Focus

Verso il 18esimo Congresso del Pcc

PCC INDAGA SU FORTUNA
OCCULTA DI WEN JIABAO

PCC INDAGA SU FORTUNA <br />OCCULTA DI WEN JIABAO<br />


Pechino, 5 nov. – Pechino apre un'inchiesta sulla presunta 'fortuna occulta' di Wen Jiabao da 2,7 miliardi di dollari. A chiederla è lo stesso premier cinese che, secondo fonti anonime citate dal South China Morning Post, avrebbe inviato una lettera al Comitato Permanente del Politburo, l'organo decisionale più importante del Paese di cui è membro, per chiedere "un'inchiesta formale". L'obiettivo è quello di potersi scagionare dai sospetti sollevati da uno scoop del New York Times, firmato David Barboza, che 10 giorni fa ha fatto il giro del mondo imbarazzando il partito e macchiando l'immagine del premier proprio alla vigilia del processo politico che sancirà il cambio di potere al vertice del gigante asiatico.



Secondo il South China Morning Post, l'inchiesta è già cominciata e dovrebbe concentrarsi sulle azioni che la famiglia del premier possiede nella Ping An, una delle maggiori compagnie di assicurazione del Paese; il quotidiano non specifica quando saranno pubblicate le conclusioni, ne' se saranno rese pubbliche.

Secondo il New York Times, la madre di Wen, i fratelli e i figli hanno accumulato gran parte della loro ricchezza dopo che Wen e' diventato premier, nel 1989; il quotidiano aggiunge la famiglia ostentava una partecipazione di 2,2 miliardi nella Ping An Insurance nel 2007 e che la novantenne madre di Wen possiede 120 milioni di dollari in azioni nella societa'. Azioni della Ping An sarebbero state controllate in passato anche dalla famiglia della nuora di Wen, Yang Xiaomeng, che oggi detiene parte delle azioni di Union Mobile Pay. In tutt'altro settore opererebbe invece la moglie del premier: da tempo gira voce a Pechino che Zhang Beili controlla il commercio dei diamanti in Cina in maniera diretta o indiretta. E il NYT sostiene di avere la conferma: Zhang che negli anni '90  lavorava al ministero della Geologia, avrebbe superato il confine tra alto dirigente statale e donna d'affari con interessi nel settore su cui dovrebbe vigilare già nel 1992, convogliando i capitali della società di Stato China Mineral and Gem Corporation in imprese private.



La famiglia ha reagito immediatamente dopo la pubblicazione del quotidiano, liquidando le presunte rivelazioni come menzognere: "Le cosiddette 'ricchezze nascoste' della famiglia di Wen Jiabao di cui riferisce il New York Times, semplicemente, non esistono" si legge in una lettera degli avvocati Bai Tao e Wang Weidong, pubblicata due domeniche fa dal South China Morning Post. Di certo, fanno notare gli osservatori politici, l'inusuale risposta a un articolo della stampa straniera rivela la preoccupazione di nonno Wen - come è stato ribattezzato per la sua immagine di premier vicino ai bisogni del popolo -  nel voler proteggere la sua reputazione, in un momento delicatissimo di passaggio di poteri; una fase che tra l'altro ha gia' visto uno scandalo colpire quello che, fino a pochi mesi fa, sembrava uno dei candidati favoriti a salire al vertice del Pcc, l'ex capo del partito della citta' di Chongqing, Bo Xilai.

 

WEN AL CONTRATTACCO: "DAL NEW YORK TIMES RIVELAZIONI FALSE"

 

di Antonio Talia

twitter@antoniotalia

 

Milano, 29 ott.- Una risposta più unica che rara, per una leadership che fa del riserbo e del silenzio la sua cifra politica: i legali del premier cinese Wen Jiabao partono al contrattacco del New York Times, dopo la pubblicazione di un reportage sul patrimonio occulto dei familiari del primo ministro, una fortuna da 2,7 miliardi di dollari, secondo le stime del quotidiano Usa.

"Le cosiddette 'ricchezze nascoste' della famiglia di Wen Jiabao di cui riferisce il New York Times, semplicemente, non esistono" si legge in una lettera degli avvocati Bai Tao e Wang Weidong, pubblicata nell'edizione domenicale del quotidiano di Hong Kong South China Morning Post.

