Focus

OPEC

IL PESO DI PECHINO
SUL VERTICE DI VIENNA

IL PESO DI PECHINO<br />SUL VERTICE DI VIENNA


Di Eugenio Buzzetti

Twitter@Eastofnowest


Roma, 04 dic. - Il vertice Opec di Vienna vede nella Cina una delle maggiori incognite per i Paesi esportatori di greggio. Pechino sta da tempo diversificando le proprie fonti di approvvigionamento di petrolio volgendo lo sguardo ai Paesi non membri del cartello e aumentando il numero di Paesi da cui importa l'oro nero. L'ultimo segnale in questo senso risale a ieri con il rinnovo dei contratti di esportazione con l'Iran che secondo le prime indiscrezioni fornirà alla Cina il prossimo anno gli stessi volumi di greggio già esportati nel 2015, in attesa della fine delle sanzioni internazionali per il proprio programma nucleare. L'annuncio delle esportazioni iraniane dirette a Pechino, assieme ai malumori di alcuni Paesi membri dell'Opec, ha messo ulteriori pressioni in vista del vertice che potrebbe vedere un parziale cambio di rotta, anche se non nell'immediato, da parte dei Paesi del Golfo rispetto alla strategia di non tagliare la produzione per non perdere quote di mercato.

Ryad non è più il primo cliente di Pechino dal giugno scorso, quando è stato superato da Russia e Angola, e da allora ha faticato a recuperare posizioni. Dal 2012 a oggi, la quota di importazioni di greggio dai Paesi dell'organizzazione è calata dal picco del 70% al 55% di ottobre scorso. Arabia Saudita e Libia hanno perso peso come Paesi esportatori verso Pechino, mentre lo hanno guadagnato Paesi come Russia, Brasile e Colombia. La Cina è il primo importatore al mondo di greggio dallo scorso anno: il greggio proveniente dall'estero soddisfa circa il 60% del fabbisogno nazionale. Nel 2014, secondo i calcoli statunitensi, Pechino ha contato per il 40% della crescita del consumo di greggio a livello globale, con un ruolo di player di primo piano nel settore che dopo il boom delle risorse non convenzionali, come shale gas e shale oil, ha contribuito a ridimensionare le quote di importazioni di greggio arabo degli Stati Uniti.

Il ruolo della Cina nelle strategie della cartello va anche oltre la diversificazione delle proprie fonti di approvvigionamento. Pechino è il vero motore del mercato del greggio. Così la pensa Stephen King, senior economic advisor per Hsbc Holdings, secondo cui anche nel caso di un taglio alla produzione da parte dell'Opec, non ci sarebbe una ripresa sostenuta dei prezzi del greggio a causa del perdurante rallentamento economico della Cina, oggi al 6,9% di crescita secondo gli ultimi dati trimestrali. Il calo dell'economia cinese, ha affermato ai microfoni dell'agenzia Bloomberg, "è probabilmente il più grande fattore a influenzare la depressione dei prezzi del greggio e delle altre commodities. Non è solo una storia di forniture".

Mentre il prezzo del greggio rimane intorno ai cinquanta dollari al barile, con lo spettro di piombare a venti dollari nelle previsioni più pessimiste, la Cina può permettersi di scegliere le fonti di approvvigionamento che ritiene più convenienti e di aumentare le proprie riserve strategiche: secondo le ultime stime, il prossimo anno Pechino dovrebbe raddoppiare le scorte con altri 70-90 milioni di barili da aggiungere al totale. Il ritorno dell'Iran alla fine delle sanzioni e la diversificazione delle fonti di approvvigionamento di Pechino aumentano la tensione attorno a Ryad, che corre il rischio di vedere erose le sue quote di export verso il gigante asiatico a favore della Russia e dell'Iraq, ritornato a livelli di produzione ingenti e dove i grandi gruppi del greggio cinese hanno grossi impianti di produzione.

 

04 DICEMBRE 2015

 

@Riproduzione riservata

每日意大利

LE VIE DEL BUSINESS

Le vie del business
ABO About Oil
medi telegraph
Guida Monaci