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CORRUZIONE

ARRESTATO ALTRO DIRIGENTE ENERGIA,
IL FUTURO DELLA LOTTA ALLA CORRUZIONE NEL DOPO ZHOU

ARRESTATO ALTRO DIRIGENTE ENERGIA, <br />IL FUTURO DELLA LOTTA ALLA CORRUZIONE NEL DOPO ZHOU


Di Eugenio Buzzetti

Twitter@Eastofnowest

 


Pechino, 16 giu. - Un altro ex dirigente dell'energia cinese è da poche ore indagato per il sospetto di corruzione. L'ultimo manager della lista dei sospettati di corruzione è Qi Dacai, ex vice presidente di China Southern Power Grid, arrestato oggi per il sospetto di avere intascato tangenti, a poco più di 24 ore dalla caduta in disgrazia di un altro nome, ben più importante, dell'energia cinese: quello di Liao Yongyuan, ex numero due di PetroChina, l'unità quotata di China National Petroleum Corporation (Cnpc), il gigante statale cinese del greggio. Qi era sotto indagine dal marzo scorso. Il suo è il secondo nome di spicco dell'energia cinese a finire indagato dalla Commissione Disciplinare del Pcc negli ultimi giorni, che sul piano della lotta alla corruzione sono stati segnati dalla condanna all'ergastolo per l'ex numero nove della gerarchia politica di Pechino, Zhou Yongkang, fino al 2012 a capo degli apparati di sicurezza del Paese, e considerato generalmente come "la più grande delle tigri" da colpire nella lotta alla corruzione. Lo stesso Zhou aveva un passato nell'industria petrolifera statale e in Cnpc, dove aveva molti alleati politici, tra cui lo stesso Jiang Jiemin, ex presidente del gruppo, processato nell'aprile scorso per corruzione e abuso di potere.

Proprio nelle scorse ore, la Commissione Disciplinare di Wang Qishan ha promesso di continuare nella caccia ai corrotti del Pcc, con particolare riferimento a chi ha continuato nell'opera di corruzione anche dopo l'arrivo al vertice del potere di Xi Jinping, nominato segretario generale del partito alla fine del 2012. Oltre ai funzionari dell'energia, nelle ultime ore anche due alti funzionari dell'Esercito di Liberazione Popolare sono finiti agli arresti per corruzione. Kou Tie, ex comandante provinciale dello Heilongjaing, nell'estremo nord-est del Paese, e Liu Zhangqi, ex responsabile per le Comunicazione della Polizia Armata del Popolo, corpo paramilitare cinese, sono sospettati di "gravi violazione disciplinari", l'eufemismo utilizzato per indicare i casi di corruzione.  

 

16 giugno 2015

 

IL FUTURO DELLA LOTTA ALLA CORRUZIONE

NEL DOPO ZHOU

 

Pechino, 12 giu. - Con un processo segreto, la Cina ha eliminato la più grande e potente delle "tigri" della corruzione, l'ex capo degli apparati di Sicurezza, Zhou Yongkang, numero nove nella gerarchia del Partito Comunista Cinese fino al 2012, oggi condannato al carcere a vita per corruzione, abuso di potere e diffusione di segreti di Stato. Zhou Yongkang ha intascato tangenti per oltre venti milioni di dollari e ha approfittato del suo potere per favorire cinque persone - in base alla sentenza di ieri - tra cui Jiang Jiemin, l'ex presidente della Sasac, la Commissione di Viglianza sugli Asset Statali, ed ex uomo forte di China National Petroleum Corporation, il maggiore gruppo statale degli idrocarburi, dove lo stesso Zhou ha passato gran parte della sua carriera prima di salire al vertice del potere cinese, il Comitato Permanente del Politburo.

Seocndo i primi commentatori, la sentenza nei confronti di Zhou Yongkang è stata abbastanza lieve. La pensa così anche Willy Wo-lap Lam, tra i massimi esperti di elite politiche cinesi e autore del saggio "Chinese Politics in the era of Xi Jinping - Renaissance, Reform or Retrogression?" (edizioni Taylor & Francis) in cui traccia un profilo ideologico e politico del presidente cinese. "Gli analisti si aspettavano una pena di morte con sospensione perché ha intascato tangenti per oltre venti milioni di dollari - spiega Lam ad Agichina - Di norma, ci sarebbe la pena di morte sospesa, ma il punto più importante da tenere presente è che Xi Jinping oggi non è interessato ad andare troppo oltre nella lotta alla corruzione perché sono ancora molti i sostenitori di Zhou Yongkang nel partito. C'è stato un compromesso".

