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CHEN JIPING, LAOJIAO VERSO L'ABOLIZIONE A MARZO

CHEN JIPING, LAOJIAO VERSO L ABOLIZIONE A MARZO


di Sonia Montrella
Twitter@SoniaMontrella


Roma, 21 gen.- La rieducazione attraverso il lavoro avrà vita breve: dopo le dichiarazioni delle scorse settimane che avevano annunciato la svolta radicale, arriva la conferma di un esponente della alte sfere del potere cinese. E con essa alcuni dettagli. Chen Jiping, vice direttore della China Law Society ha riferito al quotidiano "China Daily" nel corso di un'importante riunione, il partito ha stabilito di limitare il ricorso al rigido sistema del laojiao fino al prossimo marzo, quando andrà in scena l'Assemblea Nazionale del Popolo, una sorta di Parlamento cinese cui spetterà il compito di approvare o meno la decisione. "La fine del sistema  - spiega Chen - richiede l'approvazione del più alto organo legislativo che per primo ha appoggiato il laojiao nel 1957".

Chen ha poi sottolineato come il sistema abbia dato il suo contributo in un'epoca in cui il Partito Comunista stava rafforzando la repubblica e perfezionando l'ordine sociale, ma ormai la Cina ha un sistema legale consolidato. Al suo posto scatteranno pene alternative per chi è accusato di reati secondari.  I commenti arrivano dopo che il nuovo leader del PCC e prossimo presidente della Repubblica Popolare, Xi Jinping, ha dichiarato che il partito riconosce come un "problema urgente" il fatto di "non essere più in contatto con il popolo".

 

 

DOPO 55 ANNI PECHINO DICE ADDIO AL LAOJIAO


di Eugenio Buzzetti

twitter@eastofnoeast



Pechino, 07 gen. - Il sistema del laojiao, i campi di rieducazione attraverso il lavoro, potrebbe essere riformato entro la fine di quest'anno. "Il governo cinese - riferisce l'agenzia di stampa statale Xinhua - promuoverà quest'anno la riforma del controverso sistema di rieducazione attraverso il lavoro, in base a quanto stabilito in una conferenza nazionale politica e legale tenutasi oggi". La riforma dei laojiao è un dibattito aperto da anni in Cina.
  Originariamente concepito per chi si è reso responsabile di piccoli reati, come il furto, la truffa o l'aggressione, il laojiao viene usato spesso nei confronti di attivisti politici, intellettuali e avvocati per i diritti civili. La detenzione può durare fino a quattro anni.

 

Ancora non è chiaro se la riforma significherà una completa abolizione del sistema. Nelle scorse ore si erano diffuse voci secondo le quali, il capo del dipartimento affari politici e legali, Meng Jianzhu, avrebbe affermato che il sistema di rieducazione attraverso il lavoro sarebbe stato abolito entro il 2013. Meng aveva ricoperto fino agli ultimi giorni di dicembre la carica di ministro della Pubblica Sicurezza. Lo scoglio più grosso al passaggio della riforma è costituito dall'approvazione da parte dell'Assemblea Nazionale del Popolo, che si riunirà a marzo. Qualora il sistema dei laojiao venisse abolito completamente sarebbe la fine di una pratica in vigore dal 1957 per imprigionare i dissidenti. Secondo i dati ufficiali sono 350 i campi di lavoro in tutta la Cina, e ospitano circa 160mila detenuti, ma secondo altre fonti il numero dei centri di detenzione e dei prigionieri sarebbe molto più alto. Il laojiao è un sistema extra-giudiziale che permette la detenzione nei campi di lavoro.

