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SINOLOGIA

LANCIOTTI, L’UOMO
CHE AMAVA LA CINA

LANCIOTTI, L’UOMO <br />CHE AMAVA LA CINA


Roma, 1 lug.- E’ scomparso all'età di 90 anni Lionello Lanciotti, decano dei sinologi italiani ed Emerito di Filologia cinese a L’Orientale di Napoli. Lanciotti è stato inoltre vice presidente e consigliere per gli Istituti per il Medio ed Estremo Oriente e per l’Africa e l’Oriente.

A lungo ha collaborato con Agichina nella rubrica settimanale “Punta di pennello”. Riproponiamo un’intervista che ci concesse nel dicembre del 2012.

Decano dei sinologi italiani

 

Di Sonia Montrella

Twitter@SoniaMontrella


Roma, 21 dic.- E' un pomeriggio di dicembre ancora non troppo freddo quando arriviamo a casa sua, nel centro di Roma, per l'intervista che avevamo fissato. Ci apre la porta Lionello Lanciotti, decano dei sinologi italiani. Il suo nome è quasi un'istituzione per gli studenti di cinese, soprattutto tra coloro che hanno conosciuto la letteratura della Cina sul "Lanciotti" e sul "Bertuccioli", due protagonisti e antagonisti per mezzo secolo del panorama sinologico italiano. Ma soprattutto due intellettuali che hanno guardato all'Estremo Oriente quando la Cina era ancora lontana, i rapporti commerciali limitati e non vi era alcuna necessità strategica di imparare il cinese. "Come era visto chi si iscriveva a questo corso di laurea? Come un matto!" scherza Lanciotti. Rotoli, porcellane bianche blu in stile Tang, statuine raffiguranti l'Esercito di Terracotta e mobili cinesi. Ogni angolo della casa tradisce l'amore per l'Oriente di Lionello Lanciotti, un uomo di 87 anni, ma con una memoria formidabile: "Le lezioni di Giovanni Gentile si tenevano all'ultimo piano della facoltà di Lettere, ricordo la corsa per trovare un posto. Partecipavano anche alti ufficiali e molti preti" ricorda. "Di Ungaretti ho seguito il primo corso che doveva essere tutto incentrato su "Ad Angelo Mai", invece lui gli dedicò poco spazio". L'intervista che segue è una sorta di viaggio del professore tra ricordi, aneddoti e nomi noti degli studi sinologici.

 

Quando è stata la prima volta che è andato in Cina?

La prima volta fu nel 1957. Arrivò al vecchio IsMEO, allora presieduto da Giuseppe Tucci, una lettera da parte dell'Ambasciata Cinese a Berna (allora non c'era ancora la rappresentanza di Pechino) che invitava 4 italiani a recarsi in Cina.
Partii insieme al Segretario Generale che era il Comandante Mariano Imperiali, al vicepresidente dell'IsMEO Alberto Giuganino e al sinologo Martin Benedikter.
Era la prima volta che riuscivo a vedere il paese che avevo studiato a lungo, non potevo che essere entusiasta. Fummo ricevuti da personaggi politici importanti, tra cui l'allora ministro della Cultura Popolare, un uomo di politica, ma anche di grande sapienza; morì due anni dopo in un incidente aereo di ritorno da Mosca. Ci portarono a vedere il sito in cui avevano ritrovato il Sinantropus Pekinensis, e visitammo molte città, una ventina circa.

 

Vi fece ritorno dopo diversi anni...

Il secondo viaggio lo feci nel 1972, poi nel '74, in seguito organizzai il viaggio di tre Università, quelle di Venezia, Roma e Napoli. Sono tornato in Cina varie volte in occasione di accordi culturali o per motivi personali: mio figlio, allora funzionario dell'Istituto del Commercio Estero, ha vissuto li per 5 anni, ha sposato una ragazza pechinese. Il mio ultimo viaggio in terra cinese risale agli inizi del 2000.
In pratica tra Cina, Giappone, Hong Kong, Macao e le due Coree ho fatto una quarantina di viaggi in Estremo Oriente, tutti con grande entusiasmo e molta curiosità.
La Cina cambia in fretta e in maniera incredibile: l'ultima volta che ho visto Shanghai era irriconoscibile. E Macao… ho visto in televisione un documentario, la ricordavo portoghese con il cimitero in cui sono sepolti ammiragli di 25-26 anni che speravano di far carriera, la facciata della cattedrale di San Paolo che era rimasta intatta. Ora Macao è peggio di Hong Kong e a Shanghai non vale più la pena di andarci, anche se il viaggio da Hong Kong a Macao in mare è sempre molto affascinante.

 

Lei ha conosciuto un altro volto dell'Asia...

