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Assemblea Nazionale del Popolo

IL 'MANUALE DEI SOGNI' DI XI JINPING

IL  MANUALE DEI SOGNI  DI XI JINPING<br />


di Alessandra Spalletta

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Roma, 04 mar. - Ci siamo. L'atteso momento politico che proietterà la nuova leadership alla guida del Paese, è alle porte. Si apre domani a Pechino l'Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) – sorta di Parlamento cinese. Ci terrà compagnia per 12 giorni al termine dei quali sapremo sia cose note  - l'ufficializzazione del cambio al vertice – sia cose nuove, ossia il rimpasto dei ministeri e, forse, qualche idea in più sul piano politico del nuovo governo. Domenica, invece, ha aperto i battenti la Conferenza Consultiva Politica che riunisce per la prima volta a Pechino i 3mila delegati dell'Assemblea per nominare i presidenti permanenti della sessione legislativa (tra cui Zhang Dejiang, come ha reso noto stamattina la Xinhua) e fissare l'agenda del summit politico. I due appuntamenti insieme si chiamano Lianghui. Il nuovo presidente della RPC sarà con molta probabilità Xi Jinping, nominato segretario del Pcc al termine del Diciottesimo Congresso, nel novembre scorso. Li Keqiang, invece, sarà il nuovo primo ministro. Xi salirà al potere accompagnato da una classe politica rinnovata: oltre ai nuovi membri del Comitato Centrale, cambieranno anche i ministri. Il mandato di ciascuno di essi sarà di cinque anni.

 

Da quando è diventato segretario del Partito, mandando a 'casa' Hu Jintao, si è detto e scritto di tutto su Xi Jinping. La domanda ricorrente, e per il momento - pare - destinata a restare senza risposta, è che tipo di leader sarà Xi. La Cina ha bisogno di imboccare la strada delle riforme, i cittadini sono stanchi di vacue promesse. Il giudizio tranchant degli studiosi cinesi – vicini o meno agli ambienti di partito – non lascia spazio a equivoci: l'amministrazione Hu Jintao-Wen Jiabao è stata uno spreco di opportunità. Un decennio perduto. La gente è stanca di un governo incapace di raddrizzare il paese, rilanciare l'economia, ridurre gli sprechi, combattere la corruzione dilagante, fermare l'inquinamento, fare largo ai privati, ridurre il divario tra ricchi e poveri, riformare il sistema finanziario e la giustizia. Le sfide della nuova leadership sono immense. E in Cina intellettuali e analisti, pur proponendo soluzioni talvolta in antitesi, sono d'accordo nel ritenere che le tanto auspicate riforme debbano essere fatte, subito. Ora o mai più.

 

Xi Jinping, però, sulla strada da seguire per le riforme, appare enigmatico: come nella migliore tradizione dei leader cinesi, Mr Xi si ammanta di segretezza.

 

Molto si gioca sull'immagine. E il leader in pectore è apparso come un Segretario più sorridente e brillante dei predecessori. Ha uno stile nuovo che lo rende più umano agli occhi dei cinesi, stanchi e disillusi da una classe politica lontana dalla vita reale del popolo. Ha intinto le mani nella tradizione millenaria cinese e ha iniziato a dipingere il suo nuovo mandato imbevendolo di valori classici, che sono alla base dell'unità culturale cinese. E quindi le citazioni erudite, dagli aforismi del filosofo confuciano Mencio (372-289 p.C) a quelli attribuiti allo stratega Zhuge Liang (184-234 a.C.), di cui Xi infarcisce i suoi discorsi pubblici. "I leader e i funzionari di governo devono studiare la raffinata cultura tradizionale […] che contiene una conoscenza vasta e una erudizione profonda", ha scandito il leader cinese durante la cerimonia per l'ottantesimo anniversario della Scuola Centrale del Partito, giorni fa.

 

Continuità con il passato, quindi. Un attaccamento alla storia cinese già emerso in occasione del primo viaggio di Xi appena assunto l'incarico di segretario del Pcc, che scelse come prima tappa Shenzhen, luogo  dall'alto valore simbolico che incarna la modernità cinese , seguendo le orme di Deng Xiaoping che vi si recò nel '92 per rilanciare le riforme economiche. Altro, inequivocabile, segnale è stato il riferimeno al "sogno cinese" con cui Xi ha inaugurato la sua missione: "il rinnovamento della nazione" - una nozione che è subito apparsa intrisa di nazionalismo.  Ma chi si aspettava dai suoi 100 giorni di 'luna di miele', termine con il quale  gli studiosi indicano il periodo che è intercorso tra il diciottesimo Congresso e l'ANP, un segnale chiaro del piano politico per i prossimi anni, ha trovato solo qualche indizio che si presta difficilmente a una vivida interpretazione.