Il comunicato puntualizza che alcuni familiari della famiglia Wen gestiscono attività imprenditoriali mentre altri sono lontani dal mondo degli affari, "ma non hanno condotto alcun tipo di business illegale e non detengono quote di alcuna società".  Un punto, questo, che in realtà non ribatte direttamente all'inchiesta del NYT, dato che il quotidiano non ha mai affermato il coinvolgimento dei parenti di Wen in attività illecite.

David Barboza –l'autore dell'inchiesta-scoop- dimostra anche come alcune decisioni riferibili all'amministrazione Wen abbiano favorito i business dei familiari del premier, ma sottolinea di non avere trovato alcuna prova di un intervento diretto del primo ministro a sostegno degli affari di famiglia. Un distinguo che non basta agli avvocati: "Il premier Wen Jiabao non ha mai rivestito alcun ruolo nelle attività dei suoi familiari, né tantomeno ha permesso che tali attività influenzassero la formulazione e l'applicazione delle sue politiche" proseguono i legali.
 

Un punto a parte viene dedicato alla madre di Wen, la signora Yang Zhiyun, un'ex insegnante novantenne che secondo il NYT controllerebbe un pacchetto da 120 milioni di dollari nella Ping An Insurance, la prima società di servizi finanziari cinese. "La madre di Wen Jiabao non percepisce alcuna rendita e non controlla alcuna proprietà e riceve esclusivamente una pensione, così come prescritto dalla legge", sostengono gli avvocati Bai Tao e Wang Weidong.

I legali affermano anche che le attività di altri parenti del premier e dei loro "amici" e "colleghi" sono "personali", così come le responsabilità rivestite da questi soggetti.  
La lettera, tuttavia, non menziona affatto uno dei punti dell'inchiesta che hanno maggiormente dettato scalpore, ossia il resoconto degli interessi esercitati da Zhang Beili –moglie di Wen- sull'intero mercato delle pietre preziose in Cina.

Gli avvocati, infine, annunciano che continueranno a diffondere chiarimenti sulla vicenda e che si riservano l'impiego delle vie legali contro il New York Times.

In che misura l'inchiesta targata NYT sta danneggiando la reputazione del premier uscente? Parecchio, sostengono molti analisti: negli anni Wen Jiabao ha coltivato un'immagine di leader vicino alle esigenze del popolo, e si è sistematicamente scagliato contro la corruzione, sempre più diffusa tra i ranghi del Partito. Da qui, la decisione completamente inedita di rispondere alle accuse in maniera diretta.

Immediata la reazione della censura:sul web cinese il sito del New York Times è stato oscurato qualche ora dopo la pubblicazione dello scoop, -come già avvenuto qualche mese fa a Bloomberg dopo la diffusione di un articolo simile sul futuro presidente Xi Jinping- mentre ovviamente nessun media cinese ha menzionato i contenuti dell'articolo.

La vicenda ripropone l'opacità degli interessi delle famiglie più potenti della Cina, proprio alla vigilia della transizione ai vertici del potere che si svolgerà a partire dal prossimo otto novembre. La tempistica delle rivelazioni ha alimentato in Cina numerose teorie del complotto, secondo le quali le prove sugli affari della famiglia Wen sarebbero state fornite al New York Times da una fazione avversa, interessata a mettere in cattiva luce il premier proprio a poche settimane dal ricambio politico. Una sorta di "macchina del fango" che si snoderebbe tra Pechino e New York, insomma.

Il NYT, finora, non commenta in via ufficiale né la lettera dei legali di Wen Jiabao né tantomeno le ipotesi sugli insider. Nel corso del lungo reportage David Barboza sottolinea anche come le fonti su cui si basa l'inchiesta siano costituite da atti pubblici, mentre fonti in qualche modo vicine al quotidiano Usa sostengono che Barboza lavorava all'articolo da circa un anno, e che la tempistica della pubblicazione non ha nulla a che vedere con l'imminente Diciottesimo Congresso del Pcc.

 

TRA VOCI E INSINUAZIONI, ALTA TENSIONE NEL PCC

(di Alessandra Spalletta

twitter@aspalletta)

 

Roma, 30 ott. - Ancora un nuovo scandalo: ad andarci di mezzo questa volta sarebbe Li Yuanchao. Fino ad oggi capo del Dipartimento organizzativo del Pcc, Li avrebbe dovuto rientrare a pieno titolo tra i nuovi uomini (sette o nove) della prossima amministrazione guidata presumibilmente dall'attuale vicepresidente Xi Jinping. Ma Li potrebbe essere caduto in disgrazia: il suo futuro è ammantato di incertezza. Lo sostiene John Garnaut in un articolo apparso su The Age.


