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Il tour del Presidente

XI JINPING IN ASIA CENTRALE
E LA “NUOVA VIA DELLA SETA”

XI JINPING IN ASIA CENTRALE <br />  E LA “NUOVA VIA DELLA SETA”


di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 17 set. - Il viaggio in Asia centrale delle scorse settimane di Xi Jinping non ha portato solo importanti accordi energetici per Pechino. La Cina ha mosso un altro passo come protagonista in Asia centrale, a scapito di Mosca. La grande novità portata da Xi Jinping è la proposta di una "economic belt" tra i Paesi dell'Asia centrale per la costruzione di una "Nuova Via della Seta". Il termine ha fatto la sua prima comparsa il 7 settembre scorso, durante un discorso alla Nazarbayev University di Astana, capitale del Kazakistan, seconda tappa del primo viaggio da capo di Stato di Xi Jinping in Asia centrale. Agli studenti dell'ateneo che porta il nome del presidente kazako in carica dal 1990, Xi ha accennato ad alcuni cardini della sua idea: integrazione delle economie dei Paesi un tempo attraversati dalla Via della Seta, cooperazione in campo commerciale e normativo, rimozione delle barriere che scoraggiano gli investimenti e l'assicurazione che la Cina non cercherà mai di intromettersi nella sfera politica dei singoli Stati o di giocare un ruolo dominante con i suoi vicini. L'aggettivo "nuova" accanto all'espressione "Via della Seta" è invece da imputare all'accordo, firmato durante il summit dei Paesi membri della Shanghai Cooperation Organization (SCO), di cooperazione per l'innovazione tecnologica della regione. Le dichiarazioni di principio e le promesse non sono mancate. L'esercizio di soft power che Pechino ha messo in mostra è servito a tenere unito il filo conduttore dei viaggi in Asia centrale di Xi Jinping: l'approvvigionamento delle risorse.

 

Durante il tour in Asia centrale, il presidente cinese ha firmato accordi energetici con tutti i Paesi della regione per assicurare a Pechino i rifornimenti di gas: i momenti più importanti sono stati due. Il primo è avvenuto ad Ashgabat, durante il suo primo viaggio da capo di Stato in Turkmenistan, che dal 2020 fornirà 25 miliardi di metri cubi di gas all'anno a Pechino tramite la condotta che trasporta il gas dall'Asia centrale a Kashgar, nell'estremo ovest della Cina, vicino ai confini con l'Asia centrale. Assieme al suo omologo turkmeno, Kurbanguly Berdymukhamedov, in una cerimonia forse un po' kitsch, ma di sicura portata mediatica, Xi Jinping ha premuto un mappamondo con la bandiera cinese per inaugurare il giacimento di gas di Galkynysh, termine che nell'idioma turkmeno significa "rinascita", il secondo al mondo per riserve contenute. Il Turkmenistan è il quarto produttore al mondo di gas: l'accordo con la Cina rende tutti contenti, con Ashgabat che potrà evitare il passaggio del gas dal territorio russo per portarlo a Pechino, che è oggi il principale partner commerciale del Paese centro-asiatico e importa gas per circa venti miliardi di metri cubi, quasi il doppio rispetto alla quota importata da Mosca.

 

La rete di accordi tessuta da Xi Jinping nei giorni scorsi ha visto protagonisti, di volta in volta, anche gli altri Paesi della regione. Con il presidente uzbeko, Islam Karimov, Xi Jinping ha concluso un accordo di cooperazione energetica del valore di 15 miliardi di dollari per gas, petrolio e uranio. A Bishkek, durante il summit dei Paesei membri della Shanghai Cooperation Organization (SCO) -l'organizzaizone intergovernativa che raggruppa Russia, Cina e le quattro Repubbliche ex sovietiche di Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan- ha incontrato il presidente tagiko, Ehmomali Rakhmon, con cui ha firmato l'accordo di cooperazione per la costruzione della tratta tagika del gasdotto che attraversa l'Asia centrale, lunga circa quattrocento chilometri. Con l'accordo, secondo quanto dichiarato dallo stesso Rakhmon il suo Paese, uno dei più poveri della regione, potrà attrarre investimenti cinesi per tre miliardi di dollari.

 

Il secondo momento importante è avvenuto in Kazakistan, dove Xi Jinping ha firmato accordi di cooperazione energetica per trenta miliardi di dollari, tra cui quello per l'ingresso nei giacimenti di petrolio di Kashagan da parte del colosso petrolifero di stato China National Petroleum Corporation (CNPC). L'ingresso cinese in Kashagan -la più importante scoperta petrolifera degli ultimi quaranta anni- era un'eventualità che circolava da tempo, tra indiscrezioni della stampa specializzata e frasi pronunciate con molta cautela -e sempre in maniera anonima- da funzionari di Astana, ma la Cina è riuscita a entrare nell'affare soffiando il posto agli indiani di Natural Gas Corporation a cui inizialmente gli americani di ConocoPhillips avevano promesso la loro quota dell'8,33% nel giacimento kazako.

 

La presenza cinese in Asia centrale è sempre più significaitiva, soprattutto se si conta anche l'ingresso in Afghanistan, con il via, l'anno scorso alle esplorazioni petrolifere nel bacino dell'Amu Darya. Ma l'importanza rivestita dalle risorse è apparsa evidente nei giorni del G20 di san Pietroburgo anche in un'altra occasione apparentemente slegata dal contesto di affari intrattenuto da Xi Jinping nel suo viaggio: la guerra in Siria. Forse la più importante obiezione all'attacco americano da parte cinese è stata proprio che un intervento militare avrebbe fatto salire i prezzi del greggio, un'eventualità indesiderabile per la Cina che si appresta a diventarne il primo importatore a livello globale. Il mantenimento della stabilità nella regione del grande Medio-Oriente, che comprende anche i Paesi dell'Asia centrale è fondamentale per la Cina, come ha dimostrato anche durante la contemporanea visita del primo ministro israeliano Benjiamin Netanyahu e del presidente palestinese Mahmoud Abbas, a maggio scorso, quando Pechino ha presentato a entrambi gli ospiti i quattro punti per la Pace in Medio Oriente e la costituzione di uno Stato palestinese indipendente. A testimonianza di un'area sempre più importante nella politica estera di Zhongnanhai. 

 

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