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CONVIENE (ANCORA)
INVESTIRE IN CINA?

CONVIENE (ANCORA) <br />INVESTIRE IN CINA?


di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 24 feb. - I numeri dell'economia cinese tornano a fare discutere gli osservatori internazionali e provocano qualche grattacapo agli investitori stranieri. Gli ultimi dati ufficiali del commercio cinese descrivono una situazione florida. Le esportazioni sono cresciute del 10,6% a gennaio e le importazioni hanno registrato un tondo +10%. La Cina continua a essere un mercato di attrazione di capitali stranieri. Gli investimenti diretti esteri nel Drago hanno segnato il mese scorso un balzo dell'11,6% su base annua, anche se frenano quelli provenienti dall'Unione Europea: il 41,2% in meno dello scorso anno, a 482 milioni di dollari. Il Quotidiano del Popolo ha cantato vittoria, giovedì scorso, sulla tenuta del Paese. "La Cina offre ancora un solido ambiente per gli investimenti, e gli investitori stranieri hanno ancora fiducia nello sviluppo economico cinese". Contemporaneamente, alcuni dubbi sull'attendibilità degli ultimi dati sono emersi, tra gli altri, dal Financial Times, secondo cui i valori di gennaio risentono molto del periodo di ferie del capodanno cinese, da poco conclusosi. A spegnere gli entusiasmi è stata la proiezione dell'indice PMI per il manifatturiero calcolata da HSBC, che vede per il mese di febbraio il punto più basso degli ultimi sette mesi, a quota 48,3, segnando quindi una contrazione del settore, già sotto quota 50 a gennaio. Le previsioni indipendenti di HSBC hanno raffreddato i mercati, con i titoli cinesi in calo sulle principali piazze asiatiche. Un calo che si è fatto sentire ancora oggi, con i titoli asiatici ai minimi da due settimane in apertura e gli investitori preoccupati per l'impatto del taper della Federal Reserve americana. Nonostante le rassicurazioni del Ministero del Commercio cinese sulla tenuta delle esportazioni anche per il 2014, sono riaffiorati i dubbi. E' ancora conveniente investire in Cina?

"In termini generali - spiega ad AgiChina24 Marco Angelo Lossani, docente di Economia dei mercati emergenti presso l'Università Cattolica di Milano - la Cina rimane un mercato attraente perché, al netto di quello che potrà accadere nell'arco di qualche anno, ha davanti a sé una prospettiva di crescita ancora interessante, soprattutto se raffrontato a quelli che sono gli standard più recenti delle economie occidentali. Che sia considerata un'area di sbocco del proprio export, o dove andare a insediarsi per svolgere attività produttiva, continua a rimanere una regione che suscita l'interesse dei soggetti residenti nelle aree più avanzate". Stabilità politica e dimensioni del mercato interno, sono tra i fattori che continuano a rendere competitiva la Cina, secondo Giorgio Pellicelli, professore emerito presso l'Università di Torino con una cattedra in Strategie d'impresa, che spiega ad AgiChina24 alcuni dei vantaggi che gli investimenti in Cina possano portare alle aziende straniere. "Per le imprese grandi e piccole che vogliono essere globali, investire in Cina significa la premessa per realizzare economie di scala nella produzione, e quindi vantaggi competitivi da usare anche fuori dalla Cina".

 

L'articolo del Quotidiano del Popolo parla di "trasformazione delle funzioni del governo" e "ristrutturazione economica" della nuova leadership, che avrebbero prodotto un aumento della domanda con grandi potenzialità per le multinazionali che vogliono investire, o stanno già investendo, sul mercato cinese. Una situazione non proprio tipica della piccola e media impresa italiana. A gennaio, una missione dell'ex ministro per lo Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, aveva come scopo proprio quello di riequilibrare la bilancia commerciale tra Italia e Cina e aiutare le aziende italiane a farsi strada tra le opportunità che può presentare l'enorme processo di urbanizzazione a cui andrà incontro il Drago nei prossimi anni. Gli accordi con il governo cinese potrebbero, però, non bastare. "Il fenomeno è interessante e comporta una serie di conseguenze anche positive per chiunque riuscirà a sfruttare questo processo - spiega ancora Lossani - Per quanto riguarda il caso italiano, le imprese che per dimensione, storia o per caratteristiche proprie sono sempre riuscite a entrare in queste grandi commesse potranno averne beneficio, ma saranno sostanzialmente i soliti nomi. Difficilmente - continua il docente della Cattolica - imprese di piccola o media dimensione potranno trarre giovamento dal'urbanizzazione, nonostante la diffusione dei modelli globalizzati di produzione e delle filiere che appartengono al global production network. Da questo punto di vista, siamo un po' indietro rispetto al sistema economico tedesco". Scettico anche Pellicelli, sulle reali possibilità di investimento per le imprese nostrane. "Per vendere bisogna sapere fare bene quello che i cinesi non sanno fare, e quindi l'innovazione è l'arma più importante. Nella domanda sprigionata dai memorandum - afferma lapidario - gli imprenditori credono poco".