 

Dai primi passi di Xi, s'intuisce che stabilità e sopravvivenza del Partito comunista sono i beni primari che il leader dovrà tutelare. Le riforme vengono dopo. Ed infatti abbiamo visto l'energia con la quale il nuovo segretario ha fatto sua la lotta alla corruzione, quei "vermi che si riproducono nelle sostanze in decomposizione" che erodono il partito al suo interno, e che i cittadini osservano con sbigottimento, se non con disgusto, e che il nuovo leader sente l'incarico morale di scardinare. Xi ha iniziato a debellare questo male imponendo ai funzionari una dieta a basso contenuto calorico: niente più vizi. L'ostentazione delle ricchezza, spesso oggetto di ripetuti scandali finiti nel tritacarne degli agguerriti social network, è diventato motivo di disprezzo, persino di vergogna. E un primo risultato di questa campagna per affermare la frugalità istituzionale, lo si è visto proprio in questi giorni: i 3mila delegati sono arrivati alla Grande Sala del Popolo con mezzi privati e pare che dal menù dei pranzi e delle cene siano scomparse le bevande alcoliche. Un chiaro messaggio della leadership alla popolazione stanca del connubio tra potere e denaro e delle disuguaglianze che hanno scavato un abisso profondo tra "i ricchi sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri – come si usa sintetizzare l'attuale situazione cinese quando si parla dei problemi sociali del Paese.

 

Le riforme, insomma, dopo. Dateci il tempo per organizzarci, sembra suggerire il basso profilo con il quale si muovono i leader dell'ex Celeste Impero. Meno si promette, meno si delude. In passato, è successo che il governo di Pechino abbia fatto delle promesse che poi non è stato in grado di mantenere, attirando su di sé un mare di critiche e di pressioni verso un cambiamento repentino che non era in grado di garantire. Questa volta i leader si muovono con una prudenza che potrebbe apparire eccessiva ma che ha l'effetto di sgonfiare le aspettative. Quello che sembra essere certo, infatti, è che non bisogna aspettarsi dalla seduta parlamentare scaturire un programma di riforme, fatto di punti e di tappe. La leadership emersa dal Diciottesimo Congresso, composta dai nuovi sette signori di Pechino che occupano le poltrone del Comitato Permanente del Politburo (il cuore del potere cinese), ha una forte vocazione riformista. Vista con gli occhi dei detrattori, essa sembra nata sulle 'ceneri' dell'amministrazione passata, che come abbiamo visto, è stata accompagnata alla porta di uscita da un coro di critiche. Un coro di voci esterne, ovviamente: il dibattimento tra un modello da adottare piuttosto che un altro, avviene sulle pagine dei giornali e nelle discussioni accademiche. Le visioni contrapposte all'interno del partito, sono più difficili da decifrare. E ufficialmente c'è stato un passaggio del testimone tra Xi e Hu che premia la continuità e non induce alcuna discontinuità con il modello Deng Xiaoping.

 

Adesso che il periodo di 'decantazione', i primi 100 giorni di segretariato generale, è scaduto e si entra nel vivo del nuovo mandato, i cittadini osservano con attenzione cosa la nuova classe politica sarà in grado di fare, concretamente. Prima del Congresso,  c'erano stati diversi segnali che indicavano come Xi Jinping avesse intenzione di realizzare riforme strutturali. Il suo compagno di viaggio, il (papabile) nuovo premier Li Keqiang, ha la reputazione da riformista, e la sua presenza lascia sperare che il pedale sul cambiamento sia già stato premuto. La pensa così il noto studioso Cheng Li della Brooking Institution interpellato dall Wall Street Journal. Ma secondo altri osservatori della realtà cinese, come Wang Zhengxu della Nottingham University, è prematuro aspettarsi che il Lianghui partorisca un piano di riforme: il consenso all'interno del partito non è ancora stato raggiunto. Per ottenerlo, Xi ha bisogno di più tempo. Tre mesi sono a malapena serviti per consolidare il suo potere. Strapotere, come lo chiamano alcuni, visto che Xi in un colpo solo ha assunto il triplice incarico: segretario del Pcc, presidente della Commissione Militare Centrale presidente della Repubblica – funzione che assumerà tra qualche giorno. Uno strapotere che per altri versi è limitato, se non fittizio: 6 degli attuali 7 membri del Comitato Permanente sono stati scelti da qualcun altro, ossia dall'ex presidente Jiang Zemin, tutti appartenenti alla Cricca di Shanghai. Un solo esponente della fazione legata a Hu Jintao, i Tuanpai, ossia Li Keqiang. Tutti "principini" figli dei padri della Rivoluzione; anche Xi peraltro viene considerato un protetto di Jiang, quindi la composizione del Politburo dovrebbe teoricamente tirare l'acqua al suo mulino. Ma la sfida del nuovo leader, come abbiamo più volte scritto su AgiChina24, è quello di smarcarsi dall'ombra ingombrante dei predecessori che ancora influenzano la vita politica pur in assenza di cariche ufficiali.

