Focus

di Nicoletta Ferro

BANGLADESH, L'EREDITA'
DEL TESSILE CINESE

BANGLADESH, L EREDITA  <br />DEL TESSILE CINESE<br />


di Nicoletta Ferro

Twitter@NicolettaFerro

 

Shanghai, 16 mag. - Nel maggio del 2000 discutevo la tesi di laurea sulla microfinanza in Bangladesh. Nell'analisi cercavo di identificare i motivi per cui il paradigma dell'inclusione finanziaria, che prometteva di superare le logiche assistenziali che hanno guidato la cooperazione allo sviluppo per decenni, avesse visto la luce in uno dei paesi più poveri della terra. Mi soffermavo inoltre, sulle variabili sociologiche che volevano nelle donne, musulmane e prive di istruzione, le attrici principali di quella che prometteva essere una rivoluzione.

 

Sono passati 13 anni. Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank, la prima istituzione di microcredito moderna, ha in questi anni conosciuto sia gli onori del premio Nobel sia i rigori della giustizia e sul microcredito, come motore di cambiamento, i giudizi rimangono divisi.

 

A non essere cambiato, assestandosi come un trend pericoloso, è invece il ruolo svolto dal Bangladesh, nello scacchiere del tessile internazionale. Impiegando 3.6 milioni di lavoratori, il comparto della produzione per il pronto moda globale ha fatto del paese il secondo esportatore al mondo, dopo la Cina.

 

L'ecatombe dello scorso 24 aprile, più di 1100 persone morte sotto il crollo di un edificio, costruito con materiali scadenti, e sede di diverse manifatture tessili alle porte della capitale Dacca, è solo l'ultimo di una lunga sequela di incidenti che il paese ha conosciuto negli anni.

 

La tragedia, oltre a riaccendere gli animi dei lavoratori del comparto, da sempre imbrigliati da un governo, desideroso di creare le condizioni migliori per attrarre investimenti stranieri, ha provocato un duro dibattito.

 

La discussione, si è spinta al di là dello stretto ambito di competenza delle politiche di responsabilità sociale delle aziende direttamente coinvolte nel disastro, finendo per coinvolgere governi e mondo della cooperazione.

 

L'annuncio, già dato lo scorso marzo, da parte della Disney Inc. di voler abbandonare paesi, tra cui il Bangladesh, in cui manchino  condizioni di sicurezza basilari per i lavoratori, ha sollevato parecchie polemiche. La carta della fuga, come molti l'hanno definita, ha scatenato l'inferno intorno al ruolo e alle responsabilità che le grandi aziende della moda 'fast & cheap', sono chiamate ad assumersi verso i paesi in cui producono e alle misure immediate da prendere nell'ambito della sicurezza sul lavoro.

 

In questo scenario il ruolo svolto della Cina è di fondamentale importanza.

 

Da destinazione di produzioni 'labour intensive', il Drago è infatti da qualche tempo impegnato a compiere il salto di qualità. Fuori le produzioni a basso valore aggiunto, benvenuti solo gli investimenti stranieri che portano innovazione e know how.

 

Questa la linea dettata da Pechino.

 

Il tutto riportato al settore tessile significa:delocalizzare le produzioni che necessitano di forza lavoro a basso costo in grandi quantità, verso paesi come Bangladesh, Cambogia e Vietnam.

 

Questa scelta sembra mettere d'accordo un pò tutti.

 

Da una parte i colossi della moda internazionale come Uniqlo, che ha annunciato di voler tagliare di due terzi il carico produttivo sulla Cina, nei prossimi anni. Destinazione prevista per la delocalizzazione: il Bangladesh, dove il costo della manodopera è cinque volte inferiore rispetto a quello cinese (37 dollari mensili contro 200). Si uniscono al coro anche le brand cinesi come il gigante dell'abbigliamento Vancl, che promette una valanga di ordini al paese asiatico.

 

Da parte loro gli imprenditori del tessile cinese non sembrano preoccupati di questo trend. Anzi, forti dell'appoggio del governo, seguono il flusso e si spostano a loro volta in Bangladesh, investendo in nuove fabbriche. A essere mantenuti in Cina sono solo i processi produttivi a forte impiego di capitale, e che sono anche quelli maggiormente inquinanti come la tintura e la rifinitura dei capi.

 

Il passaggio di testimone tra Cina e Bangladesh, non si sta però rivelando indolore.

 

Commentando la tragedia di Dacca, Elisabeth Cline, autrice di "Overdressed" una disanima sul settore del pronto moda, realizzata viaggiando sotto falsa identità, tra le manifatture di Cina e Bangladesh, ha affermato: "queste morti sono il risultato del fatto che il Bangladesh sta cercando di sostituirsi alla Cina". I numeri parlano chiaro: il Bangladesh ha circa 4,500 aziende tessili, contro le 40,000 cinesi. Un carico produttivo spropositato quindi, rispetto alle strutture industriali del paese.

 

In tutta questa storia un interrogativo è lecito. Se i cartelli delle potentissime aziende della moda globale, non sono riuscite in questi anni ad assicurare condizioni di lavoro sicure e un salario minimo agli operai bangladesi, ci riusciranno forse gli imprenditori cinesi? 

 

Nicoletta Ferro vive a Shanghai dove lavora come consulente. Per molti anni è stata ricercatrice per la Fondazione Eni Enrico Mattei.Per AgiChina24 scrive di sviluppo sostenibile e responsabilità sociale delle imprese.

 

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