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Trump divide i vertici del Partito. Cina e Usa oltre lo stretto (di Taiwan)

Trump divide i vertici del Partito. Cina e Usa oltre lo stretto (di Taiwan)


di Eugenio Buzzetti

 

Cina, Trump divide i vertici del Partito 

 

L'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca non fara' dormire sonni tranquilli agli alti dirigenti politici di Pechino. Il 2017, come ha spiegato il 13 gennaio scorso il primo ministro cinese, Li Keqiang, risentira' delle incertezze geopolitiche che si profilano all'orizzonte, e di quel ritorno al protezionismo che proprio ieri il presidente cinese, Xi Jinping, ha attaccato dal palco del World Economic Forum di Davos, in un messaggio per molti versi indirizzato all'uomo che da venerdi' prossimo abitera' al 1600 di Pennsylvania Avenue.

 

Se alcuni nomi della futura amministrazione statunitense targata Donald Trump hanno fatto inarcare piu' di un sopracciglio tra i dirigenti cinesi (a cominciare da quello di Peter Navarro, che sara' a capo del National Trade Council voluto dallo stesso Trump) cosa pensano gli attuali dirigenti cinesi e le piu' importanti voci della Cina della squadra che guidera' gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni? Il South China Morning Post di Hong Kong ha elencato alcuni alti funzionari che si sono espressi su Trump o su uomini della sua squadra: difficile stabilire una divisione netta tra "falchi" e "colombe" dell'attuale amministrazione cinese, dove molte poltrone potrebbero cambiare nel giro di pochi mesi, al prossimo Congresso del Partito Comunista Cinese, ma dalle prime reazioni dei politici di Pechino al presidente eletto degli Stati Uniti si possono distinguere posizioni piu' o meno critiche nei confronti della futura amministrazione repubblicana che si sta delineando a Washington.

 

L'ALA DURA

 

Wang Yi, ministro degli Esteri. Wang ha tentato di minimizzare la telefonata tra Donald Trump e la leader di Taiwan, Tsai Ing-wen, poche ore dopo la notizia dell'avvenuto colloquio che per Pechino ha rotto un protocollo diplomatico durato decenni e che non prevede contatti tra i leader dell'isola e quelli degli Stati Uniti (anche se ancora non entrati formalmente in carica, come nel caso del presidente eletto Trump). "Una piccola manovra" di Taiwan, aveva detto, a caldo, Wang ai microfoni della Phoenix Tv di Hong Kong: nel pomeriggio, il Ministero da lui diretto ha pero' sporto protesta formale nei confronti degli Stati Uniti. Piu' duro, invece, il ministro degli Esteri di Pechino lo e' stato alcuni giorni piu' tardi, durante una tappa in Svizzera. "Se qualcuno cerchera' di sabotare la politica dell'unica Cina o di danneggiare gli interessi chiave della Cina, alla fine alzera' una pietra solo per spaccarsi i piedi".

 

Wang Huning, membro del Politburo, il vertice del Partito Comunista Cinese allargato a 25 membri, e astro nascente della politica cinese. Il suo e' uno dei nomi che circolano con maggiore insistenza per un posto nel prossimo Comitato Permanente del Politburo, la cerchia ristretta del potere cinese, che si rinnovera' nella seconda meta' del 2017: Wang e' spesso ritratto dai fotografi al fianco di Xi Jinping nei viaggi all'estero del presidente cinese, un segnale di ascesa alle alte sfere, secondo gli insider della politica di Pechino, che si potrebbe concretizzare presto. Soprattutto, pero', Wang e' uno dei maggiori esperti di politica statunitense dell'attuale classe dirigente cinese: nel settembre 2015, ha accompagnato nel viaggio negli Stati Uniti, Xi Jinping, in qualita' di direttore del centro di Policy Research del Partito Comunista Cinese. Wang non ama parlare in pubblico, ma ha lasciato per iscritto le sue idee sugli Stati Uniti nel saggio "America against America", in cui usa toni duri contro il sistema sociale e politico statunitense. "Ogni volta che trovi una forza positiva, ne puoi trovare anche una negativa".

