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G20 E GUERRA ALL'ISIS

Da Xi soluzioni per l'economia mondiale
Terrorismo: Geraci, "ecco la via cinese"

Da Xi soluzioni per l economia mondiale <br />
Terrorismo: Geraci,  ecco la via cinese


Di Alessandra Spalletta


Twitter@ASpalletta


 
Roma, 18 nov. (aggiornato il 19 novembre) – Nel suo discorso pronunciato al summit del G20 ad Antalya, in Turchia, il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito la dura condanna agli attentati di Parigi chiedendo unità nella lotta al terrorismo senza “doppi standard”. Xi ha poi parlato dell'economia cinese, che continuerà a procedere a una velocità "medio-alta", e che per il 2015 prevede di raggiungere un tasso di crescita attorno al 7%, come stabilito a inizio anno.

 

Il discorso del presidente cinese al G20 è importante per due motivi.

 

Primo. La presidenza del G20 passerà l’anno prossimo alla Cina; dalle parole di Xi, dunque, possiamo dedurre le linee che caratterizzeranno la futura leadership cinese. La Cina vuole suggerire possibili soluzioni all’instabilità che attanaglia l'economia mondiale. Cooperazione economica e finanziaria tra le maggiori economie del pianeta: sono questi, infatti, i temi classici del G20, nato nel 1999 e evolutosi nel 2008 nel summit dei capi di stato con il preciso scopo di gestire le conseguenze della crisi finanziaria. L’economia mondiale dopo sette anni dallo scoppio di quella crisi, non si è ancora ripresa; è attraversata da profondi squilibri che si riflettono soprattutto nell’indebolimento della domanda. Dalle precedenti edizioni del G20 sono emerse soluzioni incerte che hanno alimentato ulteriori incertezze. Quella turca, una presidenza di transizione, ha espresso la necessità di un approccio bilanciato: valorizzare gli investimenti e riattivare i commerci, da un lato; continuare nel percorso delle riforme strutturali, dall’altro. Con i tassi d’interesse e i prezzi del petrolio ai minimi storici, avvertivano gli Stati Uniti settimana scorsa, non c’è tempo da perdere: è questo il momento per dare un’accelerata alle riforme. Un monito rivolto soprattutto alle economie europee, Italia e Germani in primis. Xi Jinping ha detto che la Cina punta a una "rinvigorita, innovativa, interconnessa e inclusiva" economia mondiale e che ha la "determinazione per approfondire le riforme" e per "costruire un sistema economico aperto", grazie al dinamismo dell'economia interna e all'attività riformatrice del governo. Le proposte di Xi per dare nuovo impulso all’economia mondiale, contengono una duplice ricetta che mostra continuità con le linee tracciate dal summit nelle recenti fasi: mantenere la crescita stabile nel medio periodo, dare nuovi stimoli nel lungo periodo.  Non solo. Il rischio per l’economia mondiale, secondo il presidente cinese, è quello di “perdere velocità in più motori” della crescita. “Xi ha sottolineato il ruolo che Pechino avrà nella riduzione della povertà, non soltanto in Cina, ma anche nei paesi in via di sviluppo” ha detto ad AgiChina Michele Geraci, a capo del China Economic Research Program presso la Nottingham University Business School China e direttore del Global Policy Institute China. La Cina ha in mano due strumenti molto utili per riattivare i commerci e investire nelle infrastrutture nei paesi asiatici: la strategia “One Belt One Road” (l'iniziativa cinese di sviluppo della via della seta che prevede investimenti destinati a toccare quota 200 miliardi di dollari in tre anni) e la Banca d'investimento Asiatica per le Infrastrutture (Aiib, la banca di investimenti per le infrastrutture in Asia che vede la Cina come prima azionista con 57 Paesi membri fondatori, tra cui l’Italia, e che sarò attiva entro fine anno).