Caos. E' quello che secondo gli analisti regna all'interno della classe dirigente cinese nel momento della delicata transizione ai vertici del Partito.  Gli scandali che hanno segnato la successione politica negli ultimi mesi sono sintomo di malessere profondo: la dialettica interna non si placa e continua a inquietare Zhongnanghai in un crescendo di "lotte tra fazioni", di cui dal di fuori poco è dato sapere.  Sono alcune delle indiscrezioni trapelate da fonti interne al partito mentre i leader si preparano a incontrarsi a Pechino per una serie di segreti conclavi, preliminari al Diciottesimo Congresso che si aprirà ufficialmente l'8 novembre. Questi incontri determineranno le geometria interna del Partito e i nuovi membri del comitato permanente del Politburo, il vero gotha del potere, che verranno resi noti al termine del Congresso (il 15 novembre, sostengono alcune voci non confermate).


"Vige una situazione di caos – tuona il noto osservatore politico Li Weidong – non c'è un'autorità assoluta altrimenti tra le due parti non ci sarebbero simili schermaglie". Le due parti in questione sono i due pesi massimi della politica cinese: il segretario uscente del Pcc Hu Jintao e il suo predecessore come presidente della Rpc Jiang Zemin, che dal 2005 non ha più alcuna carica istituzionale ma influenza ancora gli equilibri della macchina del potere cinese, in linea con la liturgia informale del partito. Le schermaglie sono i giochi di potere tra fazioni avverse: Hu Jintao (insieme a Wen Jiabao e Li Keqiang) è riconducibile alla linea politica dei cosiddetti "tuanpai" (leader che vengono dalla Lega Giovanile Comunista e vogliono limitare gli effetti indesiderati del vertiginoso sviluppo economico del Dragone); Jiang Zemin, l'ex segretario che durante il suo mandato puntò tutto sulla crescita economica, è invece a capo "Gruppo di Shanghai" (Rivelazioni su Wen: istruzioni per l'uso)

 

Il caos è quello che ha assunto varie forme: dall'ex leader Bo Xilai, che è stato espulso venerdì anche dal 'parlamento' per le implicazioni dell'omicidio del cittadino britannico Heywood di cui la moglie Gu Kailai è stata giudicata colpevole, allo scoop del New York Times che ha svelato l'immenso patrimonio accumulato dalla famiglia del premier Wen Jiabao (una fortuna da 2,7 miliardi di dollari, secondo le stime del quotidiano Usa). Prima ancora, il braccio destro di Hu Jintao, Ling Jihua, era stato rimosso dalla poltrona di capo dell'ufficio generale del Partito per aver insabbiato la morte del figlio al volante di una Ferrari in un terribile incidente. Uno scandalo dietro l'altro che scuote il Partito.

Oggi il caos si chiama Li Yuanchao.  Li è capo del Dipartimento organizzativo del Partito Comunista cinese dal 2007, un ufficio poco conosciuto dai non addetti ai lavori, ma molto potente in quanto controlla la condotta del PCC e dei quadri e recluta gli aspiranti membri. Un ruolo ricoperto in passato anche dai grandi nomi della Nuova Cina, da Mao Zedong a Deng Xiaoping (il ritratto di Li Yuanchao).
  Cosa accomuna la sorte di Li Yuanchao con quella di Ling Jihua? Entrambi, Li e Ling, sono i protetti di Hu Jintao. Non solo: la carriera di Li sembra sia in discussione a causa di un sondaggio che Ling condusse nel maggio scorso per orientare la transizione della leadership, in una maniera apparentemente sgradita che causò più di qualche alzata di sopracciglio.

Ho Pin, editore del portale di informazione Mingjing, il quale aveva azzeccato le previsioni sulla composizione della nuova classe dirigente nel ricambio (quello del 2002), ha confermato a John Garnaut che Li è stato rimosso dall'attuale incarico per un disaccordo interno sulla sua posizione nel prossimo comitato permanente. "Il suo problema è legato alla figura di Ling Jihua", ha detto, e ha poi soggiunto: si tratta di una questione "seria", annunciando l'imminente pubblicazione di un rapporto dettagliato .

