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Sinologi a confronto

LA CINA HA CAMBIATO DIREZIONE?

LA CINA HA CAMBIATO DIREZIONE?


a cura di Alessandra Spalletta

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Roma, 10 dic. - Sinologi a confronto sui grandi temi della Cina contemporanea. Prossimamente online la nuova rubrica di AgiChina24 in collaborazione con l'Istituto di Studi Orientali dell'Università di Roma La Sapienza.

 

AgiChina24 scriveva il 18 novembre: 

 

Il terzo plenum del 2013 prosegue nella direzione già intrapresa nel terzo plenum del 1978 verso le aperture del sistema socialista volute da Deng Xiaoping. L'appuntamento politico del 2013 si prepara, per le decisioni prese, a essere ricordato per importanza come i plenum del 1978 e del 1993, che avevano sancito la definizione di "socialismo di mercato" per spiegare il modello di sviluppo cinese.

 

Contrariamente alle prime indicazioni apparse nel comunicato finale del plenum, che avevano destato non poche polemiche tra gli studiosi del mondo cinese, la pubblicazione successiva del documento "Decisione sulle maggiori questioni riguardanti il complessivo approfondimento delle riforme"che analizza le riforme a cui andrà incontro il sistema cinese nei prossimi anni, ha rivelato maggiori dettagli sulle aree che saranno soggette a riforma nei prossimi anni. Tra gli analisti c'è anche chi, come l'economista Barry Naughton, aveva espresso un giudizio fortemente negativo sul primo comunicato scaturito dal meeting dei dirigenti del partito, vago nelle linee di riforma. Naughton ha poi spiegato ad AgiChina24, le motivazioni del cambio di opinione alla lettura della Decisione. "Faccio auto-critica. Smentisco i miei primi commenti sul rapporto" ha dichiarato l'economista di Berkeley.

 

I provvedimenti che hanno destato maggiore attenzione a livello internazionale sono quelli che riguardano l'abolizione del sistema di rieducazione attraverso il lavoro, il laojiao, che prevede la detenzione amministrativa fino a quattro anni per chi ha compiuto reati minori, e l'ulteriore rilassamento della politica del figlio unico. In diminuzione, poi, anche i reati per i quali è prevista la pena di morte, secondo il documento sull'approfondimento delle riforme. Anche il sistema di registrazione familiare sarà soggetto a revisione "per aiutare i contadini a diventare residenti urbani" e favorire il progetto di urbanizzazione della Cina rivelato a marzo scorso. Cambiamento graduale anche per il sistema pensionistico, un cruccio di Pechino che vede avanzare l'età media della popolazione, e la sicurezza sociale. Ci sono poi le riforme finanziarie del sistema. La Cina apre il settore bancario ai capitali privati che potranno aprire istituti di credito di piccole o medie dimensioni, se in possesso dei requisiti necessari, e le aziende di Stato, uno dei tasselli chiave delle riforme secondo molti commentatori, dovranno restituire allo Stato il 30% dei loro guadagni a partire dal 2020.  Il terzo plenum ha poi detto basta ai monopoli, con un ridefinizione chiara delle funzioni delle aziende di Stato, anche di quelle più potenti, come i colossi dell'energia. La decisione va nella direzione di quanto già anticipato con il comunicato finale dei giorni scorsi, ovvero il riferimento al "ruolo decisivo" dell'economia nell'allocazione delle risorse. Pur mantenendo saldo il ruolo chiave delle aziende di Stato, i capitali privati avranno accesso a quote nei progetti con investimenti dei gruppi statali. Infine, la Cina prevede per i prossimi anni anche una riforma fiscale per una suddivisione più equa delle entrate nelle casse dello Stato. Xi Jinping ha poi parlato, infine, anche della nuova commissione per la sicurezza nazionale, che avrà tra i suoi compiti l'istituzione di un sistema di stato di diritto su tutti i temi riguardanti la sicurezza nazionale per affrontare sia le minacce interne che esterne, come le dispute su questioni di sovranità territoriale con altri Paesi.