 

Chang Wanquan, ministro della Difesa. Prima ancora degli attacchi di Rex Tillerson, scelto da Trump come prossimo segretario di Stato americano, le parole di Chang, ad agosto scorso, avevano fatto per un attimo tremare sulle intenzioni cinesi nel Mare Cinese Meridionale. "La Cina", aveva dichiarato, "deve essere pronta per una guerra nei mari". A novembre, da Kuala Lumpur, aveva lanciato un altro avvertimento agli Stati Uniti: le azioni degli Usa nel Mare Cinese Meridionale mettono a repentaglio "la pace e la stabilita' regionale". I "venti di guerra" sono tornati a spirare proprio nei giorni scorsi, quando Tillerson aveva paragonato la militarizzazione cinese delle isole contese nel Mare Cinese Meridionale alla presa della Crimea da parte della Russia e aveva dichiarato che Pechino non dovrebbe avere accesso a territori che non rientrano nei propri confini. Nonostante il ruolo di ministro, Chang non e' un funzionario di primissimo piano dell'esercito: le decisioni militari vengono prese soprattutto dalla Commissione Militare Centrale, presieduta dallo stesso Xi Jinping, e dai suoi due vice, Fan Changlong e Xu Qiliang.

 

I PIU' DISPONIBILI

 

Yang Jiechi, consigliere di Stato. Il piu' alto diplomatico di Pechino, fino al 2013 ministro degli Esteri, e' stato l'unico esponente delle alte sfere della politica cinese che ha incontrato membri della squadra di transizione di Donald Trump. A dicembre, durante uno stop over negli Stati Uniti, sulla via per il Messico, Yang ha incontrato l'ex generale Michael Flynn, national security adviser di Trump, e altri membri del team del presidente eletto. Dalla futura amministrazione repubblicana, Yang si augura un ruolo costruttivo nella risoluzione delle dispute, sia di politica estera, che di natura commerciale.

 

Gao Hucheng, ministro del Commercio. Di Gao non si conoscono dichiarazioni a favore o contro Trump, anche se il ruolo che ricopre lo portera' da venerdi' prossimo ad avere a che fare con le mire del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Il ministro del Commercio di Pechino attende Trump alla prova dei fatti, come ha lasciato intendere nella conferenza stampa di fine 2016, ma all'interno del Ministero da lui diretto si sono, pero', sollevate gia' voci critiche rispetto al futuro corso delle relazioni sino-statuntinesi. La presidenza Trump, "da quello che si e' detto, puo' avere un impatto su di noi", ha spiegato Li Guanghui, alto funzionario del Ministero, "ma dovremmo guardare alle misure specifiche dopo che avra' assunto l'incarico, piuttosto che alle dichiarazioni che ha fatto per vincere le elezioni".

 

Fu Ying. Direttrice del Comitato per gli Affari Esteri dell'Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese. Durante un convegno a New York, nel dicembre scorso, Fu ha definito "improbabile" una guerra commerciale tra Pechino e Washington: arrecherebbe troppo danno a entrambi Paesi e Trump e' un uomo d'affari "sufficientemente smart" da evitare un simile scenario. Fu ha chiesto a Washington di non politicizzare gli investimenti provenienti da Pechino, e ha gradito l'apertura della prossima amministrazione repubblicana all'ingresso nella Asian Infrastructure Investment Bank, la banca per lo sviluppo tra Asia ed Europa con sede a Pechino, alla quale Washington, sotto la presidenza Obama, aveva inizialmente deciso di non aderire.