 

Le trasformazioni a cui andrà incontro il mercato interno non costituiranno una sfida solo per le PMI del nostro Paese. Anche le multinazionali i grandi gruppi stranieri dovranno rivedere le loro strategie per un mercato che diventerà sempre più complesso. Il gigante del retail Usa Wal-Mart, pochi giorni fa, ha dovuto ammettere ai microfoni della Reuters alcuni errori di calcolo commessi sul mercato cinese e confermare la chiusura di alcuni grandi centri commerciali che non attraggono più la clientela. "Dobbiamo chiuderli perché eravamo rimasti affascinati dalla crescita - ha ammesso il capo del settore corporate per la Cina, Raymond Bracy - Non lo faremo più. Ci focalizzeremo sulla qualità prima di tutto".
  Pensare di non essere presenti è però una follia. Il mercato cinese rimane una grande opportunità, come ha recentemente confermato la casa di abbigliamento Esprit, nonostante gli ultimi dati rivelino un calo del 24,5% del proprio fatturato nel Drago. Per invertire la tendenza, il gruppo ha assunto come managing director Bernard Mah, che ha alle spalle 17 anni di esperienza come executive del gruppo Giordano, popolare brand del fashion in Cina.

 

I primi segnali di cambiamento sono già visibili nei dati ufficiali. Le aree centrali e occidentali della Cina  - ovvero quelle che saranno maggiormente interessate dal processo di urbanizzazione - hanno segnato il tasso di crescita più elevato: l'89% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno per il centro, con oltre 1,5 miliardi di dollari di investimenti, e il 71,7% in più per l'ovest della Cina, a 989 milioni di dollari. In più, a fare sorridere il Drago, c'è anche una diminuzione dell'aumento dei prezzi delle case su base annua: a gennaio l'aumento è stato del 9,6% contro il 9,9% di dicembre 2013. Un dato incoraggiante dopo 14 mesi di continua crescita, che vede proprio in Pechino e Shanghai i maggiori cali. Secondo i calcoli della società di investimenti britannica London & Capital, entro il 2025, la Cina avrà 221 città con oltre un milione di abitanti, contro le 35 di questa grandezza presenti oggi nell'Unione Europea. E 23 città del Drago avranno più di cinque milioni di abitanti. "Ci saranno grandi opportunità di investimento sia per le imprese locali che per i gruppi stranieri - afferma ad AgiChina24 Eddie Chu, che di London & Capital è managing director e investment adviser - Riteniamo che l'ambiente per gli investimenti stia migliorando per gli investitori stranieri grazie a una serie di fattori come una minore corruzione, l'accumulazione di ricchezza per i residenti rurali, un minore controllo diretto del governo, e le riforme delle aziende di Stato e del sistema legale". Tra i fattori di stabilità che spingono a puntare sulla Cina, Pellicelli ne cita due, che incideranno sul mercato interno per il prossimo futuro: le forti riserve valutarie e la tendenza del risparmio interno a crescere. "Il mercato interno è destinato a crescere inesorabilmente - spiega il professore dell'Università di Torino - Può avere rallentamenti, ma cresce è questo è un fattore di stabilità finanziaria delle imprese e del sistema". Nonostante le stime ufficiali prevedano per il 2014 il tasso di crescita più basso dal 1999, il processo è irreversibile. "La dimensione del mercato non ha eguali - conclude Pellicelli - Dove economie di scala, economie di scopo e “learning curve” sono fattori di successo i cinesi sono destinati a vincere, e lo sanno".

 

Le opportunità di investimento per i gruppi stranieri potrebbero aumentare nei prossimi anni, ma ci sono ancora diversi passi in avanti da fare per la Cina nelle direzione delle riforme economiche e dell'abbattimento delle barriere commerciali. Alcuni di questi passi sono contenuti nelle decisioni sulle riforme approvate durante il terzo plenum di novembre scorso: la tempistica della loro attuazione è però ancora un punto di domanda. "E' difficile immaginare con precisione il timing con cui i cinesi prenderanno queste decisioni nei prossimi anni - continua Lossani - Hanno sicuramente di fronte a loro uno scenario di progressiva liberalizzazione, ma non nascondono il fatto che questa liberalizzazione sarà molto ma molto graduale". Il processo di integrazione con i mercati finanziari globali è già cominciato, e a ottobre scorso ha segnato uno dei punti più alti con l'accordo per una linea di swap da 350 miliardi di renminbi - 41,8 miliardi di euro - tra la BCE e la banca centrale cinese, che Eddie Chu definisce "un segnale incoraggiante" per la promozione del commercio e degli investimenti bilaterali tra l'area Euro e la Cina. Tra i passi che Pechino deve ancora compiere l'adviser del gruppo londinese ne cita tre. "Varare linee per migliorare la certezza del diritto e la prevedibilità del mercato per gli investitori.
  Migliorare l'accesso al mercato interno, riducendo le barriere agli investimenti in Cina. Portare a un livello superiore la cooperazione sulle dogane, sui controlli sulla qualità e sulla protezione dei diritti di proprietà intellettuale".

 

L'analista di London & Capital non nasconde la presenza di nubi all'orizzonte nell'economia cinese, il cui futuro dipenderà in gran parte dalle riforme del sistema finanziario, per migliorare l'allocazione del credito e ridurre il rischio di bolle speculative. Lo scenario più probabile potrebbe essere quello di "una netta riduzione nell'espansione del credito e negli investimenti nei settori delle esportazioni, delle imprese di Stato, delle province costiere, dell'immobiliare e delle costruzioni che avranno ripercussioni sulle prospettive di crescita a breve termine", anche se la sfida maggiore sarà tutta politica: ribilanciare gli assetti del potere per rendere efficaci le riforme. "E' ancora prematuro parlare di stabilizzazione dell'economia cinese - conclude Eddie Chu - ma la fiducia sul lungo termine c'è".

24 febbraio 2014


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