 

Ma forse non è neanche questo il problema. Atteniamoci ai fatti: analizzare la situazione politica cinese richiede una certe dose di praticità. Al di là delle indiscrezioni, un elemento di certezza è costituito dal comunicato finale rilasciato a margine del secondo Plenum del nuovo Comitato centrale del Partito, che si è chiuso il 28 febbraio: un rimpasto ai vertici, è quanto si legge chiaramente nel testo. Nessuna, esplicita, promessa di riforma politica è invece contenuta nel documento. Si parla di ridurre il numero dei ministeri da 28 a 18. Secondo Cheng Li, intervistato dal quotidiano statutinense, la potente Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme potrebbe essere ridimensionata, con un ruolo ridotto nell'autorizzazione degli investimenti e un focus maggiore sulla ricerca e la pianificazione. Tra le altre novità, un probabile accorpamento tra il Ministero delle Ferrovie e quello dei Trasporti. Anche gli istituti finanziari – banche e assicurazioni – potrebbero finire sotto un unico cartello: un enorme apparato burocratico. "L'obiettivo principale di questi cambiamenti è quello di cambiare le funzioni del governo, introdurre maggiori meccanismi di mercato e sviluppare i servizi. Xi vuole anche migliorare l'efficienza degli organi politici e ridurre gli attriti tra i diversi dipartimenti". "E' incoraggiante – prosegue Cheng – vedere come la leadership enfatizzi la nozione di "governo orientato ai servizi". I nuovi leader affermano inoltre di volere un 'piccolo governo'; tuttavia, ironia della sorte, lo realizzeranno creando 'grandi ministeri'".

 

Quindi: riflettori puntati sui rimpasti e sulle nomine. Vedremo, infatti, diversi volti nuovi. L'Anp sancirà la composizione del nuovo Consiglio di Stato: dei 10 leader supremi, tolti il premier, il vice premier e i consiglieri già confermati, gli altri saranno new entry. Almeno metà dei ministeri andrà in mano a gente nuova, che assumerà per la prima volta un incarico di governo. E' il momento giusto per individuare chi concorrerà per un 'posto al sole' nel 2017: i candidati del Politburo che emergerà al prossimo Congresso.

 

Se parliamo di volti che vengono e volti che vanno, non possiamo non ricordare il caso di Zhou Xiaochuan, il governatore della Banca centrale che pare verrà riconfermato nonostante i raggiunti limiti di età e l'esclusione dal Comitato Permanente, requisito essenziale per ricoprire cariche di livello ministeriale. Un segnale, forse, di una maggiore indipendenza del più importante istituto di credito cinese, che potrebbe così elevarsi allo stesso grado di autonomia di cui godono la Corte Suprema del Popolo e la Procura. "In Cina alcuni studiosi ritengono che questo cambiamento possa essere interpretato come un segnale di un avvio verso la riforma del sistema bancario" commenta Cheng Li.

 

Torniamo, così, alla domanda iniziale: cosa ha in testa Xi Jinping? Se le riforme politiche restano opache, se non ambigue, quale potrebbe essere la strategia del futuro presidente cinese? "I nuovi leader  -spiega Cheng– opteranno con molta probabilità per una riforma economica più incisiva per innalzare la fiducia dei cittadini. E' possibile che i nuovi signori di Pechino modificheranno l'archetipo attuale basato su un"settore statale forte e un settore privato debole", tagliando le tasse, aumentando il credito alle piccole e medie aziende private, veicolando politiche preferenziali per lo sviluppo del settore terziario".

 

Protezione ambientale, sicurezza alimentare e salute pubblica saranno all'ordine del giorno dell'Anp. Tutte riforme che piacciono alla classe media, della quale la leadership vuole (ri)guadagnare il sostegno. La riforma del sistema dello hukou e della terra, che esulano dall'interesse della borghesia e che riguardano i contadini e i migranti, potrebbero quindi slittare, conclude lo studioso.

 

Una classe media più ricca e sana potrebbe aiutare a stimolare i consumi interni.

 

E il resto della Cina, per il momento, aspetta.

 

SPECIALE CAMBIO AL VERTICE

 

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