 

La riforma del sistema dei campi di rieducazione attraverso il lavoro si inserisce in un quadro più ampio di riforma del sistema legale caro al nuovo segretario generale del partito e prossimo presidente cinese, Xi Jinping. Durante il suo viaggio a Shenzhen del mese scorso, Xi aveva fatto riferimento all'importanza dello stato di diritto nel Paese. Una mossa, questa, che appare in controtendenza rispetto alle misure più conservatrici degli ultimi anni: sotto la guida di Zhou Yongkang, il dipartimento per gli affari politici e legali aveva fatto largo uso di misure extragiudiziali nei confronti di dissidenti e attivisti, attirando le critiche di chi riteneva che lo stesso Zhou concentrasse troppo potere su di sé. Zhou è stato fino al novembre scorso il numero nove della gerarchia del PCC, e membro del Comitato Permanente del Politburo, vertice del potere cinese.

 

Già dalla metà del 2012 si erano intensificati gli appelli dei leader del PCC a prestare una maggiore attenzione ai temi della giustizia e dello stato di diritto. Il sistema dei laojiao è andato incontro a critiche crescenti in patria negli scorsi mesi, dopo il caso di Tang Hui, una donna che era stata condannata a un anno e mezzo in un campo di lavoro per avere chiesto una pena più severa per l'uomo che aveva rapito e stuprato la sua figlia di 11 anni. In quell'occasione, un gruppo di dieci avvocati aveva portato all'attenzione degli internauti cinesi la storia della donna e aveva chiesto la fine dei laojiao con una lettera aperta al governo in cui spiegava che le punizioni inflitte ai detenuti potevano portare a casi di abuso di potere. Nel novembre scorso, poi, un editoriale del Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del PCC, aveva definito i campi di lavoro come uno "strumento per attacchi e rappresaglie" citando il caso di Ren Jianyu, funzionario locale di un distretto di Chongqing, condannato nel 2011 alla detenzione in un campo di lavoro per essersi opposto alla "campagna rossa" di stampo neo-maoista dell'ex leader di Chongqing, il deposto Bo Xilai. Ren è stato liberato il 20 novembre scorso, dopo oltre un anno e mezzo di detenzione.

 

Il sistema dei laojiao è da anni sottoposto alle critiche delle organizzazioni non governative. Già nel 2008 si erano diffuse voci di una possibile abolizione del sistema di rieducazione attraverso il lavoro, puntando l'accento sul fatto che solo dopo l'incarcerazione il condannato sarebbe stato sottoposto a giudizio, pratica contraria a diversi articoli della Costituzione e di altri testi del diritto cinese. Nonostante il dibattito sui laojiao sia aperto da diversi anni in Cina, la possibilità di una riforma incontra ancora forti resistenze da parte dei più conservatori, come Wang Shengjun, presidente della Corte Suprema del Popolo, che anche di recente ha rispolverato il tema dell'importanza dei campi di lavoro per la stabilità sociale, cavallo di battaglia di chi si oppone alla loro abolizione e più in generale alla riforma del sistema legale cinese. 

 

LAOGAI O LAOJIAO?



Che si tratti di una riforma o di una totale abolizione, si tratterebbe di una svolta epocale che non eliminerebbe però il sistema punitivo dei lavori forzati ancora in vigore in Cina. Il più noto sistema di detenzione è quello dei laogai, portato all'attenzione mondiale da Harry Wu, che ha trascorso 19 anni della sua vita in questi centri prima di essere liberato. Ma non è l'unico.



Laogai, abbreviazione di laodong gaizao, in cinese "riforma attraverso il lavoro" è un termine utilizzato per indicare una forma di detenzione in vigore nella Repubblica Popolare Cinese, assimilabile a un campo di lavoro forzato. Documenti ufficiali del Partito Comunista Cinese parlano del laodong gaizao come "un processo di riforma dei criminali attraverso il lavoro, essenzialmente un metodo efficace per eliminare i criminali e i controrivoluzionari". Una delle accuse più comuni per i detenuti è quella di "tentata sovversione del potere dello Stato". I laogai , che si ispirano ai gulag sovietici, hanno il doppio scopo di incarcerare i dissidenti ed essere una fonte inesauribile di manodopera gratuita per il modello economico cinese. Sono equiparati a "ditte speciali" dove i detenuti sono costretti a lavorare per turni anche di sedici-diciotto ore consecutive e a subire l'indottrinamento politico. I prigionieri dei laogai sono stati preventivamente condannati da un tribunale, a differenza dei detenuti nei laojiao per i quali basta solo una direttiva emessa da un organo di Pubblica Sicurezza.