 

 

Cina e Usa oltre lo stretto (di Taiwan)

 

Prima ancora di cominciare ufficialmente, quello tra la Cina e la futura amministrazione guidata da Donald Trump si preannuncia gia' come un rapporto complicato. Le dispute commerciali, valutarie, la politica estera, ma soprattutto il riconoscimento del principio della unica Cina messo a repentaglio dal futuro presidente degli Stati Uniti dividono profondamente le due sponde del Pacifico. La Cina e' rimasta sorpresa dalla scelta di Trump da parte degli elettori statunitensi: la vittoria di Hillary Clinton avrebbe lanciato un segnale di continuita' con la presidenza Obama e per Pechino, hanno spiegato gli analisti cinesi e stranieri, sarebbe stato piu' facile prevederne le mosse. La vittoria di Trump, invece, ha avuto un effetto destabilizzante: il giudizio sull'uomo e' cambiato molto dalla telefonata con il presidente cinese, Xi Jinping, il 16 novembre scorso. I giornali cinesi ne avevano inizialmente lodato l'attitudine da consumato businessman e la sua mentalita' lontana dagli schemi "da Guerra Fredda". Tutto, pero', e' cambiato il 2 dicembre scorso.

 

TAIWAN

 

Il "peccato originale" di Trump per Pechino e' stata la telefonata con la leader di Taiwan, Tsai Ing-wen, che ha contribuito a rimettere in gioco quello che per la Cina e' un assunto diplomatico imprescindibile: di Cina, al mondo, ce n'e' una sola, e Taiwan ne fa parte integralmente. Le successive dichiarazioni del 45esimo presidente degli Stati Uniti, sia sui media americani che via Twitter, non hanno fatto che aumentare la tensione. Dalla protesta formale spiccata poche ore dopo la telefonata, la Cina si e' dichiarata "seriamente preoccupata" per il futuro delle relazioni con l'amministrazione repubblicana che sara' guidata da Trump. La stampa di Pechino, in particolare il tabloid Global Times, lo ha definito a piu' riprese "ignorante" sui temi di politica estera e sui protocolli diplomatici, e negli ultimi giorni il tono degli editoriali e' salito ancora: Trump "gioca con il fuoco" sulla questione di Taiwan, titolava lunedi' scorso il quotidiano China Daily, e la Cina e' pronta a "togliersi i guanti" per affrontare il futuro inquilino della Casa Bianca. Il clima di scontro tra Cina e Stati Uniti su Taiwan ha generato dubbi anche sulla stampa americana, soprattutto per la subordinazione del riconoscimento del principio dell'unica Cina alla risoluzione delle questioni commerciali aperte tra Pechino e Washington, come indicato dallo stesso Trump. "Se la Cina si comportera' meglio, Trump voltera' le spalle a Taiwan? Chiedera' il permesso a Pechino prima di accettare un'altra chiamata?", si e' chiesto, in un editoriale, il Washington Post.

 

MARE CINESE MERIDIONALE

 

Non va meglio il rapporto con altri uomini dello staff del presidente eletto. Pechino non ha gradito le affermazioni dell'uomo scelto da Trump come prossimo segretario di Stato, Rex Tillerson, che in un'audizione al senato americano ha paragonato la militarizzazione di Pechino delle isole contese nel Mare Cinese Meridionale alla presa della Crimea da parte della Russia. Tillerson ha sostenuto che la Cina non dovrebbe avere diritto di accesso a territori che non fanno parte dei propri confini, osteggiando apertamente la pozione ufficiale cinese che, invece, li considera tali. La posizione di Pechino e' complicata dalla sentenza della Corte Permanente di Arbitrato dell'Aia che, a luglio scorso, ha negato ogni diritto a Pechino nel Mare Cinese Meridionale, ma la Cina non sembra avere rivali nella regione. Nonostante alcune proteste di Manila sulla militarizzazione delle isole artificiali, le Filippine hanno cambiato ufficialmente atteggiamento sulle rivendicazioni di Pechino: il nuovo presidente e uomo forte di Manila, Rodrigo Duterte, oggi corteggia apertamente la Cina per l'attrazione di investimenti e ha dichiarato la "separazione" dagli Stati Uniti, senza articolare il concetto. Gli Usa rimangono il vero ostacolo di Pechino nei mari dove transitano ogni anno, in media, oltre cinquemila miliardi di dollari di merci, una grossa fetta del commercio globale.

