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CASO FOXCONN

GLI OPERAI INTERROMPONO PROTESTA

GLI OPERAI INTERROMPONO PROTESTA<br />


Pechino, 12 gen.- Con un comunicato diffuso giovedì la Foxconn –il più grande contractor di componentistica elettronica al mondo- ha reso noto di aver risolto la controversia sui salari che mercoledì aveva condotto oltre un centinaio di operai a protestare sui tetti dello stabilimento di Wuhan e spinto molti di loro a minacciare il suicidio.


La protesta, iniziata mercoledì, si è protratta per otto ore: secondo quanto riferito telefonicamente al New York Times da un operaio che ha chiesto di non essere identificato per timore di ritorsioni da parte della società, i lavoratori protestavano contro le difficilissime condizioni lavorative nella fabbrica di Wuhan e rivendicavano il rispetto delle condizioni previste dal contratto: un salario di circa 450 dollari al mese, straordinari inclusi, dei quali tuttavia avrebbero percepito solamente i due terzi.


"Molti hanno minacciato di buttarsi di sotto se le loro richieste non fossero state soddisfatte- ha raccontato la fonte anonima- e la giornata era molto fredda. Alcune delle donne salite sul tetto non riuscivano a resistere al gelo e sono svenute".


Nel comunicato la società sostiene che le condizioni dei lavoratori sono "la massima priorità" della compagnia, ma non rivela i termini dell'accordo raggiunto con gli operai. Quello di Wuhan è solo l'ultimo di una serie d'incidenti e proteste che hanno scosso Foxconn e condotto la società sotto i riflettori dei media internazionali: nel 2010 gli stabilimenti sono stati funestati da un'ondata di suicidi di operai, quasi tutti ventenni, schiacciati dalle disumane condizioni lavorative della catena di montaggio (questo articolo ).


Foxconn, che fornisce componentistica e assembla prodotti come iPhone, Amazon Kindle e Xbox, aveva annunciato un miglioramento dei contratti e addirittura l'assunzione di psicologi per fornire assistenza ai lavoratori, ma l'ultima protesta sembra dimostrare che –se le misure sono state davvero adottate-  non sono sufficienti.


Da mesi le fabbriche cinesi sono attraversate da una raffica di scioperi: a fine novembre nel sud della Cina oltre mille operai di un subappaltatore di Apple e Ibm avevano incrociato le braccia per protestare contro gli straordinari forzati, gli incidenti sul lavoro e i licenziamenti. Pochi giorni prima era stato il turno di un'enorme fabbrica di scarpe che rifornisce Adidas e Nike, dove a scioperare erano stati in 7mila. Nello stesso periodo in tutto il Guangdong –la fucina manifatturiera nella Cina meridionale- si erano registrati numerose altre agitazioni negli stabilimenti di Shenzhen, Dongguan e Foshan (questo articolo ).


"Si può parlare dello sviluppo di una coscienza di classe tra i lavoratori migranti in Cina, ma è ancora a un livello embrionale. Al momento credo che i lavoratori percepiscano ancora sé stessi a livello di singola fabbrica, perché tutti gli operai hanno la stessa posizione, di solito posseggono lo stesso background  e portano avanti gli stessi interessi"  ha spiegato ad AgiChina24 Geoffrey Crothall, attivista e direttore del sito in inglese dell'ONG China Labour Bulletin, con sede a Hong Kong (questo articolo ).


"Sono tutti ventenni, o anche più giovani, e la stragrande maggioranza di essi è composta da lavoratori immigrati dalle province più povere. Questo retroterra comune è la ragione per la quale si vede un coordinamento principalmente a livello di fabbrica, di stabilimento. Si può anche parlare di collegamento tra lavoratori nella stessa industria, o nello stesso distretto, che è la ragione per cui si assiste a scioperi per cluster".


Secondo Crothall, tra gli operai le voci di uno sciopero negli stabilimenti vicini si spargono molto velocemente, in un fitto tam tam che passa di bocca in bocca anche grazie a un certo utilizzo di quegli spiragli concessi dal controllatissimo web cinese.


In Cina lo sciopero è proibito per legge, ma i governi locali gestiscono le agitazioni in maniere differenti: nelle scorse settimane il caso di Wukan, dove gli abitanti sono scesi in piazza per protestare contro la requisizione dei terreni da parte dell'amministrazione, ha reso famoso questo villaggio di pescatori in tutto il mondo. A un "caso Wukan", che si conclude con una trattativa e alcune concessioni, corrispondono tuttavia centinaia e centinaia di proteste che vengono stroncate con metodi repressivi (questo articolo ).


di Antonio Talia

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