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Intervista a Michele Geraci

MERCATI IN ROSSO, PRIMI
DUBBI SUL CIRCUIT BREAKER

MERCATI IN ROSSO, PRIMI<br />DUBBI SUL CIRCUIT BREAKER


Di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 5 gen. - Si apre in rosso il 2016 delle Borse cinesi che ieri hanno segnato perdite del 7%, trascinando al ribasso le piazze occidentali, prima della sospensione della seduta dovuta al nuovo sistema di interruzione dei mercati, il cosiddetto "circuit breaker". Inaugurato proprio nella giornata di esordio, il meccanismo di stop parziale o totale delle contrattazioni giornaliere ha già generato i primi dubbi tra gli analisti, che temono effetti sui mercati del tutto diversi da quelli voluti dal governo cinese, che oggi lo ha difeso. Il circuit breaker ferma le contrattazioni per quindici minuti quando i titoli del Csi 300, l'indice che raggruppa la azioni cinesi di classe A, superano il 5% di rialzo o ribasso, e sospende la seduta nel caso di una variazione del 7%. Il nuovo sistema, secondo l'autorità di regolamentazione delle Borse cinesi, la China Securities Regulatory Commission protegge gli investitori e calma i mercati, anche se, ha spiegato la Commissione, sarà necessario "un po' di tempo per abituarsi gradualmente alle nuove regole".

L'interruttore dei mercati, al contrario, avrebbe come effetto quello di aumentare il panic selling tra gli azionisti, in gran parte piccoli investitori, secondo i primi giudizi degli economisti e degli esperti di finanza. Anche oggi, le contrattazioni di Borsa a Shanghai sono state soggette a fortissima volatilità, con undici fluttuazioni nel corso della seduta tra segno più e segno meno, prima di chiudere in ribasso di soltanto qualche decimale. La seduta è stata segnata dall'intervento dei fondi statali per comprare azioni sul mercato, e dall'iniezione di liquidità della stessa banca centrale cinese, che ha pompato a mercati aperti venti miliardi di dollari nel sistema finanziario con il meccanismo di rifinanziamento a breve dei pronti contro termine. Come successo già l'estate scorsa, le turbolenze sui mercati cinesi hanno fatto sentire i riflessi anche sulle piazze occidentali e a Wall Street, dove il Dow Jones Industrial Average ha segnato la peggiore apertura annuale degli ultimi otto anni. "Dobbiamo abituarci a questa volatilità - afferma ad Agi Michele Geraci, economista e direttore del China Economic Research Program presso la Nottingham University Business School China - Ormai è questo il trend, con le incertezze che creano volatilità: un +4% o -4% è ormai all'interno del nuovo normale della Borsa". Sulla volatilità degli ultimi giorni pesa anche il "meccanismo perverso" del nuovo sistema di interruzione dei mercati, che "incentiva gli azionisti a vendere più che a non vendere. Quello che è stato pensato come un meccanismo per arginare le perdite è invece corresponsabile del crollo".

Scendendo nel dettaglio, Geraci spiega i dubbi relativi al nuovo sistema di interruzione delle contrattazioni. "Se sai che il Csi 300 cade del 5% non puoi vendere neanche le azioni che sono andate su perché si blocca tutto, non solo le azioni che sono salite o scese di oltre il 10%", ovvero il limite massimo di rialzo o ribasso giornaliero di un titolo già in vigore. Quella che viene a crearsi è una situazione paradossale. "Se si vuole vendere, prima si doveva stare attenti soltanto al fatto che l'azione non andasse sotto il 10% perché ovviamente si bloccavano le contrattazioni: adesso occorre stare attenti che la media del Csi 300 non varchi la soglia del 5%, perché altrimenti restano in pancia anche le azioni che non hanno subito grandi spostamenti. Quindi, si vende prima, in anticipo". Alle incertezze dei mercati, si somma anche la possibilità, per ora soltanto ventilata a livello informale, di estendere anche oltre l'8 gennaio il divieto di vendita delle azioni per chi ha una partecipazione superiore al 5% in un titolo quotato sulle piazze cinesi, introdotto sei mesi fa, all'indomani dei crolli di luglio. Le turbolenze di inizio anno sono anche da imputare secondo gli analisti, alla perdita di fiducia degli investitori nell'intervento sui mercati delle autorità, secondo quanto dichiarato ai microfoni di Cnbc da Charles Blankey, Chief Investment Officer  presso Gemmer Asset Management, e nel panic selling che ha contraddistinto la seduta di ieri, c'entrano anche le aspettative per la caduta del divieto, un'ipotesi ora non più data per scontata dagli investitori.

Nell'insieme delle motivazioni che hanno provocato il crollo dei titoli cinesi ci sono anche ragioni legate più strettamente al rallentamento dell'economia cinese. Il "lunedì nero" cinese di inizio anno è da imputare anche ai primi dati usciti nel 2016, che segnano una nuova contrazione del settore manifatturiero, a dicembre scorso, anche se il rallentamento della seconda economia del pianeta non è un fatto nuovo. "Come a volte il Pmi o il pil della Cina viene usato come scusa per abbattere i mercati di Shanghai, così quando crolla la Cina - e porta giù Hong Kong, Tokyo e Seul - ne approfittiamo in Occidente, per abbassare le valutazioni dei mercati che sono pompati da politiche a tassi bassi della Fed e della Bce - conclude Geraci - I mercati occidentali hanno i loro problemi e ogni volta che succede qualcosa in Asia, l'investitore europeo ne approfitta per tagliarsi le posizioni, e quindi vendere. E' come se l'Europa sapesse che le valutazioni sono un po' gonfiate e strumentalizzasse l'evento in Cina per imputare al crollo cinese anche il ribasso di New York".


05 GENNAIO 2015

 

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