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Diritti del lavoro

IL LUNGO SCIOPERO
DELLA YUE YUEN

IL LUNGO SCIOPERO <br />DELLA YUE YUEN


di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest

 

Pechino, 7 mag. - Quelli davanti ai cancelli della Yue Yuen, la più grande fabbrica di scarpe al mondo che sorge nella città cinese di Dongguan, sono stati tra i maggiori scioperi in tempi recenti avvenuti in Cina. O addirittura dagli anni Settanta, secondo alcuni attivisti che si occupano dei diritti del lavoro in Cina. E tra i più ricchi di implicazioni. Nella maxi-fabbrica del Guangdong, una delle aree più ricche del Paese, nel sud-est, si producono le scarpe di alcuni tra i noti marchi del mondo, come Nike, Adidas e Timberland, e l'ondata di contestazioni dei lavoratori che hanno chiesto all'azienda di pagare i contributi pensionistici hanno prodotto nei giorni scorsi le prime reazioni dei grandi gruppi mondiali di calzature. Nike stessa sta pensando di spostare la produzione dalla fabbrica di Dongguan. Lo aveva reso noto settimana scorsa Mark Parker, CEO del gruppo che produce capi di abbigliamento sportivo e di calzature noti in tutto il mondo: "teniamo sempre in considerazione" questa ipotesi, aveva dichiarato, senza però prendere una posizione precisa riguardo a possibili violazioni delle condizioni di lavoro nella maxi-fabbrica cinese rispetto agli standard del gruppo.

 

Tutto era cominciato nel marzo scorso, quando un dipendente della Yue Yuen, dopo 18 anni di servizio si era visto arrivare una pensione che non corrispondeva a quanto immaginava di prendere con il suo salario mensile. Con l'aiuto dei social network, e in particolare di Weixin, corrispettivo cinese dell'occidentale WhatsApp, aveva diffuso la notizia che l'azienda stava "barando" sui calcoli pensionistici dei dipendenti. All'inizio di aprile le prime proteste dei dipendenti non vennero ascoltate dalla dirigenza della Yue Yuen e le contestazioni sembrarono rientrare, per qualche giorno almeno. Il 15 aprile, invece, sono riprese in massa,e sono cresciute nei giorni successivi, fino a portare in manifestazione per le strade circa 40mila dipendenti della maxi-fabbrica di scarpe. Le contestazioni dei lavoratori dei lavoratori si sono accompagnate al tentativo di repressione da parte delle forze dell'ordine, con diversi casi di scioperanti malmenati dagli agenti che dovevano vigilare sulle manifestazioni.

 

Del caso si sono occupati anche i media cinesi ufficiali. In un articolo di commento agli scioperi, il China Daily ha ammesso che la Cina ha, in effetti, un problema nel suo sistema di sicurezza sociale. "Ripagare i benefit di migliaia di lavoratori potrebbe portre il gruppo alla bancarotta" scriveva nei giorni caldi della contestazione il popolare quotidiano in lingua inglese. Cosa fare allora? "La Cina ha leggi molto chiare riguardo ai pagamenti della previdenza sociale per i lavoratori - ha dichiarato ad AgiChina Geoff Crothall, di China Labour Bulletin, associazione in difesa dei diritti dei lavoratori cinesi che ha sede a Hong Kong - Il governo deve solo assicurarsi che i datori di lavoro rispettino le regole". Non è così semplice, però: in realtà l'azienda aveva coperto tutti i lavoratori con il sistema previdenziale, solo che l'aveva fatto per un ammontare più basso di quanto sarebbe spettato loro, corrispondente al salario minimo di 1810 yuan al mese.

 

Tutta colpa della Yue Yuen? Non proprio. Le responsabilità dell'azienda nei confronti dei lavoratori sono stabilite dalla legge cinese, ma le aziende committenti hanno la loro parte di responsabilità, secondo l'associazione di Hong Kong. "I marchi occidentali devono pagare un prezzo equo alle aziende da cui si riforniscono - continua Crothall - in modo che le stesse aziende non avvertano il bisogno di rifarsi sulle tasse per la previdenza sociale dei lavoratori". Casi come quello della Yue Yuen non sono isolati in Cina, e anche per China Labour Bulletin è difficile affermare con precisione il numero di scioperi che avvengono ogni anno, "ma le proteste sulle questioni di sicurezza sociale sono diventate sempre più comuni negli ultimi due anni".

 

Eppure le cattive pratiche di alcune aziende, d'accordo con le amministrazioni locali, non sembrano fermarsi. E ci sono anche casi peggiori di quello della Yue Yuen. Secondo quanto dichiarato alla Xinhua da un docente di Diritto Pubblico della Sun Yat-Sen University di Canton, He Gaochao, "alcuni governi locali permettono persino ai gruppi stranieri di evitare i pagamenti dovuti per attrarre gli investimenti". E nonostante le regole fissate a livello nazionale, ogni sciopero fa storia a sé, in Cina. "La risposta delle amministrazioni locali è stata più o meno la stessa negli ultimi cinque anni - conclude Crothall - Ogni sciopero è risolto a sé sulla base delle condizioni che si verificano localmente. Le autorità riconoscono che in molti casi le richieste dei lavoratori sono legittime, e che sono spesso in linea con le linee del governo centrale riguardo agli aumenti dei salari e alla riduzione del gap tra ricchi e poveri".



 

09 maggio 2014

 

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