Dossier

Attacchi hacker

USA: LOTTA A SPIONAGGIO, CINA NEL MIRINO

USA: LOTTA A SPIONAGGIO, CINA NEL MIRINO


di Sonia Montrella e Eugenio Buzzetti

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Roma, 21 feb.- Continua la querelle cibernetica tra Washington e Pechino, mentre sul web cinese gli internauti si lanciano alla ricerca di prove schiaccianti sull'hackeraggio condotto dall'Esercito di Liberazione Popolare. Intanto il presidente Barack Obama è passato all'attacco e, senza mai menzionare Pechino, annuncia tramite un documento della casa Bianca che gli Usa "continueranno a combattere il furto di segreti industriali in maniera vigorosa". "I furti di segreti commerciali sono una minaccia per le aziende americane e mettono in pericolo la sicurezza nazionale e la sicurezza dell'economia americana".

 

Il riferimento è naturalmente alle secondo cui una cyberspy militare cinese avrebbe iniziato ad attaccare sistemi informaci Usa e stranieri. Secondo la Mandiant, l'unità dell'ELP avrebbe condotto attacchi "ripetuti" a un ampia gamma di imprese. "La natura del lavoro dell'Unità 61398 - si legge nel rapporto - è considerata dalla Cina un segreto di Stato. Riteniamo comunque che sia impegnata in dannose 'operazioni ai computer network" .

 

Il piano anti-spionaggio di Obama mira soprattutto a un coordinamento tra agenzie di diversi governi e a un rafforzamento delle normative per il settore. Secondo un rapporto della National Intelligence Estimate la Cina sarebbe uno dei paesi che in maniera più aggressiva cerca di entrare dentro i sistemi informatici di imprese e istituzioni Usa.

 

Ieri il ministero della Difesa cinese aveva bollato come "errato e infondato" il rapporto della Mandiant. Il portavoce del Ministero, Geng Yansheng,ha  dichiarato che "le leggi cinesi vietano tutte le attività che minacciano la sicurezza informatico e il governo cinese reprime severamente tali crimini".

 

Tuttavia, come si legge su un articolo di AgiChina, il 26 maggio del 2011 il ministero della Difesa cinese aveva ammesso di aver investito 10 milioni di yuan (circa 1 milione di euro) nella costituzione di un esercito cibernetico per "migliorare le capacità difensive dell'Esercito popolare di liberazione (PLA) e prevenire gli attacchi esterni al suo network".Leggi



Ministero difesa: infondate
accuse di spionaggio


(Aggiornato il 20 febbraio) - Il rapporto Usa sulla pirateria informatica ad opera dell'esercito cinese è infondato ed errato. E' la dura replica del ministero della Difesa di Pechino che ha commentato così l'accusa della società informatica statunitense Mandiant secondo cui dietro gli attacchi cibernetici che negli ultimi mesi hanno colpito i media e il governo Usa si nasconderebbe un'unità dell'Esercito di Liberazione Popolare. Dopo la reazione del ministero degli Esteri, arriva anche quella del ministero della Difesa che per bocca del portavoce, Geng Yansheng, dichiara che "le leggi cinesi vietano tutte le attività che minacciano la sicurezza informatico e il governo cinese reprime severamente tali crimini".

 

Il portavoce sostiene che "il rapporto è privo di fondamento poiché la Mandiant è giunta alla sua conclusione semplicemente basandosi sul fatto che gli attacchi erano collegati ad un indirizzo IP localizzato in Cina"."Innanzitutto, come noto a tutti, è una pratica comune e abituale degli hacker quella di condurre attacchi di pirateria  appropriandosi indebitamente di indirizzi IP, ha riportato il portavoce, aggiungendo che "succede quasi tutti i giorni".In secondo luogo, ha continuato Geng, "il rapporto manca di basi giuridiche per accusare la Cina di  spionaggio informatico". Inoltre "essendo la pirateria informatica un fenomeno transnazionale, anonimo e ingannevole, data la sua natura è difficile capire esattamente dove si sia originato".

 



 

Usa, esercito cinese
dietro attacchi hacker

 



Pechino, 19 feb. - Sarebbe un'unità dell'Esercito Popolare di Liberazione cinese a essere dietro gli attacchi di pirateria informatica lamentati dagli Stati Uniti e ai quali il governo cinese ha ribattuto affermando di essere sotto attacco da parte di hacker statunitensi. Lo ha rivelato la società di sicurezza informatica statunitense Mandiant alla Reuters, che ha identificato nell'unità 61398 dell'esercito cinese il più probabile mandante degli attacchi informatici cinesi ai siti web statunitensi.

