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di Mariangela Pira

INVESTIMENTI CINESI ALL’ESTERO:
CHIP DI GEOPOLITICA ECONOMICA

INVESTIMENTI CINESI ALL’ESTERO:<br />CHIP DI GEOPOLITICA ECONOMICA<br />


di Mariangela Pira

Twitter@MariangelaPira

Dal blog China Affairs

 


Pechino, 25 ott. - Gli investimenti cinesi all’estero, cosiddetti ‘overseas direct investments’ vengono storicamente indirizzati al mercato primario. La prima ragione: la ricerca di risorse base, materie prime, per fare andare avanti l’opificio del mondo. Investimenti che tuttora vengono pagati col baratto. La seconda: l’agricoltura, in quanto la superficie arabile del paese di mezzo non è sufficiente al fabbisogno cinese. L’Italia non ha nulla da offrire per soddisfare queste due richieste, non siamo l’Africa. Potremmo però divenire competitivi nel medio termine, poiché l’interesse dei cinesi si sta spostando sul mercato secondario, l’industria. Nei mercati maturi si affacciano i primi investimenti importanti da parte dei cinesi del fondo sovrano CIC (China International Corporation) e della SAFE (State Administration of Foreign), una società di investimento statale.

Attenzione però, cari lettori, questo tipo di investimenti - vale per il terziario avanzato o quaternario -  non hanno la valenza di investimento tout-court ma di geopolitica economica, che svolge un ruolo importantissimo in questo paese il cui unico skipper è la politica, guidata dal Politburo.
 
Prendiamo il modus operandi dei fondi sovrani. I loro investimenti hanno sempre valenza strategica, sono chip di geopolitica economica. “Non interessa loro il mero rendimento -  afferma anche Paolo Savona, che ha fondato il dottorato di geopolitica economica, ora presieduto da Carlo Pelanda, all’Università Guglielmo Marconi – è un ‘mettere il piede in un paese per’, un investimento oculato con obiettivi ben precisi”.

Parlo di questo anche con una fonte autorevole a Pechino, di quelle che non è possibile nominare e che, in modo discreto, quasi sottovoce,  quotidianamente tesse le fila delle relazioni tra Cina e Italia. “Investimenti  - spiega – che servono ai cinesi per entrare nei salotti buoni dell’economia e della finanza mondiale. Possono costare nel breve termine, ma non ha importanza”. Il fondo sovrano cinese generalmente ha questi parametri: sottoscrive il 10-15% del capitale sociale, l’azienda deve essere quotata in borsa e l’investimento minimo deve essere pari a 100 milioni di euro. Parametri che significano l’ingresso in una società con un fatturato annuo di almeno 1,5-2 miliardi. In Italia quante sono le aziende appetibili che soddisfano questi parametri? “Al netto dei gioielli che abbiamo e che non sono ‘vendibili’ perché operanti in settori industriali ‘delicati’ – continua la fonte - ne rimangono ben poche. Ma mi creda, società come Huawei o Zte hanno bisogno di tecnologia ed entrerebbero eccome in Telecom Italia. Ma i cinesi non sono la Spagna, e si solleverebbe un polverone se facessero l’ingresso in una società infrastrutturale italiana”.  


Mariangela Pira è Vice Caposervizio Class Cnbc, Sky 507, dove conduce il programma Desk China. Scrive su Milano Finanza e Italia Oggi.


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