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TROVARE LA CINA
NEL GANDHARA

TROVARE LA CINA <br />NEL GANDHARA


AgiChina24 propone ai suoi lettori la terza parte dell'analisi sull'Arte del Gandhara di Luca Maria Olivieri, direttore della Missione Archeologica italiana in Pakistan.

di Luca Maria Olivieri*

Roma, 9 gen. - Trovare la Cina nel Gandhara non è impresa facile, quindi alla è fine più agevole scalare una montagna, la più alta della media valle dello Swat. Quasi una collina, dato che siamo a un tiro di schioppo dagli ottomila del Nanga Parbat, niente di eccezionale anche per le vette che chiudono in chiostra l’alto Swat, il Mankial e il Falakser, due monti che, rispettivamente, sfiorano e di poco superano i seimila metri. Eppure i giganti innevati non possono competere con la sacralità dell’Ilam, seppure questa sia compressa in poco meno di tremila metri, a un di presso come il Gran Sasso d’Abruzzo.

Ilam, la montagna sacra dello Swat, era l’antico Aornos di Alessandro, l’antico Varaena/Varna/Varana delle fonti iraniche e indiane.

Le fonti classiche – Arriano e Cuzio Rufo – narrano dell’impresa di Alessandro, che con un manipolo di soldati scelti, gli Agriani, montanari arruolati tra Grecia e Bulgaria, conquistò la vetta nell’Autunno del 327 avanti Cristo. Sulla vetta, un acrocoro granitico a picco sullo Swat, si erano rifugiati gli abitanti di Bazira (oggi Barikot), i quali, persa la città, vollero tentare di sfuggire al generale macedone Ceno. Alessandro tentò l’impresa per quella curiosa (per noi moderni) commistione di strategia e metafisica, che illumina tutta l’impresa del Macedone in Asia. A Gordio riuscì a risolvere il nodo, in Egitto riuscì dove Cambise fallì, sull’Aornos riuscì dove Eracle aveva fallito. Il monte è legato al mito di un’eroe armato di clava che lotta contro un demone anguiforme, antinomia ben più antica della – altrimenti ignota – leggenda eraclea. L’Indra vedico e Thraetona (il Faridun dello Shahnama) combattono la battaglia nella marca chiamata Varana dai grammatici sanscriti, e Varaena ‘tetragonis’ nell’Avesta. Gherardo Gnoli, il grande iranista scomparso quasi due anni or sono, ha definito Varaena come uno dei distretti della Airyanem Vahejah, la terra ancestrale degli Iranici, da identificarsi col moderno distretto del Buner, dove si affaccia l’impressionante fianco sud dell’Ilam.

Curiosamente in una terra – lo Swat – dove con l’arrivo delle genti Yusufzai, la toponomastica è stata totalmente riscritta dalla sensibilità linguistica del Pashto, il nome Ilam s’erge come una rocca linguistica isolata che rimanda a diverso sostrato. Il moderno nome ‘Ilam’ è di conio cinese: ‘Hi-la’. Il nome cinese ricordato nella letteratura di epoca Tang, secondo una suggestione confermatami vent’anni or sono dal decano dei sinologi italiani, Lionello Lanciotti, potrebbe essere la trascrizione di ‘Varana’ nella pronuncia cinese. Stesso – più antico – destino quello del termine greco Aornos, cui i Greci attribuivano per paretimologia il significato di ‘senza-uccelli’

I pellegrini tibetani furono gli ultimi cesellatori del nome: da ‘Hilo’ deriva il moderno ‘Ilam’. Quindi nel lungo viaggio da Varana a Ilam la linguistica ci soccorre, spiegandoci anche la versione greca, che come un ramo morto si è estinta nei testi storici.

Dopo Alessandro il primo salitore che ne raccontò fu Xuangzang. Si inerpicò su per i fianchi della montagna fino a raggiungere gli ‘sleeping couches’ dove si diceva che il Buddha in spirito si fosse riposato. Montagna sacra per i Buddhisti, l’Ilam lo è ancora per gli Induisti, dato che il monte è legato a un importante episodio delle gesta di Rama. Un suo nome odierno è quello di Ram Takht ‘Trono di Rama’.

Sulla cima un silenzio ventoso: enormi cedri e scimmie, tante scimmie. Ma soprattutto silenzio. Un frugale pasto, bianchissimo burro di bufala e una sorta di piadina di granturco, offerto dai pastori Ajar. Dominano il paesaggio roccioso enormi placche di granito. La montagna è nota in Pashto come Jogiano-sar, ovvero monte degli yogin, ed è legata alla leggenda, molto sciamanica, di due asceti che bevendo sangue di serpente provarono a levarsi in volo, l’uno fallendo, l’altro no come Icaro e Dedalo. Lo Swat del tardo Buddhismo, quello incontrato dai pellegrini tibetani fino al XVI secolo, è pieno di storie di fate volanti (quasi streghe, le dakini) e di maghi. Una notte in cima all’Ilam quasi ne suggerirebbe la realtà…

Ancora oggi se chiedete a un Bunerwal – i Pashtun del Buner – qual è più grande, l’Ilam o il santuario di Pir Baba (nel Buner), questi risponderà col detto "Se devo rispondere seguendo la mia religione dirò Pir Baba, se, devo seguire la verità, dirò l’Ilam".


*Luca Maria Olivieri è direttore della Missione Archeologica italiana in Pakistan.


9 gennaio 2014


(La città antica di Barikot: veduta dei recenti scavi con il monte Ilam sullo sfondo;  foto dell’Autore)

 

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