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DOPPIA CRISI A LUGLIO, VOLATILITÀ 
NON SPAVENTA ECONOMIA REALE

DOPPIA CRISI A LUGLIO, VOLATILITÀ  <br />NON SPAVENTA ECONOMIA REALE


Di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest
 

 

Pechino, 28 lug. - Dopo tre settimane di calma relativa, un nuovo crollo, ieri, ha colpito il mercato azionario cinese, che ha segnato la performance peggiore in una singola seduta dal febbraio 2007. Sulle piazze cinesi è tornato a serpeggiare il panico che si era scatenato tra gli investitori dopo i crolli a ripetizione delle tre settimane che vanno dal 15 giugno all'8 luglio scorsi, quando la Borsa di Shanghai ha perso un terzo del proprio valore, scendendo a 3507 punti dal record di 5166 del 12 giugno. Era da otto anni che non si assisteva a un calo così ampio in una sola seduta di contrattazioni: Shanghai ha perso l'8,48% e Shenzhen il 7,59%. La mattinata di oggi sembrava seguire le stesse dinamiche. Gli indici cinesi hanno aperto in forte calo, oltre il 4%, prima di recuperare parzialmente durante la seduta e limitare i danni in chiusura. L'indice Composite della Borsa di Shanghai segnava un calo contenuto all'1,68%, mentre Shenzhen era di poco al di sopra, con un -1,41% in chiusura.

I mercati cinesi restano volatili, nonostante nei giorni scorsi i più ottimisti ritenessero conclusasi la crisi di giugno-luglio, dopo una striscia positiva di sei giorni di guadagni, azzerati in un colpo solo nella giornata di ieri. Troppo presto, ancora, per parlare di ripresa sostenuta dei mercati, anzi, secondo gli analisti sentiti da Agi il protrarsi di questa situazione di incertezza è destinato a durare. "Non c'è nessuna ripresa. E' un errore pensarlo. Il mercato rimane volatile - afferma Fraser J.T. Howie, economista e autore di "Red Capitalism - The fragile financial foundation of China's extraordinary rise" - Nelle ultime tre settimane, gli investitori hanno comprato perché hanno pensato che il governo avesse comprato, e naturalmente il governo ha comprato perché il governo è un grande buyer sul mercato azionario. Per varie ragioni, oggi, il governo non ha comprato e gli investitori sono andati in panico e hanno venduto. Non c'è nessuna sorpresa in questo. Il mercato era troppo forte e troppo manipolato".

Se le coronarie degli investitori più deboli di cuore sono ancora a rischio di infarto, il doppio crollo di luglio non rappresenta un campanello d'allarme per l'economia reale, cresciuta anche nel secondo trimestre al 7% e in linea con l'obiettivo di fine anno fissato dal governo. "La recente performance negativa del mercato azionario non ha nulla a che vedere con l'economia reale - spiega Michele Geraci, direttore del China Economic Research Program presso la Nottingham University Business School China - E' già da più di un anno che lo stesso governo cinese continua ad annunciare tassi di crescita del Pil sempre più bassi, il cosiddetto "nuovo normale". Il mercato azionario negli ultimi mesi è invece salito del 150%, al massimo di giugno: ad oggi, nonostante il mini crash registra comunque una performance positiva del 60%. Dal picco di giugno a oggi, nessuna notizia negativa sull'andamento dell'economia cinese può avere causato il crollo del mercato: non può essere l'economia reale la causa di questo fenomeno. La notizia sui cali di produzione e i dati preoccupanti sul mercato immobiliare non hanno avuto l'impatto che si potrebbe ipotizzare sul panico dei mercati. il mercato - continua l'analista - è cresciuto nell'ultimo anno per un puro motivo speculativo e per lo stesso motivo sta scendendo in questo momento".

