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Crisi siriana

PECHINO PREOCCUPATA DA POSSIBILE
INTERVENTO ARMATO USA IN SIRIA

PECHINO PREOCCUPATA DA POSSIBILE<br />INTERVENTO ARMATO USA IN SIRIA


di Sonia Montrella
Twitter@SoniaMontrella




Roma, 2 sett.- La Cina è seriamente preoccupata per una possibile e imminente azione militare unilaterale in Siria. Lo ha riferito il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hong Lei, che nel corso di una conferenza stampa ha ribadito che per Pechino "nessuna misura deve essere presa prima che sia chiaro se e chi a Damasco ha fatto ricorso all'impiego di armi chimiche".  "Gli Stati Uniti hanno aggiornato la Cina sulle prove dell'impiego di armi chimiche da parte del governo siriano" ha spiegato Hong Lei senza far trasparire quella che è l'opinione di Pechino riguardo le prove presentate dagli Usa, secondo i quali oltre 1.400 persone, tra cui centinaia di minori, sono stati uccisi dal gas nervino sarin usato nell'attacco dello scorso 21 agosto. Hong ha tuttavia ribadito la contrarietà del governo cinese all'utilizzo di armi chimiche e il sostegno "all'indagine obiettiva e indipendente condotta dagli esperti delle Nazioni Unite". Poi ha chiarito: "Qualsiasi iniziativa della comunità internazionale deve rispettare la Carta delle Nazioni Unite e le regole base delle relazioni internazionali, evitando di complicare ulteriormente la difficile questione siriana".

Mentre si attende per il 15 settembre il voto del Congresso statunitense per un'eventuale intervento Usa in Siria, il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, ha fatto sapere che Russia e Cina concordano nel ritenere che la crisi siriana debba essere risolta "esclusivamente" attraverso negoziati. Il Ministro ha puntualizzato che sia Mosca sia Pechino sono "contrarie al tentativo di un ritorno al linguaggio degli ultimatum e al rifiuto delle trattative". I due Paesi, a detta del capo della diplomazia del Cremlino, difendono "soluzioni esclusivamente negoziali" anche per altri dossier sensibili dell'agenda internazionale, come il programma nucleare iraniano e quello nordcoreano.

La questione siriana, con tutta probabilità, sarà anche nell'agenda del prossimo 5 e 6 settembre quando il presidente Valdimir Putin incontrerà la sua controparte cinese Xi Jinping a margine del G20 a San Pietroburgo.  Tradizionali alleati del regime siriano, Mosca e Pechino si sono mostrate finora unite nel porre il veto contro un intervento militare, mentre, da parte sua, Pechino ha esortato il governo siriano a incontrare i ribelli e compiere passi in avanti per soddisfare la richiesta di un cambiamento politico. Magari sottoforma di un governo di transizione.

Diverse le ragioni che si nascondono dietro la posizione non interventista di Pechino. La prima senza dubbio è legata a doppio filo al principio di non-ingerenza che guida la politica estera del Drago: Pechino non interviene in quelle che considera "questioni nazionali" affinché nessuna altra potenza possa puntare il dito contro le problematiche più sensibili a Zhongnanhai -  il quartier generale del PCC -, prime fra tutte quelle di Taiwan e del Tibet e poi diritti umani e Xinjiang. E proprio qui, nella regione autonoma turcofona abitata dagli uiguri, è 'localizzata' la seconda ragione del no della Cina. Quest'etnia di religione musulmana è protagonista di periodici scontri – spesso sanguinosi - contro la popolazione han e contro il governo di Pechino cui chiede l'indipendenza. Per la Cina gli uiguri sono dei pericolosi terroristi, per la minoranza etnica il governo strumentalizza la popolazione per esercitare il controllo sulla regione autonoma. Quattro giorni fa l'ultimo incidente in cui hanno perso la vita 23 persone (22 uiguri e un poliziotto cinese).

 

Ma cosa c'entra la Siria? Secondo il quotidiano cinese in lingua inglese Global Times, costola del megafono del PCC, People's Daily, dal 2012 alcuni membri della fazione dell'East Turkestein Islamic Movement sono entrati in Siria dalla Turchia e si sono uniti ai gruppi più estremisti dell'opposizione siriana. Allo stesso tempo, sempre secondo il quotidiano cinese, il movimento dell'East Turkestein avrebbe reclutato candidati per entrare in Cina ed eseguire attacchi terroristici nella regione turcofona. 

 

Matt Schiavenza giornalista di The Atlantic commenta a questo proposito: "Non c'è motivo di credere che per la Cina Bashar Al-Assad sia essenziale per il futuro della Siria, ma è un elemento conosciuto e per la Cina la sua dipartita equivale al caos". Senza contare che non appena saltò fuori la notizia di un collegamento tra i ribelli siriani e gli attacchi in Cina, Assad ribadì subito l'autorità cinese sullo Xinjiang. "A Damasco manca un'opposizione unita o qualsiasi altra istituzione che possa rimettere in piedi il Paese dopo il collasso del regime. E per Pechino, un intervento di questo tipo è anche peggio dell'attuale governo" ha continuato Schiavenza.

 

Intanto da Damasco il regime di Bashar al-Assad si e' rivolto alle Nazioni Unite sollecitandole a "impedire qualsiasi aggressione" contro la Siria. Lo ha reso noto l'agenzia di stampa ufficiale Sana, citando una lettera indirizzata al segretario generale, Ban Ki-moon, e alla presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, la rappresentante argentina Maria Cristina Perceval. Nel messaggio l'ambasciatore di Damasco al Palazzo di Vetro, Bashar Jaafari, chiede allo stesso Ban di "farsi carico delle proprie responsabilità e compiere ogni sforzo per impedire qualsiasi aggressione alla Siria, premendo per il raggiungimento di una soluzione politica alla crisi" in atto nel Paese mediorientale da due anni e mezzo. Nella giornata di lunedì sulla questione è intervenuto anche il Papa Francesco che si è appellato ai grandi per un passo indietro sull'intervento armato: "La situazione di violenza non ne sarebbe diminuita. C'e', anzi, il rischio che deflagri e si estenda ad altri Paesi", ha sottolineato. "Il conflitto in Siria contiene tutti gli ingredienti per esplodere in una guerra di dimensioni mondiali e, in ogni caso, nessuno uscirebbe indenne da un conflitto o da un'esperienza di violenza".

 

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