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SU DIRITTI UMANI, CINA ALL'ESAME DELL'ONU

SU DIRITTI UMANI, CINA ALL ESAME DELL ONU


di Giovanna Tescione

Twitter@GiTescione


Roma, 22 ott. – Il giro di vite sui dissidenti del governo cinese sarà decisivo sulla scelta del Consiglio per i diritti umani dell'ONU riguardo l'ingresso della Cina. La Commissione si è riunita oggi a Ginevra per quello che rappresenta l'esame più importante per Xi Jinping, il primo dalla sua nomina a presidente. I diritti umani in Cina tornano quindi al centro della scena internazionale. Se la Cina sarà reputata all'altezza potrà a novembre avere un posto a sedere tra i 47 membri del Consiglio eletti a rotazione triennale.

Il Consiglio riesamina la situazione dei membri delle Nazioni Unite ogni quattro anni. A partecipare saranno i delegati delle nazioni membro, mentre le organizzazioni non governative potranno solo presentare rapporti, senza avere una voce diretta. I Paesi occidentali puntano il dito contro la Cina, accusata tra le altre cose di aver arrestato attivisti, e di imbavagliare internet. In prima linea gli Stati Uniti, che criticano la repressione religiosa delle minoranze etniche – tibetani e uiguri - nella regione autonoma del Xinjiang.

La Cina è pronta? AgiChina24 lo ha chiesto a Mo Shaoping, avvocato che da anni si batte per i diritti umani e che nel 2008 aveva difeso Liu Xiaobo, attivista e premio Nobel per la pace 2010 in carcere dal 2008. "Non sono io a poter dire se la Cina otterrà o meno il posto al Consiglio delle Nazioni Unite, il Consiglio ha dei propri parametri per deliberare sul tema, spero solo sia una valutazione oggettiva". Poi precisa: "Il punto chiave è se la Cina può o meno diventare membro del Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite; io personalmente credo non abbia le caratteristiche. Credo che la situazione sui diritti umani non sia buona".

Mo, più volte soggetto a restrizioni di ogni tipo e a stretto controllo, è stato uno dei primi firmatari della Charta 08, manifesto, il cui co-autore era stato lo stesso Liu, che chiedeva la libertà di associazione, un sistema legale indipendente e l'eliminazione del sistema a partito unico. Lo stesso Mo ha più volte difeso pro bono molti attivisti accusati di essere una minaccia per la sicurezza nazionale, come Xu Wenli, Yao Fuxin e Xiao Yunliang, organizzatori del Partito democratico di Cina (DPC).

Mo, vincitore del Premio French Government's Human Rights, non ha dubbi: la situazione dei diritti umani "è peggiorata negli ultimi anni", ha riferito ad Agichina24. Alla campagna contro la corruzione e 'le tigri e le mosche' di Xi Jinping ha in effetti fatto eco quella contro la diffusione di rumors online che solo negli ultimi mesi ha registrato centinaia di arresti tra i netizen e tra gli attivisti, come ad esempio Xu Zhiyong, l'attivista e avvocato promotore del New Citizen Movement che chiede l'introduzione della democrazia e dello stato di diritto arrestato ad agosto.

"Spero che la decisione del Consiglio dei diritti umani dell'ONU possa servire a far risvegliare le coscienze in Cina. Qualsiasi sia il responso, la valutazione della comunità internazionale farà capire a tutti come stanno veramente le cose e che c'è qualcosa da cambiare. Ma soprattutto la mia speranza è che la delibera del Consiglio venga tradotta in cinese, solo così potrà arriverà al popolo. I media cinesi sono soggetti a stretto controllo, non c'è libertà di stampa, ed è possibile che il governo cinese non vorrà rendere pubblica la decisione del Consiglio. Ecco, io spero che qualsiasi sia il verdetto venga tradotto in cinese e che arrivi alla gente comune".

