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TIAN'ANMEN 25 ANNI DOPO

BEJA: IL 4 GIUGNO
E LE PAURE DEL PARTITO

BEJA: IL 4 GIUGNO <br />E LE PAURE DEL PARTITO


di Eugenio Buzzetti

Twitter@Eastofnowest

 

Pechino, 4 giu. - Le ultime settimane sono state scandite dagli arresti, le detenzioni e altre misure restrittive nei confronti di accademici, avvocati per i diritti dei cittadini, giornalisti, artisti e dissidenti. La censura del Great Firewall, che regola i contenuti pubblicabili sul web cinese ed elimina ogni riferimento ai fatti di venticinque anni fa, ha toccato anche il gigante dell'informatica Google, con il bando di molti dei servizi del motore di ricerca più cliccato al mondo dagli schermi della Cina. Il venticinquesimo anniversario della strage di piazza Tian'anmen viene vissuto con molta tensione dalla politica cinese che, come ha ricordato ancora ieri il ministero degli Esteri, "ha già raggiunto una conclusione" sulle vicende del 1989. Le misure di sicurezza attorno a piazza Tian'anmen sono da ieri imponenti, con agenti di polizia e della polizia paramilitare che nelle vie attorno alla piazza hanno formato dei checkpoint per controllare che anche il minimo evento riconducibile a una forma di dissenso possa verificarsi sul luogo simbolo delle proteste di venticinque anni fa.

Jean-Philippe Béja, uno dei più importanti sinologi contemporanei ed esperto del rapporto tra intellettuali e Partito Comunista in Cina e di elite politiche cinesi  passa dal presente al passato, ricordando i giorni della strage e gli arresti del 5 maggio scorso, uno degli episodi più gravi della repressione di queste ultime settimane, in cui sono stati arrestati l'avvocato per i diritti umani Pu Zhiqiang - che in precedenza aveva rappresentato anche Ai Weiwei - e l'accademico Xu Youyu. Prima ancora, cita come episodio simbolo del pugno di ferro di Pechino sul dissenso l'arresto e la condanna a quattro anni di carcere, il massimo della pena, per Xu Zhiyong, leader del Movimento Nuovi Cittadini, fautore di un'idea politica tra le più audaci degli ultimi anni. "L'aspetto più importante per il Partito Comunista rispetto ai fatti del 4 giugno - spiega ai microfoni di Agi China 24 - non è tanto il movimento popolare o sociale, è scongiurare la possibilità di un'alleanza tra la società e una parte del partito, che porterebbe a una scissione interna".

 
Amnesty International ha recentemente dichiarato che il presidente cinese Xi Jinping abbia gettato la maschera e scelto il pugno di ferro invece del dialogo. Quale è il fatto più grave delle ultime settimane, secondo lei?

Il problema è che le mire della repressione sono diventate ancora più larghe di prima. Gli arresti del 5 maggio scorso di Xu Youyu, un accademico che non è per niente un grande attivista, e di Pu Zhiqiang, avvocato dei diritti umani molto famoso in Cina anche tra i funzionari, è una cosa molto strana. Per esempio, cinque anni fa, per il ventesimo anniversario del 4 giugno, c'è stata una riunione per diversi aspetti paragonabile a questa, ma non è successo niente. La polizia è andata a trovare i partecipanti, li ha interrogati e basta.

Perché quest'anno, invece, c'è stato un pugno di ferro così massiccio?

 
Questo è molto difficile da spiegare. C'è una tensione molto forte, cominciata alla fine dell'anno scorso, forse dovuta al fatto che il potere, qualsiasi cosa dica, non è molto sicuro di sé. Una possibile spiegazione potrebbe essere quella che, all'interno del partito, i superstiti della fazione liberale potessero organizzare qualcosa per commemorare il 4 giugno, ma questo era molto poco probabile. Xi Jinping sta cercando di promuovere una nuova immagine: è molto duro con i quadri corrotti e si comporta allo stesso modo con chiunque esprima una voce diversa. Lo ha già fatto con Xu Zhiyong e il Movimento Nuovi Cittadini a gennaio, e adesso, in occasione del 4 giugno, ha aumentato la forza della repressione. Ancora non è chiaro quando si fermerà.

Cosa rappresenta la strage del 4 giugno 1989 per la classe dirigente dei Principi Rossi, con a capo Xi Jinping, che è al potere dalla fine del 2012?

 
Il partito ha stabilito un nuovo patto sulla repressione del 4 giugno 1989, che si fonda sull'indispensabilità dell'unità del partito e il rifiuto totale della scissione. L'aspetto più importante per il Partito Comunista rispetto ai fatti del 4 giugno non è tanto il movimento popolare o sociale, è scongiurare la possibilità di un'alleanza tra la società e una parte del partito, che porterebbe a una scissione interna. Il timore è che possa ripetersi una situazione simile ad allora, quando l'allora segretario generale del PCC Zhao Ziyang avrebbe potuto attirare il supporto di una parte importante del partito nel cercare il dialogo con gli studenti. Il 4 giugno significa che questo non è più tollerabile e che non ci saranno più lotte di linee politiche. E' questa la lezione per i dirigenti del partito. Anche se i nuovi dirigenti non hanno svolto alcun ruolo nella repressione, sono gli eredi di questo patto. E sono tutti consci che in caso di scissione, la nascita di due diversi partiti significherebbe la fine del regime.

Che cosa potrebbe, a questo punto, innescare un corto circuito politico? Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una serie di rivolte popolari che vengono spesso definite "not in my backyard" ("non nel mio giardino") per il loro carattere locale.

Ovviamente la volontà del potere è impedire che il malcontento sociale del movimenti NIMBY diventi politico. E su questo tipo di malcontento si può trattare, e ci sono discussioni, talvolta. Quello che conta è impedire che diventi un malcontento politico. Gli arresti, nel caso, invece, del Movimento Nuovi Cittadini, erano proprio diretti a evitare quel pericolo.

Nei giorni scorsi abbiamo letto anche sulla stampa di Hong Kong alcune riflessioni di esponenti dell'ala più liberale del PCC? Quanto conta ancora questa fazione, oggi?

 A livello dei vertici del partito, pochissimo. Non si può trovare all'interno del Comitato Permanente dell'Ufficio Politico del PCC, il vertice del potere in Cina, una persona che possa rappresentare uno Zhao Ziyang o uno Hu Yaobang. Certo che all'interno di questa generazione di riformatori, che sono arrivati al potere dopo la fine della Rivoluzione Culturale, rimangono ancora quadri all'interno del partito, ma adesso sono molto invecchiati, e non esercitano più incarichi di responsabilità. Sulla nuova generazione, invece, è molto difficile pronunciarsi. Anche se le idee riformiste degli anni Ottanta sono ancora presenti a un certo livello del partito, ai vertici mi sembra che non ci sia nessun rappresentante.

Secondo lei, Xi Jinping potrebbe avere la forza di introdurre riforme politiche?

 
Xi Jinping sta tuttora cercando di avere il sostegno più largo possibile. Non ha una sua fazione e sta cercando di ottenere il massimo supporto possibile da parte di tutti ceti della dirigenza del partito. Lancia messaggi nello stile di quello che negli anni Ottanta veniva definito come il neo-autoritarismo, ovvero la necessità di una persona forte al vertice, capace di imporre ai gruppi di interesse sacrifici che altrimenti da soli questi gruppi non sarebbero disposti a fare. Paradossalmente, invece di avere una politica più liberale, in un primo tempo bisognerà rafforzare il potere del numero uno, che in questo modo potrà mettere in moto una vera riforma.

 

4 giugno 2014

 

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