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Intervista al 'guru del web cinese'

LA CENSURA SUL WEB
RACCONTATA DA KAISER KUO

LA CENSURA SUL WEB <br />RACCONTATA DA KAISER KUO


di Emma Lupano

Twitter@Lupemma

 

Milano, 10 giu. - Per alcuni è il paradiso della censura, per altri la nuova frontiera della libera espressione che sconfiggerà il partito. Due versioni opposte, due racconti di ciò che la rete cinese è o sta diventando, che non sono però altro che semplificazioni. Almeno secondo Kaiser Kuo, direttore della comunicazione internazionale di Baidu (ma anche microblogger, giornalista sul The Beijinger e sul sito Sinica Podcast e musicista nella band cinese Spring and Autumn), che ne ha parlato a Milano ospite di Meet the Media Guru.

 

Nato e cresciuto negli Stati Uniti da genitori cinesi, trasferito in Cina da 17 anni e sposato con una donna cinese, Kuo può contare su quella che definisce «una prospettiva interessante», data dal privilegio di vivere a cavallo tra due culture e all’essere «attrezzato psicologicamente a gestire le contraddizioni». Risorse che, pur non volendo essere considerato «un guru del web cinese», ha cercato di utilizzare per smontare, davanti al pubblico milanese, alcune delle semplificazioni sul tema più care all’occidente.

 

«La censura operata dal partito comunista e dal governo cinese su Internet è diventata sempre più capillare e credo si possa dire che la rete in Cina, negli ultimi cinque anni, è diventata sempre più regolata - ha spiegato Kuo -. La metafora tanto amata in occidente della “Grande muraglia virtuale” è in effetti irresistibile, ma è anche fuorviante, perché fa sì che molti, dalle nostre parti, immaginino il web cinese come un mondo a sé stante, separato dalla rete globale da una cortina di ferro tecnologica».

 

Una visione che secondo Kuo va discussa sfatando per primo il mito secondo cui sia la censura a spingere i cinesi a non navigare sui siti stranieri. «La prossimità culturale gioca invece un ruolo assai più potente della censura nel creare gruppi geolinguistici all’interno della rete», vale a dire nel trattenere i netizen di un paese sui siti che parlano la loro lingua o che più rappresentano i loro valori. «Sono perciò ragioni di prossimità culturale, innanzi tutto, a tenere lontani i netizen cinesi dal web mondiale. La Grande muraglia virtuale non è il solo motivo per cui le aziende straniere che hanno cercato di entrare nel mercato cinese non hanno avuto successo».

 

Soprattutto, contrariamente a quanto pensa chi non la conosce, la rete cinese «è vibrante: è dove nascono i nuovi linguaggi e dove gli scrittori si fanno le ossa, è un mondo densamente popolato e lucrativo. Non a caso alcune delle società delle rete più ricche al mondo sono cinesi».

 

Né si tratta solo di dinamismo economico o dei nuovi record dell’e-commerce nella terra del comunismo: «Il web cinese è evoluto diventano una sfera pubblica di fatto, dove appaiono opinioni sorprendentemente critiche. Raramente passa una settimana senza che l’opinione pubblica abbia in qualche modo influenzato le decisioni dei politici, e i burocrati misurano continuamente la temperatura dell’opinione pubblica online, che si scalda particolarmente sui temi ambientali o sulle questioni di sicurezza alimentare». E sono così tanti gli scandali o i casi di corruzione di funzionari svelati dalla rete che «l’agenda pubblica nazionale è in molti casi guidata da ciò che la rete dice. Per questo i netizen stanno diventando sempre più consapevoli della propria forza e del proprio potere». Ecco lo scenario da cui prende spunto l’altra versione sul ruolo della rete in Cina: quella secondo cui «la voce dei netizen cresce in modo inarrestabile e il partito non sarà in grado di resistere alla sua forza».

 

Anche questa lettura, però, secondo Kuo è errata, perché non fa i conti con le abilità tecnologiche di chi sta alla guida del paese. Meglio non sottostimare «la scaltrezza dei leader cinesi, che si sono adattati molto rapidamente alla nuova realtà. Non a caso la dirigenza è fatta di tecnocrati e ingegneri: sanno bene come servirsi della tecnologia», non solo usando internet come «una miniera preziosa da cui estrarre dati e informazioni» e assoldando commentatori prezzolati (il cosiddetto “partito dei cinque centesimi”) per diffondere opinioni “ortodosse”, ma anche «mettendo online leader e funzionari a tutti i livelli» e rendendoli attivi su blog e microblog. 

 

’altra parte, ha aggiunto Kuo citando i risultati di un recente studio targato Harvard, «il fine della censura nel web cinese non è sopprimere le critiche al governo o al partito, ma ridurre le possibilità di azioni collettive». È il «potenziale di organizzazione», insomma, a turbare i sonni della leadership cinese, non lo sfogo di qualche opinionista isolato.

 

 

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