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RIAPRE YUE YUAN, OPERAI TORNANO A LAVORO

RIAPRE YUE YUAN, OPERAI TORNANO A LAVORO


di Giovanna Tescione
Twitter@GiTescione

Roma, 28 apr. – Sono tornati a lavoro molti degli operai della Yue Yuen, la fabbrica di scarpe di Dongguan (nella provincia del Guangdong) al centro di un maxi sciopero durato due settimane. La protesta ha visto oltre 30mila lavoratori scendere in strada  contro i mancati pagamenti dell'assicurazione sanitaria, le dure condizioni di lavoro e il rifiuto dell’azienda di contribuire come d'accordo alle spese immobiliari. Gli operai, secondo quanto dichiarato da alcuni di loro all’agenzia internazionale Reuters, sarebbero riusciti ad ottenere alcune delle richieste avanzate.

Nel frattempo questa settimana è stato arrestato, e poi rilasciato due giorni dopo, Zhang Zhiru, attivista del lavoro che da sempre si batte per i diritti dei lavoratori e che si è impegnato in prima linea nello sciopero degli operai della Yue Yuen per aiutarli a organizzare la protesta.

La Yue Yuen, fabbrica di Dongguan che produce modelli di alcuni dei più grandi marchi a livello mondiale, come Nike, Adidas e Timberland, è rimasta ferma dal 14 aprile scorso quando gli operai hanno dato vita al più grande sciopero mai visto dalla riforma del mercato avuta negli anni ’70, costringendo l’azienda tedesca Adidas a spostare gli ordini verso altri fornitori sul territorio cinese e causando perdite per oltre 27 milioni di dollari (circa 19.4  milioni di euro).

Ma la fabbrica nega di aver violato i regolamenti sui pagamenti dell’assicurazione. “Non c’è alcun illecito. Siamo sempre stati conformi alle leggi del governo centrale”, ha dichiarato all’agenzia internazionale Reuters George Liu, direttore esecutivo della Yue Yuen.


28 aprile 2014


SCIOPERI A DONGGUAN, DECINE DI MIGLIAIA
 

CONTRO LA FABBRICA DI SCARPE YUE YUEN


di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest

 
Pechino, 17 apr. - Si allargano gli scioperi dei lavoratori della Yue Yuen, la fabbrica di scarpe di Dongguan che produce modelli di alcuni dei più grandi marchi a livello mondiale, come Nike, Adidas e Timberland. Nelle scorse ore sono scesi per le strade oltre trentamila dipendenti per protestare contro i mancati pagamenti dell'assicurazione sociale, secondo i calcoli effettuati da China Labour Watch: diversi di loro, secondo l'associazione in difesa dei diritti dei lavoratori cinesi, sono stati colpiti o malmenati dalle forze dell'ordine locali. Dongguan è una località della provincia sud-orientale del Guangdong, una delle aree più ricche della Cina.
 
I lavoratori della maxi-azienda avevano iniziato gli scioperi già il 5 aprile scorso, ma la protesta era presto rientrata dopo che i vertici della società si erano rifiutati di ascoltare le richieste dei dipendenti. Gli scioperi sono ripresi in maniera più massiccia nei giorni scorsi, e assieme ai dipendenti hanno sfilato per le strade anche alcuni avvocati della Chunfeng Labour Dispute Service, una ONG con sede a Shenzhen che si è offerta di prestare assistenza legale ai dipendenti. Ieri circa tremila lavoratori in sciopero hanno preso parte a una marcia di protesta lungo le vie della città.

Delle proteste della Yue Yuen si sono occupati anche i media cinesi. Oggi, il quotidiano cinese China Daily ha dedicato un editoriale agli scioperi di Dongguan e ai problemi del sistema di sicurezza sociale in Cina. "Ripagare i benefit di migliaia di lavoratori potrebbe portare il gruppo alla bancarotta" ha dichiarato al quotidiano cinese un funzionario di Dongguan. Secondo un executive della Yue Yuen che ha chiesto di restare anonimo, solo a mille dei 45mila lavoratori della Yue Yuen sarebbero stati pagati i fondi per la casa. Il manager ha poi aggiunto che tutti i lavoratori sono coperti dal programma di sicurezza sociale, anche se l'ammontare pagato dal gruppo è più basso di quanto richiesto dalla legge, e come conseguenza i lavoratori, una volta in pensione, riceveranno meno di quanto sarebbe loro dovuto.
 
Il vero problema potrebbe essere un altro, per i lavoratori della Yue Yuen, ovvero quello di perdere il lavoro, per la decisione dell'azienda di delocalizzare la produzione nei Paesi del sud-est asiatico come Vietnam, Cambogia e Thailandia, dove risparmierebbero, secondo i calcoli di Standard Chartered Bank, fino al 20% dei costi che sono costretti ad affrontare in Cina. Ma non c'è solo la delocalizzazione a minare il lavoro degli operai: la città di Canton, scriveva ieri la Xinhua, mira entro il 2020, a coprire il lavoro della manodopera industriale ricorrendo ai robot, che non hanno bisogno di assicurazione sociale e neppure di stipendio.


17 aprile 2014


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