.

 

Il problema delle risorse idriche ha la priorità sul tavolo del governo di Pechino che, quest'anno, per la prima volta, ha fissato delle quote-acqua per ogni provincia, fissando gli obiettivi di consumo entro il 2015. Secondo l'esperto della Banca Mondiale, Jiang Liping, la mancanza d'acqua è uno dei principali ostacoli alla crescita economica del Dragone. Di più. Uno studio della stessa Banca Mondiale del 2007 sosteneva che le perdite economiche della Cina dovute ai problemi legati alle risorse idriche  incidono per il 2,3% del suo Pil.

 

Non stupisce, dunque, che l'attuale piano quinquennale (2011-2015) preveda un investimento in progetti di infrastrutture relativi alle acque, impianti idrici e dighe del valore di 291 miliardi di dollari, una cifra pari all'annuale prodotto interno lordo di economie quali Egitto e Cile.

 

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