Presente alla sessione una delegazione cinese tra cui, Wu Hailong, inviato speciale del ministero degli Esteri cinese che ha iniziato la sessione sottolineando i passi in avanti fatti dalla Cina, ma riconoscendo al tempo stesso le difficoltà di un grande Paese in rapida crescita con una popolazione di più di 1,3miliardi di persone e 56 gruppi etnici. "Sin dall'ultima revisione nel 2009, quando la Cina ha accettato le 42 raccomandazioni dagli altri paesi, è stata ridotta la povertà, rafforzate le riforme del sistema giudiziario e la protezione dei gruppi delle minoranza etniche, oltre ad aver contribuito a diffondere il diritto allo sviluppo tra tutti i Paesi non industrializzati", ha dichiarato Wu, aggiungendo che la Cina è "consapevole delle difficoltà e delle sfide che ancora restano da affrontare sul tema dei diritti umani".

Scetticismo dalle delegazioni occidentali che hanno sollevato forti accuse sul tema dei diritti umani in Cina. Preoccupato anche l'incaricato d'affari dell'Australia che ha espresso il suo rammarico circa le denunce "di molestie e punizioni arbitrarie dei difensori dei diritti umani", che vede il coinvolgimento di avvocati, attivisti e delle loro famiglie.

Duro anche l'appello dell'ambasciatore tedesco Hanns Schumacher che ha esortato la Cina a garantire la libertà di opinione e di espressione anche su Internet e di continuare a riformare il sistema giudiziario penale, abolendo nello specifico la Rieducazione attraverso il lavoro. "Bisogna ulteriormente ridurre il numero di crimini per i quali è prevista la pena di morte, rendendo noti i dati sulla pena capitale e sulle esecuzioni", ha sottolineato l'ambasciatore.

Ed è questo l'altro tema scottante al vaglio del Consiglio. Ma sulla pena di morte la Cina non è disposta a fare concessioni: "il governo cinese ha intenzione di mantenere la pena di morte, attuando però uno stretto controllo sul proprio utilizzo", ha dichiarato uno dei delegati che ha preso parte alla sessione.

Mentre gli occhi sono puntati su Ginevra, da Pechino la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, fa sapere che "la Cina è pronta a collaborare con gli altri Paesi sul tema dei diritti umani ma sulla base del rispetto reciproco", aggiungendo che "la Cina è contro ogni tipo di critica di parte e maligna".

 

 

 

TIBET: NESSUNA VIRATA SU POLITICHE RESTRITTIVE 


di Sonia Montrella

Twitter@SoniaMontrella

 

Roma, 22 ott.- Nessuna inversione di marcia sulle politiche restrittive in Tibet: Pechino lo ha ribadito forte e chiaro nel libro bianco sulla regione autonoma rilasciato oggi e in cui definisce "corrette" le misure applicate nel territorio tibetano. Stroncato anche "il mito di un Tibet una volta idilliaco".

La regione, ha più volte ribadito il governo cinese, "ha versato in condizione di povertà e stagnazione economica fino al 1959 quando le truppe comuniste hanno pacificamente liberato il Tibet e introdotto le riforme economiche".

La nomina di Xi Jinping aveva nutrito le speranze di molti riguardo un ammorbidimento della linea governativa, aspettative alimentate in parte dal fatto che il padre del presidente cinese, l'ex premier Xi Zhongxun, aveva uno stretto legame con il Dalai Lama. L'ipotesi non è nemmeno al vaglio tra le stanze di Zhongnanhai, il quartier generale del PCC, o almeno non a breve.

Nel lungo libro bianco pubblicato dall'agenzia Xinhua, Pechino sottolinea che sotto il governo cinese il Tibet ha raggiunto molti successi. "Oggi è una regione economicamente sviluppata, che ha compiuto dei progressi politici, ha una cultura fiorente, una società armoniosa e un buon ambiente. Il popolo è felice e sano". Tutto ciò "non può essere separato dal sentiero corretto" che ha imboccato.

E ai detrattori, ai critici di ogni parte del mondo, il governo cinese risponde: "Qualunque persona imparziale sarebbe impressionata dal progresso che la Cina ha portato in Tibet". Tuttavia, si legge ancora nel libro bianco, "tanti nel mondo distorcono intenzionalmente il passato e il presente a causa dei loro pregiudizi e spinti dai propri interessi". "Hanno creato il mito dello Shangri-La cercando di mantenere per sempre il Tibet a uno stato primitivo".