Delle accuse di cui ha dovuto rispondere Zhou Yongkang, c'è quella di diffusione di segreti di Stato, accompagnata da un episodio curioso. Al centro della storia c'è un indovino noto come il "saggio dello Xinjiang", nomignolo affibbiatogli dalla regione di provenienza, di nome Cao Yongzheng, mistico esperto di qigong, pratica spirituale cinese, a cui Zhou avrebbe rivelato i contenuti di cinque documenti classificati come "estremamente confidenziali" e di uno classificato come "confidenziale", contravvenendo alla legge sul segreto di Stato. Cao è stato chiamato a testimoniare contro Zhou il 22 maggio scorso anche se non è chiaro se fosse fisicamente presente in tribunale.
  Secondo quanto scriveva lo scorso anno il magazine Caixin, l'indovino si sarebbe guadagnato una certa fama tra politici e celebrità già dagli anni Novanta per la sua capacità di predire il futuro e per la sua dote di guarire mali apparentemente incurabili.

Al di là dell'aspetto "mistico" della vicenda, la condanna a Zhou Yongkang, segna il punto più alto della campagna anti-corruzione intrapresa da Xi Jinping nel novembre 2012, subito dopo essere stato nominato segretario generale del Partito Comunista Cinese. Secondo Willy Lam, "la campagna anti-corruzione rallenterà, almeno per quanto riguarda le "grandi tigri", fino al prossimo Congresso del partito nel 2017. Xi Jinping - spiega l'analista di Hong Kong - vuole concentrarsi sulla promozione dei suoi alleati all'interno del Comitato Centrale in vista del prossimo Congresso e non vuole farsi troppi nemici. Dopo il Congresso potrebbe esserci un altro giro di vite nei confronti delle tigri, ma per ora rallenterà".

Non tutti sono d'accordo con questa tesi. "Xi Jinping ha rotto un tabù con il processo a Zhou Yongkang, un ex membro del Comitato Permanente del Politburo - spiega Joseph Cheng Yu-shek, direttore del dipartimento di Scienze Politiche della City University di Hong Kong - La campagna andrà avanti, come lo stesso Xi e Wang Qishan hanno già indicato in passato". Tra i nomi che ricorrono maggiormente nella lotta alla corruzione ci sono quelli dell'ex vice presidente, Zeng Qinghong, e quello della figlia di Li Peng, primo ministro negli anni Ottanta. Alcuni segnali che la campagna non finirà sono già arrivati nei mesi scorsi, con la messa sotto inchiesta di Guo Zhenggang, figlio dell'ex numero due della Commissione Militare Centrale, Guo Boxiong, da più parti dato come il prossimo bersaglio di alto profilo della campagna contro la corruzione. "Xi Jinping vuole consolidare il potere nelle sue mani e rimuovere tutte le resistenze al suo programma politico - continua Cheng - Il processo di consolidamento del potere andrà avanti probabilmente fino al 2017".

Per entrambi gli analisti, il processo a Zhou Yongkang, pur svoltosi con modalità molto diverse, è da mettere in relazione a quello di Bo Xilai, l'ex segretario del Partito Comunista di Chongqing, caduto in disgrazia nel 2012 e condannato nel settembre 2013 in via definitiva all'ergastolo per corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere. "Nei casi di Zhou Yongkang e Bo Xilai la cosa più importante è la corruzione agli occhi dei cittadini. La violazione di segreto di Stato non è così popolare - conclude Cheng - In entrambi i processi il focus è stato sulla corruzione escludendo ogni voce relativa a possibili complotti all'interno del partito o contro la leadership". Il processo a Zhou rappresenta però "un passo indietro per lo stato di diritto e l'indipendenza degli organi giudiziari" rispetto alla politica e rispetto al processo a Bo Xilai, secondo Willy Wo-lap Lam. Il processo a Zhou Yongkang "dimostra che il Partito Comunista non è cambiato: non è trasparente, ci sono molti segreti, lotte politiche e intrighi all'interno delle fazioni che Xi Jinping non vuole rendere pubbliche".

 

12 giugno 2015

 

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