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TIAN'ANMEN 25 ANNI DOPO

MASINI: TROPPO PRESTO
PER RIVISITAZIONE SUL 4 GIUGNO

MASINI: TROPPO PRESTO <br />PER RIVISITAZIONE SUL 4 GIUGNO


di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 4 giu. - "Non sapevamo quello che stesse succedendo, se non quello che vedevamo con i nostri occhi e che succedeva intorno a noi". La confusione e l'incertezza riguardo alla sorte delle contestazioni studentesche di venticinque anni fa ritorna nel ricordo di Federico Masini, oggi sinologo, docente di Lingua e Letteratura Cinese all'Università Sapienza di Roma  prorettore dello stesso ateneo. Nel 1989 Masini era responsabile per i rapporti con la stampa presso l'Ambasciata d'Italia a Pechino. Oggi, la Cina vive sfide diverse da quelle di allora, spiega ad AgiChina, e il ricordo di quei fatti si è perso nelle giovani generazioni che devono combattere altre sfide. Per fare pace con il capitolo più sanguinoso della storia recente, aggiunge Masini, è ancora presto. "Non si è riusciti ancora a fare una operazione storica sulla Rivoluzione Culturale, immaginate quanti decenni dovranno passare prima che si riesca fare una rivisitazione storica dei fatti di Tian'anmen. Questa è la Cina, nel bene e nel male".

La repressione nei confronti di attivisti, giornalisti e avvocati per i diritti umani è stata particolarmente dura, più degli altri anni. Perché secondo lei?

Ci sono tanti motivi, spesso intrinseci del sistema cinese. Il primo è che le ricorrenze con particolari numeri sono ancora più sentite, come nel caso del venticinquesimo anniversario. Potrebbe sembrare ridicolo ma l'anniversario di quest'anno acquisiva un significato particolare e si poteva immaginare che ci sarebbero stati dei tentativi di controllo più forti che negli ultimi anni. Il secondo motivo è che si tratta del primo anniversario così sensibile della nuova era targata Xi Jinping. Il terzo motivo è che il controllo sulla società civile è sempre più sottile, ma il risultato probabilmente è scarso, perché sappiamo tutti che oramai è molto semplice aggirare i controlli su internet e la situazione delle notizie è ancora maggiore di prima.

Dove si trovava il 4 giugno 1989? Cosa ricorda di quel giorno?

Fu un giorno particolare. L'ambasciata rimase chiusa. I fatti di allora sono avvenuti prima della caduta del muro di Berlino, Gorbaciov era appena ripartito da Pechino, e non sapevamo in che direzione stesse andando il mondo: non ci saremmo immaginati che l'Unione Sovietica sarebbe caduta di lì a pochi mesi. Eravamo spaesati: non c'erano più rapporti tra le ambasciate e il governo cinese. Ricordo che quando chiamai il ministero degli Esteri per avere informazioni sugli eventi (all'epoca ero l'unico che parlava cinese in ambasciata) mi dissero di rivolgermi al ministero della Difesa. Non sapevamo che cosa stesse succedendo, se non quello che vedevamo con i nostri occhi e che accadeva intorno a noi. Abbiamo passato una settimana di isolamento, perché c'era smarrimento anche da parte delle autorità: non si sapeva dove si stesse andando esattamente. Ci sono voluti alcuni giorni perché la situazione tornasse a essere sotto controllo e la Cina tornasse ad avere un andamento "normale". Sottolineerei il fatto che effettivamente, nonostante gli attentati e altri eventi particolari, i venticinque anni appena trascorsi probabilmente sono stati i venticinque anni più sereni dal punto di vista politico, economico e di sviluppo della Cina degli ultimi due secoli. Questo è un dato di fatto che gli storici non devono dimenticare.

Che percezione avevate della situazione all'epoca, e quale fu la reazione?

Rimanemmo isolati. Le famiglie partirono. Gli studenti furono evacuati. Girai per la città con un pulmino dell'ambasciata a raccogliere tutti gli studenti italiani delle università: li portammo all'aeroporto di Pechino dove affittammo un aereo dell'Alitalia che da Hong Kong venne appositamente nella capitale ed evacuò tutti i nostri connazionali che avevano desiderio di partire. A quel punto ci ritrovammo in una fase di isolamento a Pechino, che già negli anni Ottanta era una capitale vivace dal punto di vista sociale e che era nel frattempo ripiombata in una fase di grande silenzio e di grandi interrogativi su quello che stava succedendo. Vale la pena di ricordare che proprio alla fine del 1989 l'Italia fu il primo Paese europeo a sdoganare la Cina con la visita dell'allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti.

