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TERRORISMO

CHI SONO I CINESI UNITI
ALLA JIHAD ALL'ESTERO

CHI SONO I CINESI UNITI <br />ALLA JIHAD ALL ESTERO


di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 12 gen. - Mentre in varie città del mondo si tengono manifestazioni di solidarietà alla Francia colpita dagli attacchi terroristici di settimana scorsa, la Cina rafforza la sicurezza nello Xinjiang, la vasta regione occidentale casa degli uighuri, l'etnia turcofona e musulmana che vive una situazione di conflitto con il governo centrale dal quale i gruppi più estremi chiedono l'indipendenza. Il ministro della Difesa cinese, Chang Wanquan, a Urumqi, capoluogo regionale dello Xinjiang, ha fatto appello ai membri di un corpo paramilitare, lo Xinjiang Production and Construction Corp, per il mantenimento della sicurezza nella regione colpita da diversi attentati negli ultimi mesi. Uno di questi, avvenuto proprio nel cuore di Urumqi, il 22 maggio scorso, che aveva provocato 39 morti e 90 feriti, aveva dato il via alla campagna contro il terrorismo che in poco più di sei mesi ha prodotto centinaia di arresti e di condanne per persone accusate di essere membri di cellule separatiste o loro fiancheggiatori. La tensione rimane alta nello Xinjiang anche nelle ultime ore, quando sei presunti terroristi sono stati uccisi dalla polizia, come riferisce la Xinhua, mentre stavano cercando di fare esplodere una bomba.

A settembre scorso, Pechino aveva annunciato nuove regole in materia di anti-terrorismo, dopo l'ondata di attacchi su suolo cinese cominciati dopo l'attentato in piazza Tian'anmen del 28 ottobre scorso, e per il timore di un ritorno su suolo cinese di terroristi addestrati nello Stato Islamico. La possibilità che diversi gruppi di terroristi cinesi potessero essersi uniti agli jihadisti era stata pronunciata a luglio scorso dall'inviato cinese alle Nazioni Unite, Wu Sike, che aveva concentrato i sospetti proprio sui membri dell'etnia uighura. Il mantenimento della sicurezza nella regione autonoma dello Xinjiang, governata da Pechino attraverso massicci investimenti per lo sviluppo e il pugno di ferro contro i separatisti, è un imperativo per il governo centrale, che il 9 gennaio scorso ha inflitto punizioni a 17 funzionari locali per gli attentati avvenuti nei mesi di settembre e ottobre scorsi, in cui sono morte decine di persone.

Il pericolo del ritorno dei militanti dai campi di addestramento è avvertito ai piani alti della politica, anche se mai confermato ufficialmente, nonostante diversi segnali i questo senso negli ultimi mesi. Secondo un analista del Jerusalem Center of Public Affairs, sono mille i jihadisti con passaporto cinese che stanno ricevendo addestramento nei campi del Waziristan del nord, in Pakistan. Proprio dal Pakistan, secondo quanto riferiva il governo di Pechino, erano entrati in territorio cinese, nel 2011, due cellule di terroristi che avevano compiuto attentati nella zona di Kashgar, nello Xinjiang meridionale. Altri terroristi cinesi starebbero combattendo ancora oggi in Siria o sarebbero impegnati in campagne di proselitismo in Asia centrale, secondo il rapporto di Jacques Neriah, in passato adviser di politica estera dell'ex primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, ucciso nel 1995 da un estremista israeliano.

A settembre scorso avevano fatto il giro di internet due immagini di un combattente dell'Isis identificato come cittadino cinese. Anche in questo caso, dal governo di Pechino non erano arrivate conferme, né smentite. Ancora più inquietante, sempre nello scorso mese di settembre, la diffusione delle immagini di cinque uomini ripresi in una località nei dintorni di Urumqi, mentre prestavano fedeltà al jihad, che agitavano una bandiera nera simile a quella del califfato di Abu Bakr Al-Baghdadi. L'internazionalizzazione dei militanti delle cellule separatiste dello Xinjiang è un problema sempre più sentito da Pechino. Da fuori dei confini cinesi sono arrivate due parziali conferme ai timori del governo: un video di fine 2013 mostrava il capo di Al Qaeda, Ayman Al-Zawahiri, citare anche la vasta regione occidentale cinese tra i bersagli dei jihadisti, mentre lo scorso anno, in un'intervista esclusiva alla Reuters, Abdullah Mansour - il leader del Turkestan Islamic Party, che rivendica l'indipendenza da Pechino dello Xinjiang - aveva affermato che era un "dovere sacro" dei militanti islamici dello Xinjiang uccidere i cinesi.

12 gennaio 2014

 

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