 

Secondo la Mandiant, l'unità dell'ELP avrebbe condotto attacchi "ripetuti" a un ampia gamma di imprese. "La natura del lavoro dell'Unità 61398 - si legge nel rapporto della Mandiant - è considerata dalla Cina un segreto di Stato. Riteniamo comunque che sia impegnata in dannose 'operazioni ai computer network' . E' arrivato il momento di riconoscere -spiega ancora il comunicato- che la minaccia arriva dalla Cina e vogliamo fare la nostra parte per preparare con tutti gli strumenti adeguati i professionisti della sicurezza per combattere questa minaccia in maniera efficace".

 

La risposta da parte cinese non si è fatta attendere. Il governo nega l'attendibilità del rapporto e ribadisce la sua opposizione alla pirateria informatica. "Il fenomeno dell'hacking è transnazionale e anonimo - ha dichiarato oggi il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Hong Lei - Determinare la loro origine è particolarmente difficile. Non sappiamo quanto le prove in questo cosiddetto rapporto possano essere attendibili. Le critiche arbitrarie fondate su dati rudimentali è irresponsabile, non professionale e non aiuta a risolvere le dispute". Il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha poi presentato uno studio in cui dimostrava come fossero gli Stati Uniti i maggiori portatori di attacchi informatici alla Cina.



Secondo quanto rilevato dalla società di sicurezza informatica, l'unità 61398 ha sede a Pudong, il distretto finanziario di Shanghai, e avrebbe alle sue dipendenze migliaia di persone che parlano inglese perfettamente e conoscono i segreti della programmazione dei computer. L'edificio di dodici piani dove ha sede questa unità dell'esercito sarebbe inavvicinabile dai civili e circondato da un muro di cinta coperto di slogan militari; si troverebbe in una zona residenziale dell'hub finanziario della metropoli, lontano dai grattacieli alla "Blade Runner" che contraddistinguono il panorama di Pudong.

 

Finora l'unità speciale dell'ELP avrebbe fatto 141 vittime appartenenti a diversi settori industriali sottraendo "centinaia di terabyte a partire dal 2006". In prevalenza si tratta di organizzazioni che hanno sede negli Usa con qualche eccezione in Canada e in Gran Bretagna. "L'Esercito Popolare di Liberazione riveste un ruolo chiave nella complessa strategia di sicurezza cinese -afferma Dmitri Alperovitch, co-fodnatore di CrowdStrike, uno dei competitor di Mandiant nel settore della sicurezza informatica- ha senso che le sue risorse possano essere utilizzate per facilitare lo pionaggio informatico a fini economici della Cina".

 

La polemica tra Cina e Stati Uniti sullo spionaggio informatico è ripresa nelle scorse settimane, dopo che il New York Times per primo aveva pubblicamente lamentato le attenzioni dei pirati informatici nel suo network con danni alle attività dei suoi giornalisti in Cina. Dall'ottobre scorso, il sito del popolare quotidiano statunitense è oscurato dalla censura di Pechino, dopo un'inchiesta sulle fortune accumulate dalla famiglia del primo ministro uscente Wen Jiabao dal 1998, quando "nonno Wen", come viene sarcasticamente soprannominato, aveva assunto la carica di vice primo ministro. Stessa sorte era toccata pochi mesi prima all'agenzia di stampa Bloomberg che a fine giugno aveva pubblicato un lungo articolo sulle fortune accumulate dalla famiglia di Xi Jinping, l'uomo che dovrebbe diventare il prossimo presidente cinese.

 

A fine gennaio scorso, subito dopo il New York Times, anche il Wall Street Journal e il Washington Post avevano lamentato attacchi ai loro sistemi informatici da parte di hacker cinesi, alimentando la reazione americana che avrebbe in programma un sistema per identificare i danni economici subiti dagli Stati Uniti a causa dello spionaggio informatico di Pechino. la risposta di Pechino è arrivata a distanza di pochi giorni con un editoriale pubblicato dal Quotidiano del Popolo in cui veniva ribadita la completa estraneità della Cina riguardo agli attacchi informatici ai quotidiani statunitensi. Nell'editoriale si affermava, poi, per la prima volta dall'inizio della polemica tra i due Paesi, che nello scorso mese di dicembre la Cina sarebbe stata più volte vittima delle attenzioni degli hacker, e che gli attacchi provenivano per la maggior parte dagli Stati Uniti.

 

Alla lista dei siti web presi di mira dallo spionaggio informatico si sono poi aggiunti i due popolari siti di social network Twitter e Facebook, entrambi non accessibili dalla Cina senza l'aiuto di un virtual private network (VPN). La piattaforma di microblogging aveva dichiarato che le password di circa 250mila utenti erano state sottratte illegalmente. Twitter ha dovuto invalidare gli account violati e mandare una mail agli utenti chiedendo loro di rientrare nel social network usando una nuova password. Facebook ha invece lamentato nelle scorse ore attacchi  da parte di ignoti. Nessuna delle due piattaforme ha però specificato la provenienza degli attacchi, pur non considerandoli, in entrambi i casi, opera di dilettanti.

 

 

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