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Summit Xi-Obama - con Ispi

CINA-USA, IL 'NUOVO CORSO'

CINA-USA, IL  NUOVO CORSO


IN COLLABORAZIONE CON  ISPI

 

di Alessandra Spalletta
Twitter@ASpalletta



Hanno collaborato Antonia Cimini e Sonia Montrella



Roma, 06 giu. – «E' di vitale importanza che le due potenze ristabiliscano la fiducia, e si riconoscano partner e non rivali», scandiva giorni fa il Global Times, importante costola del Quotidiano del Popolo.  Il nuovo presidente cinese Xi Jinping vuole costruire un 'Nuovo Corso nelle Relazioni sino-americane'. L'incontro con Obama a Sunnyland li vedrà discutere in maniera informale; il ranch evoca l'estetica di un summit inusuale (per i cinesi). Il precedente: Jiang Zemin ospite di George W. Bush in Texas, nella riservata cornice di Crawford. Altri tempi.

 

Dalla Cina gli analisti sono convinti che un cambiamento nello stile personale dei politici possa agevolare un dialogo risolutivo sui temi spinosi di commercio, sicurezza e diplomazia. Ne è convinto Xie Tao che in una conversazione con AgiChina24 ha elogiato Xi Jinping: "E' un vero leader, il primo che in Cina ha uno stile e una personalità da molti anni a questa parte".

 

Oggi, cosa vogliono Cina e Usa l'una dall'altra?

 

"Molte questioni urgenti saranno discusse dai due presidenti, e sebbene non sarà possibile risolverle nel breve tempo, l'incontro servirà a costruire fiducia reciproca in una congiuntura delicata", ha spiegato ad AgiChina24 il professor Cheng Xiaohe, esperto di relazioni internazionali all'Università del Popolo. La sicurezza informatica, che divide Pechino a Washington tra accuse di reciproco spionaggio, è il tema più caldo del momento. Ad alimentare la tensione tra le due potenze, altri problemi: le relazioni con il Giappone, la crisi coreana, la questione siriana su cui Cina e Stati Uniti hanno posizioni divergenti. Questi dossier agiscono come aculei sul piano diplomatico: i due leader avrebbero dovuto incontrarsi al G20 di San Pietroburgo ma hanno deciso di anticipare l'incontro. Urge una discussione immediata. Il consigliere americano per la sicurezza americano Ton Donilon è volato a Pechino la settimana scorsa per oliare l'ingranaggio diplomatico.  Quando l'ha incontrato, Xi gli ha ribadito di aver già spiegato al telefono a Obama, a ridosso della sua nomina, la sua determinazione a costruire un "nuovo tipo di rapporto". "I rapporti tra Cina e Usa sono giunti a uno snodo cruciale", ha aggiunto il presidente cinese. Obama ha annuito: il nuovo rapporto deve basarsi non più su una "rivalità strategica" ma su una "sana competizione".

 

In cosa consiste il 'nuovo corso' che Xi vorrebbe dettare alla controparte americana? Sull'interpretazione si scatenano gli analisi. "Il 'nuovo corso' esige che la Cina venga trattata da grande potenza alla stregua degli Stati Uniti e su un piano di parità, spiegano gli studiosi cinesi.

 

Fiducia. «E niente slogan», spiega su "China-Us Focus" David Shambaugh, uno dei massimi esperti del legame sino-americano che in passato aveva definito "un matrimonio che non ammette divorzio" ancorché estremamente competitivo. «Troppo spesso in passato, soprattutto su iniziativa cinese, i summit sino-americano hanno dato luogo a slogan dal potere evocativo ma vuoti di sostanza e slegati dalla realtà». Il professore americano, alla vigilia del summit, consiglia inoltre ai due leader massima onestà («Non cercate di convincerci che le relazioni tra i due paesi siano caratterizzato da uno spirito collaborativo, non è così: è una relazione in primo luogo competitiva e in secondo luogo cooperativa») e di riconoscere le proprie, reciproche, vulnerabilità («Gli Usa sono meno potenti di una volta e la Cina è più forte ma non abbastanza da ambire all'egemonia globale»).

 

Nel gestire un rapporto di cruciale importanza per gli equilibri  - bilaterali, regionali (Asia), e globali - Xi e Obama devono eliminare ogni "reciproco sospetto". Non è un obiettivo di facile portata: alla base di un sentimento profondo, ricambiato, di sfiducia – con echi importanti anche sull'opinione pubblica di entrambi i paesi – le accuse di spionaggio informatico rivolte da Washington a Pechino, da un lato, e dall'altro la crescente presenza degli Stati Uniti nella regione dell'Asia Pacifico, che la Cina vede come un tentativo di contenere l'ascesa cinese (pacifica, assicura Pechino) nell'area.