 

La Cina ha cambiato direzione?

 

AgiChina24 ha raccolto l’opinione di tre studiosi. I sinologi Federico Masini (docente di lingua cinese presso Istituto di Studi Orientali Università di Roma La Sapienza) e Paola Paderni (Docente di Storia e Istituzioni della Cina presso L’Università di Napoli “L’Orientale”), lo studioso Federico Brusadelli (dottorando in studi asiatici presso Università di Napoli L’Orientale). 

 

Con il Terzo Plenum, la Cina ha cambiato direzione?

 

F.M. Come tutti i terzi plenum di un Congresso, l’appuntamento politico era carico di grandi aspettative. E’ sempre difficile capire quando la Cina ha veramente girato pagina. In realtà le pagine della storia cinese si voltano con lentezza, progressivamente. E’ difficile che cadano rumorose quando girano. O almeno, ciò accaduto di rado, come nel ’78 o nell’89. E non credo che oggi ci troviamo di fronte a un simile cambiamento.

 

Analizziamo i segnali del plenum. Alcune nuove indicazioni sulla politica economica potrebbero diventare sempre più importanti con il passare del tempo. A mio avviso, ciò che è realmente importante e che forse ci aspettavamo soltanto in parte, è il fatto che da questo plenum siano nate indicazioni di quelle che potrebbero rappresentare le risposte ad alcune esigenze della popolazione. Fino ad oggi, la linea politica rispondeva alla necessità di provvedere ai bisogni materiali della popolazione, e quindi la priorità era lo sviluppo economico.  Oggi, invece, probabilmente iniziamo a scorgere una maggiore attenzione per le esigenze reali della popolazione. Mi riferisco in particolar modo alle due piaghe della Cina di oggi, quella del figlio unico e quella del certificato di residenza. Su questi due fronti qualcosa si sta muovendo. Ovviamente, non immaginiamoci che la pagina giri sonoramente. Ma ci sono segnali che qualcosa potrebbe in effetti cambiamenti. 

 

P. P. La Cina non ha cambiato direzione ma sta cercando di mettere a punto alcune questioni che da tempo il governo sapeva di dover affrontare e che per vari motivi fino ad oggi non aveva saputo risolvere. L’attuale leadership mostra di avere maggiore volontà di sciogliere questi nodi, ovviamente nell’ambito di un sistema politico lontano dalle nostre aspettative. La riforma in Cina, progettata a grandi linee, riguarda principalmente l’economia. Non è la riforma politica che ci aspettiamo che arrivi; è bene che noi smettiamo di metterci in quest’ottica.

 

I cinesi racchiudono le decisioni politiche all’interno di slogan, ed è quindi utile fare un'analisi di questo tipo. Giorni fa ne discutevo con un collega cinese, Huang Weiping dell’Università di Pechino Renda. Huang ha partecipato a numerose riunioni che hanno preceduto il Plenum, interne al partito e allargate a studiosi e tecnici. Parlando per slogan, dunque, Huang ha elencato gli eventi maggiormente significativi che negli ultimi 30 anni hanno registrato un importante cambiamento di slogan: il terzo plenum del 1978 che sancì la riforma e l’apertura; il terzo plenum del 1984 che diede avvio all’economia dei beni di consumo; il terzo plenum del 1993 che consacrò l’avvento dell’economia socialista di mercato. Seguirono poi il XV Congresso del ’97 che sancì che il mercato gioca un ruolo “base” nell’allocazione delle risorse, e il Terzo Plenum del XVIII Congresso del 2013 in cui il mercato non gioca più un ruolo “base” ma “decisivo”. Ciò che è emerso dal plenum è un piano generale, in cui mancano i dettagli; un programma più politico che di applicazione. Del resto l’attesa verso un programma specifico, è un’aspirazione  tutta nostra. Il punto è l’applicazione delle riforme annunciate.  Alcune di queste, come la revisione della politica del figlio unico e l’abolizione dei campi di lavoro,  sembrano chiare nell’enunciazione; bisogna poi vedere come verranno messe in atto.