Il crash di ieri ha però riaperto le domande sul ruolo del governo nei mercati azionari. "Il crollo di ieri chiaramente non sarebbe dovuto accadere - afferma Patrick Chovanec, Chief Strategist presso Silvercrest Asset Management - E proprio perché non doveva accadere, genererà domande circa la capacità del governo di prevenire che i mercati crollino ulteriormente. Nelle scorse settimane - conclude Chovanec - molti investitori erano intenzionati a comprare o per lo meno erano contenti di non vendere, perché immaginavano che il governo avrebbe assicurato la risalita dei prezzi, senza porsi troppe domande riguardo alle valutazioni o alla domanda di mercato. Il crollo ha certamente minato questa serenità". All'indomani della crisi dell'8 luglio scorso, per tamponare le emorragie, il governo aveva varato una serie di provvedimenti forti per sostenere i mercati, che hanno generato più di un dubbio sulla reale intenzione del governo cinese di lasciare all'economia un ruolo fondamentale nello stanziamento delle risorse, come promesso già nel 2013.

Dall'alto era arrivato lo stop alle vendite allo scoperto e all'approvazione di nuove Ipo; il governo aveva poi comprato azioni per fare salire i prezzi attraverso i propri enti, come la China Securities Finance Corporation, che regola il margin lending, ovvero i prestiti per investire sul mercato azionario, e contemporaneamente aveva impedito la vendita di azioni da parte dei grandi azionisti, quelli che detengono oltre il 5% dei gruppi quotati. Dal crollo dell'8 luglio scorso, è poi cominciata la caccia alle società sospettate di mettere in atto pratiche illecite sui mercati. La prima vittima all'indomani del crash di tre settimane fa era un gruppo, Hundsun Technologies, legato ad Alibaba; ieri è toccato ad altri due gruppi di Shanghai finire nel mirino della China Securities Regulatory Commission, l'ente che regola i listini cinesi, per il sospetto di pratiche illecite nel margin lending. Csrc e Csfc, con compiti diversi, sono i due enti del governo che sono intervenuti per fermare la crisi delle scorse settimane.

"Con l'intervento della Csfc e della Csrc, il governo cinese si è preso in pancia tutto il rischio - continua Geraci - Il margin trading, che prima era a rischio dell'investitore, è stato trasferito alle agenzie di intermediazione. Oggi il rischio è addirittura passato a un terzo livello, ovvero all'agenzia a supporto del governo, la Csfc, che assorbe il rischio a cui sono esposti gli intermediari". Le misure a sostegno dei mercati non sembrano, però, essere sufficienti. La banca centrale ha promesso, nella notte, il sostegno al sistema finanziario attraverso vari veicoli per assicurare una liquidità appropriata, ma fino a quando potrà andare avanti il sistema resta forse il dubbio più grande. "La banca centrale continuerà a stampare denaro per sostenere il prezzo delle azioni, ma questo cosa comporterà? - si chiede Victor Shih, associate professor presso la University of California di San Diego e attento osservatore della realtà economica cinese - La banca centrale non può stampare più di cinquemila miliardi di dollari per comprare l'intero mercato".

Oltre all'aspetto finanziario, la crisi dei mercati ha poi un risvolto politico. "Con una tale volatilità, con perdite di questa ampiezza, e con così tanti soldi sul piatto, ci saranno conseguenze politiche, con una divisione tra chi spingerà per le riforme e chi rimarrà più conservatore - afferma ancora Fraser Howie - Questo è un evento troppo grande e di portata troppo ampia perché non abbia una dimensione politica e perché non abbia conseguenze a livello politico. Non si tratterà di conseguenze visibili nell'arco di settimane. E neppure di mesi". La crisi dei mercati e i suoi effetti non sono qualcosa che svanirà a breve. I più pessimisti, come gli analisti di DeMark Analytics, gruppo di consulenza statunitense, prevedono ancora crolli in futuro: un altro 14% di perdite nelle prossime tre settimane, è la previsione di Tom DeMark, che segnerebbe la fine dell'euforia dei mercati cinesi, cominciata lo scorso anno, che per molti ha diversi punti in comune con l'ottimismo ingiustificato degli investitori americani prima del 1929

 

 

28 luglio 2015

 

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