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PRESIDENTE XINHUA: MEDIA
OCCIDENTALI DEMONIZZANO LA CINA

PRESIDENTE XINHUA: MEDIA <br />OCCIDENTALI DEMONIZZANO LA CINA


di Eugenio Buzzetti
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Pechino, 5 set. - I media occidentali stanno conducendo una campagna per demonizzare la Cina e mirano alla disintegrazione dell'ex Impero di Mezzo. A scriverlo non è un blogger cinese ultra-nazionalista, ma Li Congjun, il presidente della più importante agenzia di stampa nazionale, la Xinhua, voce ufficiale della Cina. Pechino, secondo quanto scrive Li, deve combattere l'immagine distorta che i media occidentali danno del Paese. L'articolo -nel quale non vengono mai fatti i nomi dei media "colpevoli" della campagna anti-cinese- è stato pubblicato sul più influente giornale del Dragone, il Quotidiano del Popolo, organo del Partito  Comunista Cinese. "Alcune forze occidentali ostili -scrive il presidente della Xinhua- non vogliono vedere prosperare la Cina socialista e brandiscono contro la Cina le lance della occidentalizzazione, della separazione e della rivoluzione colorata".

 

La necessità per la Cina di difendersi da quelli che definisce come attacchi perpetrati ai suoi danni dall'Occidente è un tema che è più volte comparso sulla stampa ufficiale, e non solo. Il commento dai toni duri di Li Congjun arriva a poche settimane dalle rivelazioni contenute nel "documento numero nove", dove vengono elencati i sette maggiori pericoli per il PCC, che al primo posto vede proprio la democrazia occidentale basata sul modello costituzionale. Il documento è in circolazione dallo scorso mese di aprile tra gli alti funzionari del partito, ma solo il 20 agosto scorso erano venuti alla luce alcuni passaggi contenuti nel testo, pubblicati dal New York Times. Anche in quel caso si faceva riferimento a "forze occidentali ostili alla Cina" la cui azione, combinata con quella dei dissidenti all'interno dei confini nazionali, costituiva una "costante infiltrazione nella sfera ideologica" cinese. Tra i sette pericoli elencati nel documento, accanto ai valori universali come i diritti umani, c'è anche l'indipendenza dei media rispetto al potere politico.

Li Congjun prende come esempi di questa guerra condotta sulla carta stampata internazionale i concetti di "minaccia cinese" e di "teoria del collasso della Cina", a sua detta portati avanti dalla stampa occidentale. Allo stesso tempo, però, il presidente della Xinhua ammette che la sfida mediatica vede la Cina ancora molto indietro rispetto ai suoi competitors. "Le opinioni globali sono ancora dominate dai media occidentali e la capacità cinese di fare sentire la propria voce non è pari al suo status a livello internazionale".

Nonostante gli sforzi della Cina nel soft power, la strada per acquisire sempre maggiore rilievo a livello mondiale è ancora lunga secondo il presidente della Xinhua, che elenca alcuni punti da seguire per i media cinesi. "Dobbiamo continuare a essere creativi nella propaganda all'estero, raccontare bene la storia della Cina, spiegare le specificità cinesi e pubblicizzare le politiche e le posizioni del partito e del governo". Da anni la Cina ripone molta attenzione al processo di internazionalizzazione dei suoi media, aumentando la propria presenza a livello globale anche con la diffusione di testate ed emittenti televisive in lingua inglese e accordi di partnership in tutto il mondo.

La partita dell'autorevolezza si combatte anche all'interno dei confini nazionali, dove il presidente della Xinhua auspica una maggiore presenza dei media cinesi su internet e sui social network per "guidare l'opinione pubblica sui nuovi media". il rischio, conclude Li, è quello che la partita possa essere vinta da altri: un pericolo di cui è consapevole lo stesso Xi Jinping, che in più occasioni negli ultimi mesi ha mandato diversi messaggi al popolo di internet, in particolare contro i rumors che si diffondono sui social network e che il governo vorrebbe sradicare completamente dal web. Ma non c'è solo internet: anche la stampa ufficiale ha dato alcuni grattacapi al potere. A inizio anno, erano stati i giornalisti del Nanfang Zhoumo, ("fine settimana al Sud") a protestare per un editoriale a favore del costituzionalismo cancellato all'ultimo momento dalla censura e sostituito con uno meno critico verso la gestione della politica. Un segnale che la strada verso il consenso da parte dell'opinione pubblica sembra essere ancora lunga per i media cinesi.

 

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