"Li Yuanchao è coinvolto in un complotto messo in atto insieme a Ling Jihua e per questo motivo è stato silurato da Jiang Zemin", ha rivelato al giornalista di The Age una fonte vicina alla 'fazione dei principi rossi' (la più importante all'interno del PCC composta dai figli dell'aristocrazia comunista che ha fatto la rivoluzione assieme a Mao) specificando che questo è il quadro emerso da una recente riunione interna, tenutasi il 22 ottobre scorso. E' una situazione davvero delicata" ha inoltre commentato, svelando poi che sulla poltrona lasciata vuota da Li da oggi siederà il boss di Shanghai Yu Zhengsheng (che i pronostici vogliono seduto al Comitato Permanente del Politburo anche se l'età anagrafica potrebbe giocare contro il coronamento della sua carriera politica).

Un nuovo rimescolamento di carte, quindi, a ridosso del più importante appuntamento politico della Cina, sembra suggerire che Hu Jintao stia consolidando il suo potere all'interno dell'Esercito di Liberazione Popolare, dove sembra che abbia piazzato uomini di sua fiducia, come Fang Fenghui a capo dello Staff Generale delle forze armate, in una mossa che mira a lasciare un'eredità politica e ad esercitare il controllo diretto sugli uomini da lui promossi in posizioni chiave.

Riuscirà Xi Jinping a consolidare il suo potere all'ombra di Hu Jintao e Jiang Zemin?



Scoop patrimonio Wen Jiabao, People's Daily contro il New Yotk Times



Il ministero degli esteri si scaglia contro le critiche al premier Wen Jiabao definendole tentativi di destabilizzare il paese. Tentativi "destinati a fallire", aggiunge l'inferocito portavoce Hong Lei.
Le critiche si riferiscono allo scandalo che ha travolto il premier cinese dopo lo scoop del New York Times sul patrimonio occulto dei familiari del primo ministro, una fortuna da 2,7 miliardi di dollari, secondo le stime del quotidiano Usa.

 

"Le cosiddette 'ricchezze nascoste' della famiglia di Wen Jiabao di cui riferisce il New York Times, semplicemente, non esistono" si legge nella lettera degli avvocati del premier Bai Tao e Wang Weidong pubblicata nell'edizione domenicale del quotidiano di Hong Kong South China Morning Post. Il comunicato – una mossa giudicata inusuale dagli analisti -  puntualizza che alcuni familiari della famiglia Wen gestiscono attività imprenditoriali mentre altri sono lontani dal mondo degli affari, "ma non hanno condotto alcun tipo di business illegale e non detengono quote di alcuna società".  Un punto, questo, che in realtà non ribatte direttamente all'inchiesta del NYT, dato che il quotidiano non ha mai affermato il coinvolgimento dei parenti di Wen in attività illecite. Gli avvocati annunciano che continueranno a diffondere chiarimenti sulla vicenda e che si riservano l'impiego delle vie legali contro il New York Times.

Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino Hong Lei ha commentato così la lettera degli avvocati di Wen Jiabao alla stampa cinese quest'oggi: "Ci sono sempre voci nel mondo che non vogliono vedere la Cina svilupparsi e diventare forte. Queste voci appartengono a chi utilizza ogni mezzo per screditare la Cina e la sua classe politica e creare instabilità nel paese. Ma la loro strategia è destinata a fallire". "Il partito comunista, il governo e il popolo  della Cina elimineranno qualsiasi disordino e seguiranno fermamente il percorso del socialismo con caratteristiche cinesi", ha poi aggiunto.

Lo stesso Hong Lei aveva definito "calunnie" le rivelazioni del quotidiano, mentre il sito del NYT cadeva immediatamente sotto la scure della censura.

 

Attacchi duri al New York Times provengono anche dalla versione online del Quotidiano del Popolo, la 'bocca' del partito comunista cinese, che in un editoriale apparso lunedì, pur senza un diretto riferimento allo scoop su Wen, non esita a puntualizzare che "negli ultimi anni, abbiamo assistito a un incremento di operazioni di plagio e fabbricazione di notizie da parte dei suoi giornalisti (del quotidiano Usa, ndr)". In altre parole, il quotidiano Usa non è un mezzo di informazione attendibile perché ha una lunga reputazione di "falsificare" e "distorcere" le notizie.