 

IL COMMERCIO E LO YUAN

 

Altro capitolo che si preannuncia spinoso nei rapporti con Trump saranno le dispute commerciali che il futuro inquilino della Casa Bianca minaccia di intraprendere contro le importazioni di made in China. In campagna elettorale, Trump ha dichiarato piu' volte l'intenzione di applicare dazi fino al 45% del valore delle importazioni cinesi e ha piu' volte ribadito che la Cina ha "stuprato" gli Stati Uniti portando via posti di lavoro. Nel commercio si concentrano anche alcuni degli uomini piu' critici verso la Cina del team di Trump, a cominciare dal nome piu' noto, quello di Peter Navarro, che sara' a capo del National Trade Council ideato proprio da Trump. Navarro ha spiegato le sue idee in libri come "Death by China" e "Crouching Tiger: what China's militarism means for the world", dove non risparmia critiche alla Cina, ma non e' l'unico osservato speciale di Pechino: nel mirino ci sono anche il futuro segretario al Commercio, Wilbur Ross, descritto come "devoto sinofilo" da Politico.com, ma dato anche come duro avversario della Cina sulle questioni commerciali, e il prossimo capo dello Us Trade Representative Office, Robert Lighthizer. Osservata speciale dell'amministrazione Trump sara' anche la valuta cinese. Una delle promesse della campagna presidenziale di Trump era quella di dichiarare la Cina un Paese che manipola la propria valuta, lo yuan o renminbi, una manovra che Pechino avrebbe attuato per sostenere le proprie esportazioni. Lo scorso anno, lo yuan ha perso quasi il 7% nei confronti del dollaro, e nel solo mese di novembre quasi il 2%, ma il parere prevalente tra gli economisti e' che la banca centrale cinese abbia cercato di sostenere la valuta di Pechino, non di affossarla.

 

I PUNTI A FAVORE: IL NUOVO AMBASCIATORE, GLI INCONTRI CON I BUSINESSMAN CINESI, E IL NO DI TRUMP AL TPP

 

Tra gli uomini scelti da Trump ce n'e' uno che sicuramente e' gradito a Pechino: il futuro ambasciatore statunitense in Cina, Terry Branstad, l'attuale governatore dell'Iowa che conosce Xi Jinping sin dagli anni Ottanta, quando il presidente cinese era un funzionario provinciale dell'agricoltura alla prima visita negli Stati Uniti. Il rapporto tra i due si e' consolidato con il passare degli anni e l'ultimo incontro risale al 2013, quando Xi lo ha ricevuto a Pechino poche settimane dopo essere stato nominato presidente cinese. Tra le note positive del rapporto Cina-Trump ci sono anche i contatti con i grandi nomi dell'industria cinese: settimana scorsa, alla Trump Tower di Manhattan, il presidente eletto degli Stati Uniti ha incontrato Jack Ma, il fondatore del colosso dell'e-commerce Alibaba, che ha ipotizzato un milione di posti di lavoro negli Usa grazie alle sue piattaforme on line. Prima ancora, il genero di Trump, Jared Kushner, aveva incontrato il presidente del gruppo cinese Anbang, Wu Xiaohui, che, secondo fonti citate dal New York Times, si sarebbe espresso positivamente sull'elezione di Trump. Non tutte le mosse in chiave protezionistica di Trump sembrano, pero', turbare Pechino. La decisione di Trump forse piu' apprezzata dal governo cinese e' la preannunciata uscita degli Usa dal Tpp, fin dal primo giorno alla Casa Bianca del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. La Trans-Pacific Partnership, che comprende gli Stati Uniti e undici Paesi dell'area Asia-Pacifico, ma esclude la Cina, non e' mai stata apprezzata da Pechino. La Cina spinge, invece, su un'altra alleanza regionale, la Rcep (Regional Comprehensive Economic Partnership) che comprende oltre alla Cina, il Giappone, la Corea del Sud, l'Australia, la Nuova Zelanda, l'India e i Paesi del sud-est asiatico, ma esclude gli Stati Uniti. "Il Tpp e' morto", aveva sentenziato un adviser di Trump venerdi' scorso ai microfoni dell'agenzia Reuters. Pechino non potrebbe chiedere un regalo migliore agli Usa sul piano del commercio globale.

 

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