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CHINA ENTREPRENEUR CLUB

"L'ITALIA CONOSCE
POCO IL MERCATO CINESE"

 L ITALIA CONOSCE <br />POCO IL MERCATO CINESE


Di Alessandra Spalletta
Twitter@AlessandraSpalletta


Roma, 20 ott. - Il China Entrepreneur Club, (CEC) il più esclusivo circolo di imprenditori cinesi fondato nel 2006 che comprende anche il fondatore di Alibaba, Jack Ma, e il patron di Wanda, Wang Jianlin, è visita in Italia dal 17 al 22 ottobre, dopo aver fatto tappa in Germania, alla vigilia del 45esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. L'organismo comprende 47 membri, fra cui gli amministratori delegati di 46 aziende, per un fatturato annuale totale di oltre 300 miliardi di euro. CEC annovera tra i suoi iscritti 31 tra i più influenti imprenditori ed economisti. Le aziende iscritte all’organismo costituiscono una parte rilevante del Pil nazionale cinese, facendo registrare nel 2013 un giro d'affari pari a oltre duemila miliardi. La missione in Italia mira a favorire l'approfondimento della conoscenza del mondo economico italiano, a esplorare aree di complementarità con le direttrici di sviluppo dell'economia cinese e stabilire rapporti di conoscenza diretta con leader politici e imprenditori italiani, con l'obiettivo finale di porre le basi per investimenti e attività imprenditoriali congiunte. AgiChina ha intervistato il Segretario Generale del CEC Maggie Cheng a Roma a margine dell’incontro alla Farnesina con il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

 

Qual è lo scopo della visita del China Entrepreneur Club in Italia?

 

Comunicare a tutti i livelli: è questa la nostra missione in Italia. La fiducia passa attraversa la conoscenza. Vogliamo costruire le basi di questa fiducia, sfruttare le opportunità di investimento già esistenti e sviluppare nuove potenzialità. E ciò è possibile solo se ci mettiamo a lavorare insieme.

 

Mentre la Cina sta realizzando una revisione del proprio modello economico, l’Italia è alle prese con riforme politiche strutturali e sta uscendo dalla crisi. Dopo l’incontro con il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che idea vi siete fatti? L’Italia è pronta ad accogliere gli investimenti cinesi?

 

Italia e Cina sono due paesi culturalmente affini sin dai tempi di Marco Polo. Nonostante gli antichi legami, e gli scambi economici, se pur mediati nelle epoche antiche, lungo la via della seta, oggi c’è  uno spazio vuoto nei rapporti tra le nostre imprese, che va assolutamente riempito.  Non solo. Esiste una divergenza tra le culture imprenditoriali dei nostri due paesi.  Le aziende cinesi sono più dinamiche di quelle italiane.  Abbiamo visioni differenti sulla governance di impresa. Sono molte le aziende cinesi che vorrebbero investire nelle vostre imprese. Molte le aziende che investono tempo e risorse per fare affari in Italia. Non vedo francamente la stessa propensione da parte vostra. Il 98% delle aziende italiane sono ancora oggi a conduzione familiare. In Cina, invece, dopo 30 anni di riforme, sono nate molte start-up, private e pubbliche. Queste differenze strutturali sono alla base della difficoltà delle nostre imprese nel fare affari in Italia. Ma una cosa mi rende ottimista: dall’incontro con Renzi sono emersi elementi di novità. Renzi è un politico energico, innovativo e pieno di risorse. Il suo è un ottimismo contagioso. Ci ha detto che l’Italia è un paese aperto agli investimenti cinesi. In vari settori, tra cui immobiliare, turismo, e-commerce. Renzi ci ha inoltre detto che il suo governo sta cercando di ridurre la tassazione sulle imprese dall’attuale 25% al 24%, e che c’è la volontà politica di negoziare una tassazione agevolata per le aziende straniere che investono in Italia. Renzi utilizza stile e contenuti molto simili a quelli che adottano i governatori locali in Cina per attrarre gli investimenti. Inoltre con Renzi abbiamo parlato in modo costruttivo anche della questione delle patenti di guida e dei visti: oggi un cittadino cinese, dopo aver trascorso tre mesi nel vostro paese, è costretto a tornare in Cina per richiedere un nuovo visto. Sono problemi molto concreti che vanno risolti. Il presidente del Consiglio ha promesso che se ne occuperà personalmente.