 

Nel frattempo Wen Jiabao non è rimasto con le mani in mano. Secondo una indiscrezione del quotidiano online Duowei (gestito da esponenti della diaspora cinese negli USA), Wen avrebbe sollevato la spinosa questione del reportage investigativo del New York Times in una riunione interna al Partito. "Una fonte vicina ai vertici del Pcc  - si legge nell'articolo (versione online in cinese) - avrebbe rivelato che Wen Jiabao ha consegnato una lettera formale ai vertici del PCC in cui chiede con fermezza di "istituire prontamente un organo preposto", "avviare indagini trasparenti e complete sulle diffamanti accuse di corruzione contro la mia persona" e di "dare pubblicamente una spiegazione al popolo". "Wen Jiabao ha anche dichiarato che se non fosse possibile avviare un'indagine pubblica, si potrebbe organizzare un gruppo investigativo apposito per effettuare indagini autonome. In caso contrario, il premier chiede che i quadri di livello più alto gli accordino la facoltà di rendere immediatamente pubblico il suo patrimonio".

 

La fonte ha poi rivelato che Wen nelle due lettere che ha inviato ai quadri del PCC avrebbe aggiunto: "Se il risultato delle indagini dovesse dimostrare che io o la mia famiglia abbiamo avuto un comportamento fraudolento o corrotto, siamo pronti ad accettare qualsiasi punizione da parte del partito e ad affrontare un processo".

Non è la prima volta che Wen Jiabao scrive ai funzionari del Pcc per esporre la questione della pubblicazione del suo patrimonio. Questa sarebbe la quinta lettera firmata da Wen Jiabao e depositata sui banchi del leader del partito.

 


RIVELAZIONI SU WEN: ISTRUZIONI PER L'USO
Pechino contro Nyt: "calunnie" sul premier

(di Antonio Talia

twitter@antoniotalia)

 

Milano, 26 set.- A meno di due settimane dall'inizio del Diciottesimo Congresso del Partito comunista cinese, il New York Times sgancia un reportage-bomba sulle fortune della famiglia del premier uscente Wen Jiabao, un patrimonio che secondo le stime del quotidiano Usa ammonta in totale a 2,7 miliardi di dollari.

 

Il sito del NYT è subito caduto sotto la scure della censura, mentre il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino Hong Lei definisce "calunnie" le rivelazioni del quotidiano.

 

 

Una piccola Città Proibita

 

Spesso una situazione s'inquadra dai dettagli. A Pechino basta provare a prendere un taxi tra Wangfujing –la strada dello shopping a poca distanza da Tiananmen – e Dong San Tiao: tutti i tassisti rifiuteranno di fermarsi, e non solo perché la prima strada è una delle poche aree pedonali della capitale.

 

"Ragioni di sicurezza" spiegava qualche mese fa un amico pechinese.
  "Si dice che nel palazzo all'angolo vivano alcuni familiari di Wen Jiabao". "Non è piacevole pensare che anche loro si siano costruiti una piccola Città Proibita" aggiungeva poi.

 

Il premier Wen Jiabao – conosciuto anche col nomignolo di "nonno Wen"- è celebre per l'attenzione verso le classi più disagiate e i ripetuti moniti contro la corruzione diffusa all'interno del Partito comunista cinese. Ma se in un contesto come quello della politica cinese neanche lui è al di sopra di ogni sospetto, lo scoop del New York Times rivela una rete complessa e ramificata di relazioni che hanno permesso alla sua famiglia – attraverso le relazioni con alcuni tra i più noti businessmen di tutta l'Asia - di accumulare un'enorme fortuna.

 

Su Wen Yunsong – conosciuto anche come Winston Wen - erano circolate diverse voci già alla fine dello scorso inverno: dopo un periodo nel private equity, il primogenito del premier aveva fondato Unihub, un'azienda di tecnologie per le telecomunicazioni i cui principali clienti sono grandi banche e agenzie di servizi finanziari come Ping An Insurance e Citic Securities.  A febbraio, Winston Wen è stato nominato presidente di China SatCom, uno dei sei operatori che offrono servizi di telecomunicazione terrestre e satellitare sul territorio cinese.

