Focus

Guerra ai rumors

XI JINPING CONTRO WEB AUTARCHICO

XI JINPING CONTRO WEB AUTARCHICO


di Sonia Montrella e Giovanna Tescione



Roma, 4 set.- ll mondo dei new media è sotto-shock dopo le dichiarazioni di guerra di Xi Jinping contro gli  utenti internet responsabili di "diffondere pettegolezzi, rumors" in rete. Le dichiarazioni del neopresidente risalgono allo scorso 19 agosto, ma dopo una breve apparizione il giorno successivo sull'agenzia di stampa Xinhua, sono scomparse. Fino ad oggi. Secondo quanto si legge sul South China Morning Post, in un discorso pronunciato lo scorso mese durante un meeting con i capi della propaganda che si è tenuto a Pechino, il presidente Xi Jinping ha ordinato di "costituire un esercito forte" in grado di "rubare terreno ai new media". "Le parole che ha utilizzato sono molto forti – ha confidato una fonte anonime al quotidiano d Hong Kong -. In un impressionante passaggio il presidente ha incitato il Partito Comunista a essere combattivo anziché passivo e a intraprendere una guerra contro l'opinione pubblica".

 

Era il 19 agosto; quattro giorni dopo Xue Manzi, presentatore televisivo e investitore sino-americano che su Weibo conta oltre 12 milioni di follower, viene arrestato. L'accusa è quella di favoreggiamento della prostituzione, ma sono in molti tra osservatori, intellettuali e internauti a ritenere che sia solo un pretesto permettere a tacere la sua voce critica nei confronti del regime. La pensa così anche Hu Xujin, capo redattore del Global Times, e lo scrive a chiare lettere, incautamente, in un post pubblicato sul Twitter cinese, Weibo: "Non si può del tutto escludere che le autorità stiano utilizzando la prostituzione per incastrare Xue Manzi". Il post viene immediatamente rimosso e cancellato.

 

"L'arresto di Xue Manzi non ha nulla a che vedere con una presunta repressione della libertà di parola messa in atto dal governo cinese" tuonava ieri il Global Times, quotidiano in lingua inglese e costola del megafono del PCC, People's Daily, in risposta alle voci che circolano sul web e che vedono Xue vittima della macchina della censura. "Le forze di polizia cinese hanno iniziato già da tempo la lotta alla prostituzione e molte persone sono state punite per questo. Non c'è motivo di pensare che l'arresto di Xue sia legato alla libertà di parola", si legge in un editoriale pubblicato sul quotidiano.

A rafforzare la tesi arriva sempre il lancio dell'agenzia Xinhua che cita lo State Internet Information Office, secondo cui dal mese di luglio 274 i siti internet sono stati chiusi dal governo cinese per contenuti pornografici o violenti e circa trecento quelli multati per "attività illegali".

 

Caso chiuso? Non esattamente. Xue Manzi è solo una delle più celebri personalità ad essere stato arrestato lo scorso agosto. Una rete di giornalisti e personalità di spicco del web sono finite tra le maglie della censura nell'ambito della campagna contro la diffusione di "voci" online proprio con l'accusa di "aver messo in rete pettegolezzi". Secondo quanto riportato dai media di stato, a fine agosto la polizia della provincia dello Shanxi aveva reso pubblico l'arresto di 60 persone e la chiusura di una ventina di siti Web tutti colpevole di aver diffuso rumors .

 

Ma soprattutto, osserva il quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post, a finire nell'occhio del ciclone sono stati opinionisti e critici del regime che sul web hanno milioni di follower e le cui affermazioni e speculazioni possono far presa su migliaia di persone. Tra questi, ha reso noto il ministero della Sicurezza Pubblica a fine agosto - Fu Xuesheng, un imprenditore di Shanghai che avrebbe "diffuso notizie false" su un funzionario nel distretto di Jinshan, e Zhou Lubao anche lui noto alle cronache per le sue denunce contro funzionari. "Un pettegolezzo" sarebbe stato anche quello dell'utente Yu Heyu, della provincia dell'Anhui, che in un post aveva denunciato un incidente in cui sono rimaste uccise 16 persone e che si poteva evitare con una semplice manutenzione della strada. Yu ha trascorso in cella 5 giorni prima che la polizia di Suzhou (nell'Anhui), in un raro gesto di ammissione di colpe dopo la bufera scoppiata su internet, rilasciasse l'uomo  e pubblicasse il suo mea culpa: "Riconosciamo che detenere Yu per cinque giorni è stato inappropriato e abbiamo ritirato la decisione di punirlo. Chiediamo scusa a Yu, alla sua famiglia e agli utenti internet".

 

Ma per una storia a 'lieto fine' 'raccontata' direttamente sul sito della polizia, altre centinaia vengono nascoste sotto il tappeto. Duri i commenti dal mondo accademico: "Fare uso del potere nazionale per punire questi cosiddetti 'autori di pettegolezzi' è più spaventoso che lo stesso atto di diffondere voci", ha dichiarato al South China Morning Post Zhang Qianfan, docente di legge presso la Peking University, che ha poi aggiunto: "È il tentativo del governo di mettere a tacere le critiche che lascia spazio ai pettegolezzi". Ma nel 2013 il popolo della rete si conferma come uno dei  pericoli più temuti dal governo di Pechino. Sul tavolo c'è il consenso verso l'operato del governo a partito unico e la difesa dell'immagine di un Paese in cui gli scandali che travolgono funzionari corrotti sono all'ordine del giorno, molti dei quali partono proprio dalle denunce degli internauti.


E se da un lato Xi Jinping stringe le maglie, dall'altro le allarga, e sulla scia della campagna anti-corruzione lanciata proprio dal neopresidente - sotto la quale stanno cadendo nomi altisonanti della politica cinese - la Commissione Centrale per la Disciplina e il Controllo del PCC istituisce un sito web ufficiale attraverso il quale i cittadini potranno fare segnalazioni su casi di corruzione. Il popolo della rete, confuso, ci va con i piedi di piombo.

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