 Il numero dei centri di detenzione è un segreto di Stato, e le cifre reali sono estremamente più alte di quelle ufficiali, secondo le stime della Laogai Research Foundation che calcola in almeno quattro-sei milioni il numero di prigionieri dei laogai dalla loro istituzione, avvenuta ai tempi di Mao Zedong. Ogni cinese avrebbe quindi in famiglia o tra le proprie conoscenze qualcuno che è stato "riformato". Tra le violazioni dei diritti umani più comuni all'interno dei centri di "rieducazione attraverso il lavoro" ci sono le torture, che avvengono per mezzo di scariche elettriche, pestaggi, metodi di privazione del cibo e del sonno, e turni di lavoro che possono arrivare fino a sedici-diciotto ore al giorno: qualora non venisse raggiunta la quota di produzione prevista, i detenuti, come punizione, potrebbero vedersi sottratto il cibo. Le stesse condizioni di lavoro possono essere altamente rischiose, come all'interno di una miniera, o in presenza di prodotti chimici tossici. Anche in casi di condizioni migliori, i detenuti non vengono in ogni caso pagati per il loro lavoro. Dopo la riforma del sistema penale del 1994, il termine laogai scompare dall'ordinamento giuridico cinese, e viene sostituito da jianyu, che indica più semplicemente il carcere. Formalmente il laogai non esisterebbe più, ma la pratica della "rieducazione attraverso il lavoro" non sarebbe mai smessa. Che si chiamino laogai o laojiao, la condanna ai lavori forzati è ancroa un grosso affare. La sostanza, insomma, rimane inalterata, e i laogai/laojiao continuano a rimanere parte integrante del sistema economico cinese. Nella definizione dei centri di rieducazione attraverso il lavoro del 1988, l'Ufficio dei Laogai del Ministero della Giustizia cinese non fa mistero della loro natura di sfruttamento della manodopera a costo zero. "Il compito fondamentale dei laogai è la punizione e la rieducazione dei criminali.
  Più concretamente, questi centri assolvono a tre funzioni: punizione dei criminali e loro sorveglianza; rieducazione dei criminali; organizzazione dei criminali in squadre di lavoro e produzione, che permettono di creare ricchezza per la società. Le nostre unità Laogai sono al tempo stesso dei riformatori e delle aziende speciali".



Laojiao forma breve di laodong jiaoyang, significa "rieducazione attraverso il lavoro" e indica la pratica di imprigionare i dissidenti in vigore dal 1957.  Il laojiao è un sistema extra-giudiziale di detenzione nei campi di lavoro che sottopone ai lavori forzati chi si è reso responsabile di piccoli reati, come il furto, la truffa o l'aggressione, ma viene usato spesso anche nei confronti di attivisti politici, intellettuali e avvocati per i diritti civili. La detenzione può durare fino a quattro anni. I prigionieri dei laojiao non hanno subito alcun processo, né sono stati sottoposti ad alcuna procedura penale. Chi si oppone alla loro riforma, come il presidente della Corte Suprema cinese, Weng Shengjun, adduce come principale motivazione quella del "mantenimento della stabilità sociale" per il potere di deterrenza dei laojiao. Secondo i ddati ufficiali, i laojiao sarebbero circa 350 e ospitano tuttora circa 160mila detenuti. Entrambi i sistemi, quello del laogai e quello del laojiao vengono condannati dalle organizzazioni non governative che difendono i diritti umani e civili. Le altre forme di detenzione cinesi sono il jianyu, ovvero il carcere, per i detenuti comuni, e i centri di detenzione in cui scontano la loro pena i minorenni (shaoguan suo) assimilabili ai nostri riformatori.

 

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