 

Secondo. Xi deve spiegare in modo convincente la maturità delle riforme strutturali annunciate dal quinto Plenum del comitato centrale del Pcc (l’incontro a porte chiuse in cui i vertici del Partito hanno delineato le linee guida del tredicesimo piano quinquennale 2016-2020 che sarà reso effettivo dall’Assemblea Nazionale del Popolo nel marzo del prossimo anno), soprattutto quelle che riguardano la trasformazione dell’economia verso un modello basato maggiormente sui consumi interni, ovvero il processo di riequilibrio delle fonti di crescita. Gli organismi internazionali, soprattutto le banche centrali, sono in allarme per gli effetti del perdurante rallentamento del manifatturiero cinese sull'economia mondiale, al punto da temere brusche ripercussioni all’estero di un possibile ‘atterraggio duro’ dell’economia cinese, che Pechino continua a escludere. La frenata del Drago ha difatti pesato sulla decisione della Fed di rimandare il rialzo dei tassi a dicembre e, più di recente, ha spinto l'Ocse a rivedere al ribasso le stime di crescita per l'economia mondiale. Lo shock causato dai crolli dei mercati azionari cinesi, l’estate scorsa, si è trasferito rapidamente sulle borse europee; le svalutazioni a sorpresa dello yuan sono state probabilmente la manifestazione della resistenza interna al cambiamento con cui i dirigenti cinesi devono fare i conti. La sfida di Xi al G20 è stata quindi anche quella di rassicurare i capi di stato sulla tenuta dell'economia cinese e sulla lungimiranza delle riforme destinate a rendere la Cina più sana, più verde e con una crescita media annua del 6,5% - quel tasso di crescita che secondo i leader cinesi è sufficiente per raggiungere l’obiettivo del raddoppio del Pil e del reddito medio procapite entro il 2020. Xi, dopo Il G20, è volato a Manila, nelle Filippine, per partecipare al vertice Apec (il summit che riunisce le economie dell’Asia-Pacifico), dove ha ribadito che mentre la crescita mondiale è gravata da incertezze, la Cina è ancora in grado di mostrare capacità di ripresa.

 

Verso il prossimo G20: le possibili risposte della Cina al terrorismo

 

(Aggiornamento 19 novembre) La notizia dell'uccisione dell'ostaggio cinese, Fan Jinghui, annunciata dallo Stato Islamico ieri pomeriggio e confermata oggi da Pechino, è stata immediatamente condannata da Xi Jinping. La morte del prigioniero cinese, insieme all'ostaggio norvegese, probabilmente non porterà a un coinvolgimento più diretto della Cina nella questione mediorientale, ma apre nuove sfide per Pechino.


Non solo economia, dunque. Fermare l’Isis è la priorità. Anche per Pechino. Mentre l’Europa risponde unita sull’aiuto militare alla Francia dopo gli attentati di Parigi, e Obama cerca l’alleanza con Putin, anche la Cina è determinata a sconfiggere il terrorismo. Xi Jinping ad Antalya ha sottolineato che occorre "affrontare sia i sintomi che le cause" della minaccia proveniente dallo Stato Islamico e che non bisogna applicare "doppi standard" per combatterla. Più specifico sulla minaccia al terrorismo su suolo cinese è stato il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, che ha citato apertamente la minaccia separatista nello Xinjiang, invocando in qualche modo un maggiore supporto da parte della comunità internazionale. "Anche la Cina è vittima del terrorismo e la precessione dell'Etim dovrebbe diventare una parte importante della lotta internazionale contro il terrorismo", ha spiegato Wang. Con la sigla Etim (East Turkestan Islamic Movement), Pechino indica il movimento separatista dello Xinjiang, nel nord-ovest cinese, che chiede l'indipendenza della regione dal governo centrale cinese. Gli estremisti di etnia uighura dell'Etim, in alcuni casi, secondo fonti di intelligence di Pechino, si sarebbero anche uniti negli ultimi tempi ai gruppi di Al-Baghdadi per l'addestramento jihadista.

 

L’azione congiunta della comunità internazionale in Siria e in Iraq per combattere lo Stato Islamico sta emergendo come l’unica, possibile, soluzione. La posizione cinese sulla crisi siriana non è cambiata: Pechino ha sempre escluso l’intervento militare in Siria. Pechino, ribadiva il mese scorso il portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying, “non intende intervenire militarmente nel Paese mediorientale”.