Bisognerà poi vedere che ruolo avrà il premier Li Keqiang nell’esecuzione del piano. Come osserva Huang, Li è rimasto in disparte durante il Plenum, dominato dalla figura di Xi Jinping e dei suoi più stretti collaboratori, come si evince dalla spiegazione del documento finale a firma di Xi, quasi a voler svelare la filosofia delle riforme. Huang si chiede se Li, a cui è demandata l'attuazione del piano, si farà venire delle buone idee. 

 

F.B Il Terzo Plenum ha partorito novità importanti sia dal punto di vista simbolico che pratico (su tutte la riforma del sistema di registrazione dei cittadini, la riforma agraria e la riforma fiscale, oltre alla chiusura dei campi di lavoro e all’ammorbidimento della politica del figlio unico): si tratta di cambiamenti che segneranno profondamente l’identità futura della Repubblica popolare e le vite dei cinesi, questo è fuori di dubbio. Ma non vedo rotture o discontinuità; insomma non parlerei di 'cambio di direzione', perché la direzione è sempre la stessa, una Cina forte, ricca e stabile: una strategia di lungo periodo i cui obiettivi e la cui ossatura, a partire dalle modalità di organizzazione e di gestione del potere, non vengono messi in discussione. Siamo di fronte a un esempio del classico pragmatismo cinese (ben descritto da Francois Jullien in “Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente”): nuove circostanze richiedono la creazione di nuovi strumenti o l’aggiustamento di quelli vecchi. Ecco, questa road map sembra nascere con l’intenzione di proporre 'aggiustamenti', alcuni anche molto rilevanti, più che stravolgimenti. Anche il passaggio a suo modo storico - che non a caso ha catturato subito l’attenzione della stampa - sulla necessità di dare spazio e ossigeno all’economia “non statale” e alle energie del mercato, è in sostanza il riconoscimento di dinamiche già in atto da tempo. E i riferimenti deferenti al “vessillo socialista”, al “pensiero maoista” e alle “teorie di Deng”, contenuti nei documenti finali, in questo caso non sono solo gli immancabili tributi retorici che infarciscono la comunicazione politica cinese, ma la testimonianza di come sia sentita - dallo stesso Xi Jinping in primis - la necessità di spiegare queste riforme, anche le più innovative, come un tassello, il più recente, di un cammino iniziato non sul finire degli anni Settanta ma addirittura nel 1949. È vero che con questo pacchetto di riforme e con la leadership di Xi (che ha scelto fin da subito di metterci, come si suol dire, la faccia, presentando in prima persona i risultati del Plenum), la Cina cambierà, e molto, nei prossimi anni (come è già accaduto peraltro nell’ultimo decennio); ma ciò avverrà senza evidenti rivoluzioni ideologiche o grandi scossoni politici: anzi, mi sembra significativa, al riguardo, l’istituzione della Commissione per la sicurezza dello Stato, che nasce proprio per rendere più “sicure”, da un punto di vista della tenuta complessiva del Paese, le riforme economiche e sociali. 

 

Tra gli studiosi, anche i più attenti, tra la pubblicazione del primo documento (Communiqué) e il secondo  (La Decisione) – due documenti discordanti – si sono susseguiti commenti aspri che esprimevano una delusione cocente. Il plenum a un certo punto è stato da più parti definito un “fallimento”, giudizio poi rivisto alla luce del documento finale che invece conteneva alcune novità importanti.