 

L’Italia ha sempre avuto una strategia poco chiara nei confronti del vostro Paese.  Dalla visita di Renzi in Cina nel giugno dello scorso anno, i rapporti bilaterali hanno avuto una spinta propulsiva e sembra che anche la storica asimmetria tra gli investimenti si stia riducendo. Cosa dovrebbe fare l’Italia per accorciare la distanza con la Cina?

 

Uno: avere un governo stabile. Due: innovare. Due punti che Renzi mi sembra sia in grado di garantire. Tre: approfondire la conoscenza reciproca. No, non è uno slogan: le aziende italiane dovrebbero studiare meglio come funzionano le aziende cinesi al loro interno, e viceversa. Globalizzazione e integrazione economica, non riguardano solo i paesi dell’Unione Europea. La Cina, per esempio. In pochi anni siamo diventati uno dei mercati più grandi, la seconda economia al mondo. E’ quindi di vitale importanza per l’Italia conoscere i meccanismi che regolano il mercato cinese. Quattro: fare amicizia. Di nuovo, non è un luogo comune: il business passa attraverso i contatti, imprenditori cinesi e italiani devono diventare amici. I cinesi dovrebbero trasferire un po’ del loro spirito imprenditoriale agli italiani. Gli italiani dovrebbero invece educare i cinesi a una maggiore sensibilità sui prodotti di qualità e forza della tecnologia. La collaborazione tra imprese rafforza il business e migliora la vita della gente.

 

Perché l’economia cinese che rallenta non ci deve spaventare?

 

Proprio ieri mattina il governo cinese ha annunciato che il pil cinese è cresciuto del 6,9% nel terzo trimestre di quest'anno, la prima volta che l’economia cresce al di sotto del 7%. Qualcuno potrebbe restare colpito da questo dato apparentemente negativo. Eppure, se confrontiamo il tasso di crescita cinese con quello delle maggiori economie europee, prendiamo la Germania, che abbiamo visitato nei giorni scorsi, i dati relativi all’economia cinese appaiono francamente eccellenti.  Renzi stamattina era orgoglioso di illustrarci le previsioni di crescita dell’economia italiana dello 0,9% per il 2015 e dell’1,6% per il 2016. Dunque perché una crescita del 6,9% della nostra dovrebbe allarmarci? Il nostro ottimismo non proviene solo dai dati macro. In Cina ci sono nuove forze che trainano la crescita del mercato interno. Gli imprenditori che compongono la nostra delegazione conoscono molto bene la realtà dell’economia cinese. Uno: il processo di urbanizzazione durerà ancora 30 anni, ciò darà forte impulso alla crescita economica. Due: ogni singolo cittadino cinese sogna una vita migliore, i consumi interni in aumento saranno un altro elemento di traino. Tre: negli ultimi 30 anni la Cina ha creato una classe imprenditoriale solida e concorrenziale in grado di accogliere le sfide del mercato globale.  Sono cresciuti di pari passo gli investimenti cinesi all’estero. Ciò detto, dobbiamo ammettere che la Cina è alle prese con diversi problemi, come l’ccesso di capacità produttiva: quanto tempo ci vorrà per riassorbirlo? Se però guardiamo l’altro lato della medaglia, dal punto di vista dei lavoratori, se si abbassano le aspettative sull’aumento dei salari, da un lato ci sarà una diminuzione dei consumi, dall’altro ci sarà l’incentivo a essere più efficienti.  Dal punto di vista delle imprese, moriranno quelle meno produttive, e dalla competizione emergeranno quelle più sane. E’ come una maratona: vince il migliore. I recenti crolli delle borse cinesi hanno alimentato i timori sulla tenuta dell’economia cinese, ma il sistema finanziario sta registrando una ripresa. Insomma, è vero: la Cina non è perfetta, ma non c’è ragione di allarmarsi: non ci sarà nessuna catastrofe. Venite in Cina e giudicateci con i vostri occhi. 

 

20 OTTOBRE 2015


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