Quando visitai Formosa (Taiwan) con Bertuccioli era tappezzata di manifesti di liberazione da Pechino, mentre nella Cina continentale c'erano manifesti che rivendicavano l'isola. In Corea del Sud sono stato due volte, la prima perché avevano invitato l'allora presidente dell'Istituto IsIAO Gherardo Gnoli ma rifiutò; la seconda, qualche anno dopo, per il centenario delle relazioni diplomatiche tra l'Italia e il Regno di Corea. In Corea del Nord sono stato una sola volta quando Andreotti contattò Gnoli perché cercavano una persona che si occupasse di Estremo Oriente per accompagnare una delegazione composta da un senatore e due deputati. A Pyongyang fummo ricevuti da Kim Il-sung il quale si lanciò in un lungo discorso in cui sosteneva che l'unica salvezza era l'autarchia.

 

Come è nato questo interesse per la Cina e la lingua cinese?

Ero affascinato dal pensiero cinese filosofico e religioso. Ho iniziato i miei studi con il padre gesuita Pasquale d'Elia, che però dava grande importanza ai racconti in cinese classico e agli scritti di Matteo Ricci, ma poca alla filosofia. Aveva vissuto per molto tempo in Cina come missionario e parlava un cinese ottimo, di gran lunga migliore dell'italiano: ricordo che scrisse un articolo in cui invitava alla ricerca delle isole dell'immortalità "300 giovani e 300 giovane". Cominciai con lui, poi nel '49-'50 andai a Stoccolma con una borsa di studio, l'anno successivo nel '51 mi trasferii a Leida per studiare con Jan Julius Lodewijk Duyvendak.

 

Poi passò dall'altro lato della cattedra...

Ho iniziato a insegnare a Roma nel '60 quando d'Elia lasciò per motivi di età e ho conservato l'incarico fino al '69-'70. Nel frattempo, nel '65, diventai di ruolo a Venezia, per un po' cercai di mantenere le due cattedre, poi mi stufai e lasciai quella di Roma a una delle mie prime allieve, Gabriella Molé; poi sempre a La Sapienza arrivò anche Bertuccioli, io ero nella commissione che gli ha assegnato la cattedra. Bertuccioli e la Molé non andavano molto d'accordo, avevano un metodo di insegnamento diverso: Bertuccioli pretendeva che i suoi allievi imparassero a memoria le poesie cinesi, che poteva essere anche utile, ma non basta se non si insegna anche la struttura della lingua. Io nel frattempo ero a Venezia dove rimasi fino al '79. Il 1 novembre di quell'anno mi trasferii all'Orientale di Napoli.

 

Se oggi è difficile reperire i testi, posso immaginare cosa potesse essere allora...

In realtà dipendeva molto dal momento, ma in generale non era facile. Spesso per reperire alcuni testi bisognava andare all'estero, io stesso sono stato in Cina, in Svezia e in Olanda. E ho mandato i miei allievi che si occupavano di Cina moderna a Praga e a Leida. Bertuccioli aveva una biblioteca molto fornita perché ebbe la fortuna di stare in Cina a lungo, lavorò all'Ambasciata fino al '48- '49 e in quel periodo i cinesi erano pronti a vendere di tutto pur di guadagnare qualcosa. Edoarda Masi, invece, aveva quasi completa la collana della rivista Chinese Literature, che veniva stampata in inglese a Pechino. Ricordo che la Masi insegnava letteratura cinese all' IsMEO perché non voleva servire lo stato, essere dipendente statale, poi si convinse e accettò un incarico a Napoli.

 

Come si è evoluto negli anni il mondo della sinologia italiana?

A Roma - nell'aula di "(A)sinologia", come era stata corretta l'insegna dagli studenti - insegnavo a massimo 8 alunni, a Venezia ne avevo una ventina mentre a Napoli negli ultimi anni facevo lezione nell'Aula Magna, che ospitava circa un centinaio di posti ed era talmente piena che molte persone erano costrette a sedersi per terra. Sono fuori dalle aule universitarie, i miei vecchi allievi che avevano avuto una cattedra sono andati in pensione, ogni tanto si fanno vivi, come Scarpari, Sabattini, la Carletti. Con Masini ci siamo visti qualche volta all'Università.
La sinologia italiana cresce in quanto a numeri, ma ha ancora dei limiti. Oggi la lingua si insegna in oltre 12 università italiane, ma in molte si può imparare solo un po' di cinese parlato perché non hanno una biblioteca. Quelle più valide restano quelle di Venezia, ricca di periodici e dove ho contribuito a creare il fondo che era della Fondazione Cini; di Roma: la Biblioteca Nazionale e quella dell'Università; e infine quella dell'Orientale di Napoli che si è arricchita di volumi grazie anche a donazioni.

 

Suggerirebbe a un giovane che si iscrive all'università di studiare cinese?

A suo rischio e pericolo! Penso che chi studia cinese classico nel tempo può avere prospettive nell'università, gli altri non so quanti sbocchi abbiano, forse con il commercio, ma i cinesi che studiano italiano sono tanti e la concorrenza è molta.

 

Per avere buone relazioni con un altro popolo bisogna comprenderlo e farlo significa il più delle volte partire dalla conoscenza della sua cultura e della sua lingua. Qual è secondo lei l'opera cinese che tutti dovrebbero leggere?

Direi il Zhuang-zi. E' l'opera più vicina a noi.

 

 


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