Ancora ieri il governo cinese ha dichiarato di avere raggiunto una soluzione sui "disordini politici di fine anni Ottanta". Il Global Times in un editoriale scrive che la società non ha mai dimenticato i fatti di allora ma ha deciso di non parlarne. E' così, almeno in parte? Quanto è distante la versione ufficiale dei fatti dalla percezione comune?

Tutti i cinesi che hanno la mia età sanno esattamente cosa è successo in Cina in quel periodo. Che la politica cinese negli ultimi venticinque anni sia stata influenzata da quei fatti è fuori di dubbio, se non altro perché alle spalle di Zhao Ziyang sulla piazza Tian'anmen c'è un giovane Wen Jiabao, senza occhiali: lo si può ancora vedere nei vecchi filmati e nella fotografia, poi divenuta celebre, comparsa sul Quotidiano del Popolo del 18 maggio 1989. I cinesi sanno perfettamente che cosa è successo. Sanno anche, probabilmente, che è ancora presto per fare luce e dichiarare pubblicamente quello che è avvenuto. Non si è riusciti ancora a fare una operazione storica sulla Rivoluzione Culturale, immaginate quanti decenni dovranno passare prima che si riesca fare una rivisitazione storica dei fatti di Tian'anmen. Questa è la Cina, nel bene e nel male.

I fatti del 4 giugno hanno dato anche esiti letterari, come il romanzo Beijing Coma di Ma Jian (pubblicato in Italia da Feltrinelli con il titolo "Pechino è in coma"). Come valuta la letteratura di protesta cinese legata a quell'evento?

In alcuni casi ci sono state opere di pregio, che hanno consentito, in maniera diretta o indiretta, alla popolazione di ricordare quegli eventi. Per certi versi, però, la letteratura cinese ha bisogno di "normalità", di ricercare un filo di descrizione e introspezione sulla realtà umana al di là degli eventi politici e sociali circostanti. Solo questo la metterà in grado di competere con le grandi letterature del mondo. Se Mo Yan ha avuto il Nobel è perché è un grande affabulatore e un grande narratore di storie al di là degli eventi politici. La letteratura legata alla politica - a mio giudizio - tende a sconfinare nel dossier, genere tra l'altro di grande pregio, più che nella grande letteratura come la intendiamo noi quando ci riferiamo alla letteratura europea o russa.

I giovani di oggi come si rapportano, secondo lei, ai fatti di venticinque anni fa?

I giovani di 20-30 anni probabilmente non hanno la più pallida idea di cosa sia successo. Dubito che i loro genitori glielo abbiano raccontato, perché il meccanismo di rimozione della storia funziona anche a livello personale. Gli storici se ne potranno occupare. I giovani, adesso, sono occupati in ben altre faccende, come la sopravvivenza delle loro famiglie, più che la riflessione sui grandi eventi politici del passato o del presente.

Esiste un'eredità culturale delle contestazioni di venticinque anni fa?

No, credo di no. Non parlerei di eredità culturale. Ci sono degli eventi che hanno portato la Cina a essere quello che è. Bisogna affrontare delle sfide attuali, non quelle di venticinque anni fa. La sfida attuale è quella di continuare a garantire il benessere, la soddisfazione dei bisogni senza lasciare indietro nessuno, nelle campagne o nell'interno e al tempo stesso iniziando a soddisfare altre esigenze personali di soddisfazione personale che progressivamente stanno emergendo in Cina, come in qualsiasi altro Paese che è uscito dalla povertà e si sta avvicinando allo sviluppo.

Di cosa ha paura oggi il Partito Comunista Cinese?

Non ha paura del cambiamento perché in qualche misura lo sta affrontando. Ha paura dei cambiamenti repentini e incontrollati. E' convinto che sia necessario procedere verso una progressiva trasformazione delle strutture gestionali del Paese, ma ha paura che questo meccanismo sia troppo rapido e quindi violento. Su questo punto, in qualche modo, ha il sostegno della popolazione, che teme, più di ogni altra cosa, il disordine.
 

4 giugno 2014

 

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