 

Qualche viveur della capitale cinese indica la figlia Wen Ruchun come sporadica frequentatrice del D Lounge, un locale un po' pretenzioso, abituale ritrovo dei modaioli di Pechino. Certo non un crimine, ma di sicuro neanche il luogo ideale per incontrare gli esponenti della classe media.  

 

Lo scoop del New York Times

 

Ma lo scoop di David Barboza pubblicato dal New York Times si spinge molto più in là, e sulla base di documenti e registri riservati di numerose società dimostra come l'intera famiglia di Wen si sia enormemente arricchita a partire dal 1998, quando Nonno Wen ottiene la carica di vicepremier.

 

"In molti casi, i nomi dei parenti di Wen Jiabao si sono nascosti dietro il paravento di partnership e veicoli finanziari intestati a nome di amici, colleghi di lavoro e partner d'affari. Sbrogliare la matassa di queste partecipazioni finanziarie fornisce un punto di vista privilegiato per comprendere come personaggi che vantano relazioni politiche privilegiate abbiano approfittato di una posizione situata allo snodo tra governo e affari, mentre influenza dello Stato e fortune private si incrociano nel cuore della tumultuosa crescita cinese", scrive Barboza.

 

Secondo il NYT , la signora Yang Zhiyun, madre di Wen - una novantenne ex insegnante originaria del nord della Cina - controlla un pacchetto da 120 milioni di dollari nella Ping An Insurance, la più importante società di servizi finanziari del Paese.

 

Ping An Insurance è un nome che ricorre più volte nell'impero della famiglia Wen: se, come abbiamo visto, il figlio del premier è uno dei principali fornitori della società, in passato il fratello Wen Jiahong ha ottenuto ingenti quote nella società, e dopo averle dismesse si è consolato con importanti pacchetti di imprese attive nel settore energetico e nel riciclo dei rifiuti, con una fortuna stimata intorno ai 110 milioni di dollari. Azioni della Ping An sarebbero state controllate in passato anche dalla famiglia della nuora di Wen, Yang Xiaomeng, che oggi detiene parte delle azioni di Union Mobile Pay.

 

Al capo opposto della rete c'è la moglie di Wen, Zhang Beili. In passato Zhang era già balzata agli onori delle cronache: secondo un cable dell'Ambasciata Usa a Pechino pubblicato nel 2011 da Wikileaks il primo ministro ha tentato di divorziare dalla donna, "disgustato" dalla capacità della donna di usare il nome del premier per i propri affari personali. "Wen è disgustato dalle attività della sua famiglia, ma non vuole oppure non è in grado di fermarle" ha detto l'alto dirigente cinese di un'importante società americana di Shanghai ai diplomatici Usa. Zhang Beili, si dice  da tempo a Pechino, controlla il commercio dei diamanti in Cina in maniera diretta o indiretta. Il NYT sostiene di avere la conferma delle voci: Zhang avrebbe iniziato a guadagnare la sua influenza su questo settore già negli anni '90, all'epoca in cui lavorava al ministero della Geologia. La moglie di Wen è la persona che, di fatto, ha fissato gli standard del mercato delle pietre preziose ai tempi in cui quest'industria in Cina era ancora agli albori. Zhang avrebbe superato il confine tra alto dirigente statale e donna d'affari con interessi nel settore su cui dovrebbe vigilare già nel 1992, convogliando i capitali della società di Stato China Mineral and Gem Corporation in imprese private. "Era la persona più importante del settore, in Cina" ricorda al NY Times Gaetano Cavalieri, presidente della World Jewelry Confederation con sede in Svizzera. "Costruiva relazioni tra i partner cinesi e quelli stranieri". Una vera "regina di diamanti", che abbandona il settore delle pietre preziose quando il marito viene nominato premier e si sposta verso altri business. Ma mantiene comunque una parte degli affari in famiglia, se è vero che la figlia Wen Ruchun controlla una parte delle azioni della società di oreficeria Gallop.

 

L'articolo mostra una ragnatela che abbraccia numerosi personaggi celebri, da Li Ka-Shing –l'uomo più ricco di Hong Kong- a Duan Weihong, nota imprenditrice e filantropa di Pechino, autrice di ricche donazioni a Harvard e all'Università Tsinghua.