 

Stati Uniti e Russia. Europa. Sono questi gli attori principali della guerra all’Isis. Pechino che ruolo può avere oltre alla collaborazione con Obama per rafforzare la cyber security?  Mentre la Cina, "vittima del terrorismo" in casa, dopo le stragi di Parigi cerca il sostegno internazionale nella lotta contro gli estremisti dell'Etim, rimane ambigua rispetto a una partecipazione più diretta nella guerra all'Isis e non sembra disposta a cambiare posizione sul non intervento militare in Siria. I cinesi non lo dicono, ma in Occidente inizia a farsi strada l'idea che gli investimenti che Pechino sta facendo nei paesi attraversati dalla nuova Via della Seta nell’ambito della strategia “One belt one road” (Asia centrale, orientale, meridionale; Oceano Indiano; Medio Oriente; Europa/Italia) potrebbero rappresentare un contributo alla soluzione della crisi (ringrazio la collega Mariangela Pira di Milano Finanza per lo spunto di riflessione) attraverso il coinvolgimento della Cina sull'emergenza terrorismo.

 

Durante il G20 in Turchia, la Cina ha lanciato dei “segnali importanti” che potrebbero far sperare. Ne è convinto Michele Geraci. “Pechino ha scelto un approccio ‘omeopatico’ alla questione mediorientale - ha spiegato Geraci  - Mentre l'Occidente propone di bloccare i finanziamenti e la fornitura di armi ai paesi sospetti, la Cina, invece, cerca di portare denaro e promuove investimenti in Medio Oriente (i.e. la Cina è presente in Iraq con i tre principali gruppi petroliferi Cnooc, Sinopec, e Cnpc ndr *), attraverso l’operazione One Road One Belt e la recente creazione della Banca d'investimento Asiatica per le Infrastrutture (Aiib)”. Iniziative volte a far sì che le economie di certi paesi possano, finalmente, decollare. “Il modello economico cinese degli ultimi 35 anni ha insegnato che un’economia centralizzata, con un governo forte e autoritario, è in grado di far miracoli e migliorare notevolmente il tenore di vita dei propri cittadini” scandisce Geraci, che aggiunge: “Dall'inizio delle riforme del 1978, il reddito medio pro capite è aumentato di 50-60 volte e circa 400 milioni – all’incirca la popolazione dell'intera Europa - sono state sottratti alla povertà”. Secondo Geraci l'ipotesi di fondo è che un miglioramento della situazione economica nel Medio Oriente, “porterebbe a un maggiore livello di integrazione con il resto del mondo dando speranza ai giovani di quei paesi che non sarebbero più emarginati e privati di opportunità di sviluppo; i giovani passerebbero più tempo a lavorare piuttosto che a scagliare pietre ed imbracciare fucili” ha dichiarato l’economista della Notthingham University.

 

“Il cinese medio è ben felice di essere Cinese, non nutre risentimenti particolari verso il proprio governo. È questo il patto sociale in Cina: sviluppo economico in cambio di potere accentrato” ha detto l’economista. La sfida che la Cina dovrà affrontare in Medio Oriente non sarà quella di 'esportare la democrazia', “bensì quella di esportare il proprio sistema di governo”. Una cura omeopatica, quindi: “guarire i regimi esistenti proponendo un altro regime, anche se più economico che politico”.  L'Occidente ci ha provato, in Asia come in Africa con scarsi successi. “Attenzione, la Cina non è Babbo Natale - ha sottolineato Geraci - il suo interesse per questa regione del mondo non è altruista. La Cina ha bisogno di sviluppare nuovi mercati per i propri prodotti, proprio mentre l'Occidente stenta a riprendersi. Ha bisogno delle risorse naturali - petrolio - di cui la regione è ricca. Ha bisogno di nuovi mercati dove investire, proprio mentre in Cina il problema della sovrapproduzione diventa serio”.

 

18 NOVEMBRE 2015 (AGGIORNATO IL 19 NOVEMBRE)



*China National Offshore Oil Corporation (Coon) era stato protagonista di un episodio di rimpatrio quasi immediato di 1200 dipendenti dal sito di Samarra a nord di Baghdad, lo scorso anno, a causa di un'offensiva dei militanti dello Stato Islamico.

  

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