 

F.M. Era ingenuo pensare che chissà cosa sarebbe dovuto succedere. La Cina ha un obiettivo primario: non alterare l’equilibrio precario in cui si trova. Qualunque accelerazione di qualunque genere in qualunque settore (economico, politico, sociale), è malvista dalle autorità perché potrebbe mettere a repentaglio la stabilità. La stabilità è il primo valore in assoluto da qualunque punto di vista in qualunque ambito. E’ quindi errato immaginare rivolgimenti repentini. La Cina continua a muoversi e a cambiare come ha fatto nei decenni scorsi, ma in modo lento e progressivo. Nessuna repentina trasformazione di natura politica è in vista. Come abbiamo detto, i segnali ci sono; li scorgiamo nel documento finale. E dobbiamo vederli nella percezione che la popolazione cinese ha di questo plenum, cui è rimasto – parlandone con gli amici cinesi - il segnale che le autorità hanno compreso come sia necessario iniziare progressivamente a riprendere in mano il problema della politica del figlio unico e della residenza (Hukou), ovvero dello spostamento fisico della popolazione all’interno del paese e le implicazioni di ciò sulla vita delle persone. La vera indicazione di questo Plenum è che in una riunione politica in cui s’immaginavo proclami in ambito politico ed economico, sono emersi forti segnali di cambiamento in ambito sociale per rispondere alle esigenze della società. 

 

P.P.  E’ senz’altro curiosa l’ansia dimostrata da persone anche serie e attente, che cadono nella trappola del voler tutto e subito, perdendo di vista il fatto che il Communiqué è una presentazione generica, cui segue come di prassi l’atto finale. Peraltro va detto che i punti contenuti nella Decisione sono stati resi noti quasi subito, in anticipo rispetto alle previsioni. Certo, sono cineserie: il primo documento, per come era stato formulato, faceva pensare a tutto tranne che l’esito del Plenum avrebbe espresso elementi di forte cambiamento. Non si capisce il perché. Come se si fosse trattato di una semplice operazione burocratica, mettendo insieme alcuni elementi senza troppa cura d’informazione e inserendoli in una presentazione generica, trascurando il fatto che nel pubblicare un messaggio deludente, persino gli osservatori più sensibili, e attenti, avrebbero rischiato di cadere nell'equivoco.

 

Anche un conoscitore attento della realtà cinese, come David Shambaugh, pretende dalla Cina i dettagli . In una sua analisi del testo delle Decisioni, Shambaugh pur riconoscendo una consapevolezza, quasi “candida”, delle difficoltà e dei problemi da affrontare, sostiene che la classe politica non è ancora capace di entrare nello specifico. Di nuovo, l'ansia ingiustificata per i dettagli che è eccessivo aspettarsi da un documento in 60 punti dalla natura essenzialmente politica.

La nota giornalista Hu Shuli esprimeva su Caixin le sue perplessità: “Quando mai nel Terzo Plenum del ’78 si vide emergere un piano completo e dettagliato”, scriveva.

Quello delle aspettative è un problema che riguarda noi, non loro. Siamo noi che facciamo e disfiamo. Non è però solo colpa nostra: abbiamo l’attenuante della scarsa trasparenza del sistema politico cinese, che ci costringe alle volte a tirare a indovinare.

 

F.B. Decifrare i documenti politici cinesi, ovvero valutare quali di essi abbiano un effettivo valore “politico” e poi dare un’interpretazione esatta del loro contenuto, non è mai un compito facile (ed è un retaggio antico, non certo una prerogativa recente: pensiamo alle difficoltà e agli errori che commetteremmo, se potessimo osservare “in diretta”, come commentatori e non come storici, i tentativi di riforma che hanno segnato la fine dell’Impero Qing, tanto per fare un esempio!). Comunque, la divergenza tra i due testi è evidente: il primo sembra essere stato costruito proprio per disinnescare la portata riformatrice del Plenum. Una mossa studiata a tavolino per creare l’effetto sorpresa, come suggerisce tra le sue ipotesi Barry Naughton? Il segnale che si è consumato effettivamente uno scontro dietro le quinte del potere cinese? La necessità, da parte del Dipartimento per la propaganda, di dare una lettura diversa dei risultati del plenum, magari per qualche finalità interna che oggi non ci è chiara, forse per far digerire meglio le novità al corpo del Partito? Nonostante le riforme, il “mistero” sembra essere ancora un elemento imprescindibile della politica cinese. 

 

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