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CASO NYT, LI KEQIANG INVITA USA A COLLABORARE

CASO NYT, LI KEQIANG INVITA USA A COLLABORARE <br />


di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest


Pechino, 1 feb. - Mentre gli Stati Uniti pensano a nuove iniziative per contrastare l'attacco informatico cinese dopo le accuse a Pechino di pirateria informatica da parte dei quotidiani New York Times e Wall Street Journal, il governo cinese getta acqua sul fuoco delle polemiche tramite il suo vice primo ministro, Li Keqiang. I due Paesi, ha dichiarato Li, "dovrebbero lavorare insieme sulle materie di interesse comune". Senza fare un riferimento preciso alle accuse di pirateria informatica mosse dai due quotidiani statunitensi, il vice premier cinese ha poi sottolineato durante l'incontro con Ed Royce, presidente del Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, che Cina e Stati Uniti devono "aumentare la fiducia reciproca e gestire insieme differenze attriti".

Nelle scorse ore, due funzionari statunitensi hanno dichiarato che il governo Usa sta preparando un sistema di valutazione degli attacchi informatici, il National Intelligence Estimate (NIE) che rivelerà l'entità economica delle minacce ai sistemi informatici statunitensi, in particolare quelle provenienti dalla Cina. Secondo uno dei due funzionari interpellati, verrà rivelato anche il ruolo del governo cinese negli attacchi. "Dobbiamo mettere in chiaro con i cinesi che -ha dichiarato il Segretario di Stato americano uscente Hillary Clinton- che non sono gli unici a produrre azioni di pirateria informatica, che gli Stati Uniti prenderanno provvedimenti per proteggere non solo il governo, ma anche il settore privato, da questo tipo di intrusioni illegali".

Nella giornata di ieri le due testate statunitensi avevano affermato di essere state coinvolte in attacchi informatici da parte di Pechino. La risposta di Pechino, per bocca del portavoce del ministero degli Esteri, Hong Lei, è stata immediata. "E' del tutto irresponsabile -aveva dichiarato il funzionario cinese- affermare senza alcun motivo e prove certe che la Cina è artefice di un attacco hacker". Particolarmente noto è il caso del New York Times, che nell'ottobre scorso -alla vigilia del Congresso del Partito Comunista Cinese- aveva pubblicato una dettagliata inchiesta sulle fortune accumulate dalla famiglia del primo ministro cinese uscente Wen Jiabao, da quando, nel 1998, aveva assunto la carica di vice primo ministro. Il sito web del New York Times è stato immediatamente oscurato dalla censura di Pechino, e a tutt'oggi non è visibile in Cina senza l'aiuto di un sistema di virtual private network (VPN) che aggiri la rete internet cinese.

 

 

NYT: "NOI VITTIME DI HACKER PER INCHIESTA SU WEN JIABAO"

 

di Sonia Montrella
Twitter@SoniaMontrella


Roma, 31 gen.- Nuova bufera tra il New York Times e Pechino. Sul tavolo, ancora una volta, l'inchiesta scoop del quotidiano sul patrimonio occulto del premier Wen Jiabao. Oggi il NYT ha fatto sapere che da oltre 4 mesi è sotto l'attacco degli hacker cinesi, con le prime infiltrazioni - risalgono allo scorso ottobre, quando il corrispondente da Shanghai David Barboza pubblicò l'articolo – subito censurato in Cina - sulla fortuna accumulata, non proprio alla luce del sole, dal premier e dalla sua famiglia che ammonta a 2,7 miliardi di dollari.

Immediata la smentita di Pechino: "E' del tutto irresponsabile asserire, senza alcun motivo e  prove certe, che la Cina è artefice di un attacco hacker" ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri Hong Lei nel corso dell'appuntamento di oggi con i media. Poi Hong ha ribadito che "la Cina stessa è vittima di attacchi" auspicando che i responsabili "possano presto assumere un atteggiamento responsabile sulla questione".

Ma ai piani alti del grattacielo firmato Renzo Piano non hanno dubbi: "Negli ultimi mesi, gli hacker cinesi si sono infiltrati nel nostro sistema informatico e rubato le password di giornalisti e impiegati. Gli esperti di sicurezza assunti dal NYT sostengono che gli hacker hanno fatto breccia nella rete usando metodi simili a quelli utilizzati in altre 'missioni informatiche' dall'esercito cinese" ha spiegato il quotidiano statunitense.
Nel mirino l'account di Barboza e di Jim Yardley, ex corrispondente da Pechino e ora al desk India, e di altri 53 impiegati. "Nessun file o email sensibile relativa all'inchiesta su Wen Jiabao è stato scaricato o copiato".  Sempre secondo gli esperti, inoltre, non ci sono indizi né prove che riportano a tentativi di accesso a materiali non collegati con al caso Wen. Obiettivo degli hacker, sostengono al NYT, è quello d individuare i nomi delle persone che hanno aiutato Barboza a condurre l'inchiesta.

L'articolo ha macchiato l'immagine di leader vicino al popolo e allergico alla corruzione che il premier si era costruito negli anni. E lo ha fatto alla fine della sua carriera: a marzo Wen lascerà ufficialmente il posto al futuro primo ministro Li Keqiang, già nominato tra i nuovi sette potenti della Cina lo scorso novembre alla conclusione del XVIII Congresso del PCC.

L'articolo di Barboza dimostrava come alcune decisioni riferibili all'amministrazione Wen abbiano favorito i business dei familiari del premier, pur senza alcuna prova di un intervento diretto del primo ministro a sostegno degli affari di famiglia. In particolare, sulla base di documenti e registri riservati di numerose società, l'inchiesta dimostrava come l'intera famiglia di Wen si sia enormemente arricchita a partire dal 1998, quando 'Nonno Wen' – come viene soprannominato in tono sarcastico - ottiene la carica di vicepremier. E il tutto ruota intorno alla Ping An Insurance, la prima società di servizi finanziari cinese: la madre di Wen Jiabao, Yang Zhiyun, sarebbe l'intestataria di un pacchetto di 120 milioni di dollari della società, mentre il figlio, Wiston Wen, sarebbe stato uno dei principali fornitori della compagnia quando era a capo della Unihub, società del settore delle telecomunicazioni. Anche il fratello e la nuova del premier detengono una partecipazione azionaria nella società.

Il pugno duro della censura non si è fatto attendere: sul web cinese il sito del New York Times è stato oscurato qualche ora dopo la pubblicazione dello scoop e è rimasto irraggiungibile per diverso tempo dopo, come già avvenuto a giugno fa a Bloomberg dopo la diffusione di un articolo simile sul futuro presidente Xi Jinping.

 

 

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