 

Mentre c'è chi a Washington definisce le intenzioni di Xi come un tentativo di riabilitare il concetto di "G-2" respinto dalla Cina cinque anni, cambiandogli nome, gli osservatori si concentrano sui fattori che determineranno il successo, o meno, del summit. Le aspettative sono alte: secondo la nota firma americana Fareed Zakaria il vertice potrebbe costituire un vero punto di svolta, con una portata storica di egual misura a quello con cui Nixon e Zhou Enlai nel 1972 riallacciarono un rapporto andato in frantumi 23 anni prima.

 

Un cambio di mentalità. Una roadmap per costruire nuovi equilibri geopolitici, partendo dall'area calda del Pacifico. La politica di Obama del "pivot" in Asia, le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, le tensioni tra Cina e Giappone sulla sovranità delle isole Diaoyu/Senkaku rivendicata da entrambe le parti, con Washington di mezzo, e la minaccia nucleare coreana, sono focolai che rischiano di esplodere. La guerra non la vuole nessuno e quindi va cambiato il sistema di alleanze, nato dopo la Seconda Guerra Mondiale e consolidatosi nel post-Guerra Fredda. Secondo l'ex funzionario del Dipartimento di Stato americano Stephen Harner, gli Stati Uniti devono togliersi dall'Asia. Obama deve rimuovere tutto ciò che la Cina percepisce come una possibile minaccia alla propria sicurezza e ai propri interessi.

 

Il nodo centrale è il rapporto tra Usa e Giappone. Negli attriti con la Cina sulle isole contese, un elemento destabilizzante, secondo gli studiosi, è stata proprio la politica americana e l'alleanza con Tokyo, che rischia di fagocitare il governo giapponese e allontanarlo da una possibile riconciliazione con Pechino. Secondo lo studioso giapponese Yabuki Susumu dell'Università di Yokohama, il professore Hugh White dell'Università Nazionale Australiana e il Cato Institute, un nuovo ordine nel Pacifico potrà esserci se ci saranno le seguenti condizioni: 1) Gli Stati Uniti devono accettare il fatto che l'attuale sistema di alleanze sta destabilizzando la regione e deve essere smantellato; 2) L'alleanza con il Giappone deve essere revocata; 3) Le forze armate statunitensi devono ritirarsi dalla penisola Coreana, lasciando alla Cina il compito di garantire il processo di denuclearizzazione; 4) Cina e Stati Uniti devono evitare di fronteggiarsi militarmente e fare sfoggio di muscoli.

 

Queste ipotesi sembrano campate in aria alla luce delle continue schermaglie tra le due sponde del Pacifico. E' difficile immaginare che la Difesa americana rinunci ad opporsi fermamente al cambiamento dell'attuale status quo; ci basta ricordare quanto le dichiarazioni del segretario alla Difesa statunitense Chuck Hagel, intervenuto allo Shangri-La Security Dialogue di Singapore, sulle minacce informatiche "di chiara provenienza cinese" abbiano fatto infuriare Pechino, che smentisce e restituisce le accuse. Ed è solo l'ultimo di una serie di attriti.

 

Il premier Li Keqiang ha recentemente affermato che in questi 40 anni di relazioni diplomatiche, Cina e Stati Uniti hanno avuto più interessi in comune che punti divergenti. Retorica ufficiale?

 

Diversamente dagli americani, i cinesi non nutrono grandi aspettative sul summit. Secondo Xie Tao i problemi che i due leader affronteranno sono di lunga data e possono essere risolti nell'ambito di una strategia più ampia.  Non solo: "La politica estera cinese è una continuazione del passato, specialmente quella verso gli Stati Uniti, non è un'invenzione di Xi Jinping – dice il professor Pang Zhongying – Deng Xiaoping aveva già stabilito che la Cina non sfida la posizione dominante degli Stati Uniti; poi negli anni abbiamo anche delineato una politica di collaborazione con Washington. Questi due concetti oggi guidano ancora le relazioni bilaterali".

 

Alla vigilia dell'importantissimo summit non sono mancati gli imprevisti. Un gruppo di senatori bipartisan ha alzato il livello di tensione dei rapporti sino-statunitensi con una nuova proposta di legge contro la "manipolazione della moneta". Michelle Obama ha deciso di non partecipare a un incontro che vedrà invece la presenza di Peng Liyuan,  uno sgarbo nei confronti della consorte di Xi Jinping o forse un segnale di una battuta d'arresto di un dialogo che tante aspettative ha sollevato. Secondo Minxin Pei "non è quanto potente è la Cina a determinare la possibilità che le due potenze possano ragionevolmente coabitare nel Pacifico, ma la natura del sistema politico cinese. Se l'ascesa cinese continuerà sotto l'attuale sistema caratterizzato dalla supremazia dello Stato-Partito, gli americani non smetteranno di temere la 'minaccia cinese', e viceversa, il Partito Comunista Cinese vedrà in Washington una rivale".

 

La speranza di tutti è che Cina e Stati Uniti agiscano responsabilmente, nella consapevolezza che dal loro rapporto dipenderà l'equilibrio del Pacifico e – forse, persino - il destino del Ventunesimo Secolo.

 

IN COLLABORAZIONE CON  ISPI

 

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