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Archeologia

TROVARE LA CINA NEL GANDHARA

TROVARE LA CINA NEL GANDHARA


di Luca Maria Olivieri*

 

Roma, 9 dic. – Trovare la Cina nel Gandhara non è impresa facile, ma alla fine più agevole che non cercarvi il mondo classico. La globalizzazione nel mondo antico, almeno in quel lungo periodo di relativa pace che furono i primi tre secoli dell’era volgare, era dominata dalle tangenze di tre imperi: Roma, Cina e India, con quest’ultima intendiamo l’impero dei Kushana. Roma e i Kushana (gli Asiani di Pompeo Trogo) erano in contatto economico, infatti l’aureo romano e il dinar kushana condividevano lo stesso peso.

 

Kushana e Cina furono alleati, legati da una strategia di reciproca attenzione. Il bilanciamento era pressoché perfetto e tale rimase per tre secoli. L’apporto classico nel Gandhara, ovvero nella provincia artistica che corrisponde a un dipresso al territorio tra il Khyber e l’Indo (ed oltre, ovviamente), si limita tuttaprima al piano estetico-formale: il repertorio classico, gli eroti, i ginnasti, gli Atlanti, le scene di velatio, le foglie d’acanto, le modanature a scozia, gola rovescia, ovoli e dentelli, rappresentano l’estetica dei ricchi d’Occidente e come tale è a mio avviso riprodotta: come un fenomeno di status symbol più che un apporto culturale. La cultura è, e rimane, profondamente indiana nel Gandhara, laddove invece i segni del potere dinastico si servono di icone iranizzanti, come le corazze a lamelle, i finimenti equestri. Sintetizzando, si potrebbe dire che il Gandhara fu un mondo in cui i segni del lusso parlavano un linguaggio classico, i segni del potere parlavano iranico, ma i vasi di terracotta, i bracciali e la vita di tutti i giorni erano gli stessi che si sarebbero visti in una coeva città dell’India gangetica.

 

La Cina dov’è dunque? Se per l’archeologo è rarissimo trovare i segni diretti del mondo cinese nel Gandhara, vero è che del Gandhara, fuori del Gandhara, l’archeologo trova nozione solo nella letteratura cinese. Non esistono che vaghi e dibattuti accenni dei Kushana negli storici romani, né traccia del Gandhara al di fuori del cliché dell’India favolosa nella letteratura classica di prima età imperiale. L’India viceversa di Roma e del mondo classico ricorda più quegli avventurieri bianchi, a metà tra capitani d’arme e corsari, che sovente finivano a comandare le armate d’una qualche corte (ancora un cliché), piuttosto che non il piatto di una bilancia commerciale estremamente squilibrata a favore dell’India nell’opinione di Plinio il Vecchio. Se Roma e l’India si conoscono bene nella realtà, ma si ignorano nelle fonti, dell’India gandharica sappiamo tutto quel che sappiamo riguardo alla storia politica alla sua geografia antica, alla sua economia, grazie alla letteratura cinese e al suo interesse politico, diplomatico oltre che religioso per il Buddhismo.

 

Mai troveremo nello Swat i segni della vita del Buddha storico, di Siddharta, quella stessa che anche recentemente gli archeologi rivendicano di avere ritrovato a Lumbini, alle falde dell’Himalaya. Lo Swat rappresenta un altro Buddhismo, più esoterico, non materiale, dove l’unica relazione materiale col Buddha era , se c’era, con le reliquie sepolte nel cuore degli stupa buddhisti.

 

Da oggi cominceremo un viaggio in tre tappe nello Swat buddhista alla ricerca delle tracce immateriali della Cina. Quella di oggi non è la prima parte, ma solo una presentazione. Partiremo da tre dati archeologici. Con il primo, partiremo dalla scoperta nel maggio del 2013 di un bacile in pietra, riproduzione della ciotola del Buddha, in un santuario scoperto durante lo scavo di una città kushana a Barikot. Di questi bacili avevano parlato finora solo le fonti cinesi. In particolare v’è un passaggio di Faxian, che dice che il bacile, formato dalle quattro originali ciotole del Buddha e quattro volte la grandezza di una ciotola normale, si trovava nel Gandhara. Di questi bacili ne esistono quattro esemplari, due nel Museo di Mathura (non in Gandhara, ma nella piana del Gange), uno nel Museo di Kabul e detto provenire da Kandahar (in Afghanistan a sudovest di Peshawar), il quarto proviene da scavi clandestini a Charsadda, in Gandhara. L’unico bacile che abbia un contesto archeologico e che si stato trovato in un’area di culto, e sicuramente dal Gandhara, è questo da Barikot.
 

 

Il secondo dato riguarda un toponimo di conio cinese, Ilam, la montagna sacra dello Swat, l’antico Aornos di Alessandro, l’antico Varaena/Varna delle fonti iraniche e indiane. Saliremo in compagnia di Xuangzang su per i fianchi della montagna fino a raggiungere gli sleeping couches dove il Buddha in spirito si riposò. Curiosamente la montagna conserva ancora il toponimo derivato da quello in uso ancora in epoca T’ang, Hi-lo. La montagna, nota in Pashto come Jogiano-sar, ovvero monte degli yogin, è legata alla leggenda, molto sciamanica, di due asceti che bevendo sangue di serpente provarono a levarsi in volo, l’uno fallendo, l’altro no come Icaro e Dedalo. Ancora oggi se chiedete a un Bunerwal che cos’è più grande se l’Ilam o il santuario di Pir baba, questi risponderà col detto “Se devo rispondere per religione dirò Pir baba, se, per verità, dirò l’Ilam”.

 

Infine guarderemo a come le fonti diplomatiche cinesi leggevano il degrado del Buddhismo in Gandhara e nello Swat e come i templi dei Deva vi si sostituivano, mentre con la fine del potere eftalita o unno, si andava stabilendo una cesura tra Cina e Gandhara foriera di enormi conseguenze sul piano storico. In quella fase, seppur per breve tempo, la Cina farà entrare lo Swat nella sua sfera di interesse militare e strategico. 

 

*Luca Maria Olivieri è direttore della Missione Archeologica italiana in Pakistan.

 

9 dicembre 2013

 

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