Lo stesso Dalai Lama, il leader spirituale tibetano in esilio a Dharamsala, in India, dal 1959, "spinge per un'indipendenza della regione per sabotare lo sviluppo e la stabilità" prosegue il documento.

Intanto, in mattinata a Ginevra attivisti pro-Tibet si sono dati appuntamento al quartier generale delle Nazioni Unite per protestare contro il controllo cinese in Tibet prima della riunione del Consiglio per i Diritti Umani convocata per esaminare i risultati della Cina sul tema. In ballo c'è la sua ammissione tra i 47 membri del Consiglio. Il gruppo di manifestanti si è  arrampicato sul tetto del Palais des Nations e una volta in cima, i militanti sono riusciti a issare un grande striscione di colore bianco con sopra scritto 'Diritti Umani in Cina - Nazioni Unite, ergetevi a difesa del Tibet'. Quattro di loro sono stati arrestati. Da Pechino la portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, ha affermato che il suo Paese "è intenzionato a collaborare e a dialogare in materia, nello spirito dell'eguaglianza e del reciproco rispetto", ma "si oppone fermamente a questo genere di critiche preconcette e malevole".

Il libro bianco arriva in un momento segnato da una particolare tensione tra il governo centrale cinese e la regione autonoma. Nelle scorse settimane nell'area tibetana di Driru - Biru, in cinese - si sono registrati alcuni incidenti tra la popolazione locale e le forze di polizia che hanno portato, secondo i rapporti di due diverse associazioni in difesa dei diritti dei tibetani, a circa sessanta feriti. Gli scontri erano stati preceduti da una fase di tensione da parte di alcuni gruppi di tibetani colpevoli, secondo le autorità, di avere disubbidito all'ordine di esporre la bandiera rossa a cinque stelle della Cina in occasione del sessantaquattresimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, il primo ottobre scorso. Non è ancora chiara la dinamica della colluttazione, né se le forze dell'ordine abbiano usato gas lacrimogeni o proiettili.

Pochi giorni dopo Pechino ha rigettato la decisione dell'Alta Corte spagnola di avviare un procedimento per genocidio nei confronti di alcuni alti leader cinesi, tra cui gli ex presidenti Jiang Zemin e soprattutto Hu Jintao, tra i principali accusati dal gruppo di esuli tibetani che ha fatto causa al governo cinese, per le politiche repressive messe in atto nella regione autonoma tra il 1988 e il 1992, periodo che coincide con la guida di Hu come capo del Partito Comunista Cinese in Tibet.

"Ci opponiamo fermamente a ogni Paese o persona che tenti di sfruttare questo tema per interferire con gli affari interni della Cina" ha replicato Pechino per bocca della portavoce Hua Chunying, che ha definito "sinistro" il tentativo del gruppo di esuli tibetani di "distruggere le relazioni tra la Cina e il Paese in questione e di attaccare il governo cinese".

Negli ultimi due anni oltre 120 monaci si sono dati fuoco in segno di protesta contro il governo cinese. Cosa vogliono i tibetani? Per Pechino le immolazioni "sono provocate dalle attività criminali di gruppi ispirati dal Dalai Lama, che sacrificano vite umane per conseguire il loro obiettivo politico, cioè l'indipendenza del Tibet". La stampa cinese dipinge il Dalai Lama come un "un lupo travestito da agnello", che ispira politiche separatiste per tornare in Tibet come monarca assoluto.

I tibetani, da parte loro, lamentano le politiche di Pechino e denunciano un processo di "sinizzazione forzata", descritto come un vero e proprio "genocidio culturale".
  Il Dalai Lama, Tenzin Gyatso - che ha rinunciato al doppio status politico e religioso e mantiene per sé il ruolo di guida spirituale - nega da tempo di puntare alla secessione e invoca una soluzione capace di concedere maggiore autonomia all'etnia tibetana.

AgiChina24 lo ha chiesto a Mo Shaoping, avvocato per i diritti umani e difensore di Liu Xiaobo: "Spero che la situazione si possa risolvere e che le intenzioni del Dalai Lama vengano riportate in modo oggettivo e imparziale, in modo che tutti possano rendersi conto di come stanno le cose.  I media cinesi fanno passare le voci che il Tibet si vuole separare, ma in realtà io non credo sia così".

 

22 ottobre 2013

 

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