 

La reazione della censura à stata pronta: come già accaduto a Bloomberg - che alcuni mesi fa aveva pubblicato un reportage sui patrimoni accumulati dalla famiglia del  futuro segretario del Pcc Xi Jinping - il sito del Nyt è stato completamente oscurato in Cina, mentre il portavoce del ministero degli Esteri Hong Lei ha definito calunnioso l'articolo del quotidiano Usa.


Scontri di potere

 

Chi ci guadagna dalle rivelazioni del NYT? La domanda sembra d'obbligo, perché la bomba a orologeria scoppia proprio a pochi giorni dal Congresso del Pcc che definirà la nuova leadership cinese, e molte voci indicano che i giochi per la lotta ai vertici non si sarebbero ancora conclusi.

 

Wen Jiabao si è accreditato nel corso degli anni come il volto compassionevole del governo cinese, non solo attraverso la risposta a tragedia come il terremoto del Sichuan – che nel 2008 provocò la morte di oltre 80mila persone - ma anche attraverso i continui richiami alla necessità di accorciare le distanze tra ricchi e poveri e la sua antica vicinanza all'ex premier Zhao Ziyang, che subì una dura purga politica per l'appoggio al movimento di Piazza Tiananmen.

 

I numerosi appelli al cambiamento  lanciati da Wen – sinceri o meno - gli hanno guadagnato fama di riformista moderato, anche se troppo prudente o forse sostanzialmente inascoltato.

 

Ma questo è l'anno in cui la politica cinese è stata scossa da continui scandali –dalla morte in un incidente a bordo di una Ferrari del giovane Ling Gu (che ha stroncato le ambizioni del padre Ling Jihua), fino al clamoroso caso di Bo Xilai, destituito per il coinvolgimento della moglie nell'omicidio del businessman britannico Neil Heywood. E adesso la tempistica delle rivelazioni su Wen Jiabao può indurre a pensare male, una pratica che – insegna il pensiero politico italiano - a volte porta anche ad azzeccarci.

 

Meglio mettere in fila alcuni fatti, allora. Pur essendo apparentemente più morbido del leader massimo, Wen Jiabao viene visto in qualche maniera vicino alle posizioni dell'attuale segretario Hu Jintao. Hu Jintao – si dice - avrebbe voluto come suo successore Li Keqiang, che però si dovrà accontentare del premierato, tanto a causa di errori commessi in passato che per via di un difficile equilibrio tra le varie anime del Partito. Tutti questi personaggi, in qualche modo, sono riconducibili alla linea politica dei cosiddetti "tuanpai", leader che vengono dalla Lega Giovanile Comunista e vogliono limitare gli effetti indesiderati del vertiginoso sviluppo economico del Dragone.

Al lato opposto dello spettro politico c'è il cosiddetto "Gruppo di Shanghai", che fa capo al grande vecchio Jiang Zemin, l'ex segretario che durante il suo mandato puntò tutto sulla crescita economica.

I due gruppi, Tuanpai e Cricca di Shanghai,si sono liberati del pericoloso Bo Xilai, a capo di una corrente di ultrasinistra.
  Probabilmente insieme.

Tuttavia in molti hanno letto l'incidente della Ferrari -che ha bruciato un leader considerato braccio destro di Hu Jintao- come un attacco sferrato dalla Cricca di Shanghai alla fazione della Lega Giovanile Comunista, forse per limitare le ambizioni di quelli che durante l'amministrazione precedente costituivano la corrente di maggioranza.

La Cricca di Shanghai, decimata dalle inchieste anticorruzione degli anni '00, ci aveva già provato nel 2009. Si mormora infatti che dietro lo scandalo che colpì il colosso minerario australiano Rio Tinto e portò alla condanna di alcuni alti dirigenti della società, ci fosse la manina degli uomini di Jiang Zemin. Tra gli arrestati, infatti, c'era uno dei cognati dell'attuale presidente Hu Jintao.


Il futuro segretario Xi Jinping, pur essendo un rampollo dell' "aristocrazia rossa", vanta anche ottimi rapporti con Jiang Zemin.

Jiang Zemin, a 86 anni, è recentemente riapparso in pubblico in ottima forma.

E forse portava con sé un messaggio: nel prossimo Comitato Permanente del Politburo, la Cricca di Shanghai deve ottenere una rappresentanza più ampia.


 

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