COME GUARDAV(AM)O ALLA CINA NEL 2000

COME GUARDAV(AM)O ALLA CINA NEL 2000


Twitter@BorzattaP



Milano, 20 giug. - Sono momenti complessi. Difficile interpretare quello che sta accadendo nel mondo. Nel mondo occidentale e nel mondo orientale, ammesso che esista ancora questa definizione così netta.

 

Brexit, i populismi, Orlando, Bataclan, ISIS, il Mar Cinese Meridionale, la One Belt One Road, l'Ucraina e la Crimea, eccetera sono tutti fenomeni ed eventi di portata colossale. È certo che il mondo sta cambiando rovinosamente sotto i nostri occhi, ma sembra che non sappiamo interpretare i movimenti tellurici che sono in corso.

 

La dinamica cinese degli ultimi 30 anni, ne è stata sicuramente un catalizzatore formidabile.

 

Credo che tutti stiamo cercando di capire.

 

Ho riletto in questi giorni il capitolo finale di un romanzo, "Il Globo di Shanghai", che scrissi a quattro mani con Valeria Viganò nel 2000 e che pubblicai solo su internet. Rimase online solo per tre anni (oggi è leggibile solo sul mio sito personale).

 

Mi è stato utile, anche se non mi ha dato risposte definitive, lo sottopongo anche a Voi.

 

Personaggi e interpreti ambientati nel 2030 a Shanghai:


-    Carlo, protagonista, laureando italiano del Politecnico di Milano con una tesi in Cina.
-    Monica, sua fidanzata italiana.
-    Sheng E Mei, sua fidanzata cinese.
-    Fang, suo fidanzato cinese.
-    Ghigo, suo personal assistant virtuale.

 

"""


Carlo entra in casa ordinando: "Ghigo, ciao, proietta il Bund dal vivo sulle pareti. Su una però voglio un mix di immagini, pure dal vivo, di New York, Tokyo e Hong Kong. Scegli tu quali e mescolale come vuoi. Poi suona un po' di musica ziing, le ultime composizioni di Gao Le. E poi fammi arrivare un'anatra laccata intera, ma mi raccomando quella con lo zenzero nella laccatura. E poi infine prepara il tè verde, il solito Long Jin."

 

Carlo ha bisogno di rilassarsi, gli ultimi mesi sono stati intensi, ricchi di vita e straordinariamente fertili. Come gli aveva detto suo padre, l'aspetta un decennio di fuoco, quello nel quale si ha la potenza della giovinezza e la consapevolezza dei primi bagliori di maturità. Si sente fortunato perché ha avuto la possibilità economica di fare le esperienze che desiderava, ha avuto la cultura necessaria per assecondare le sue passioni, di modo che non rimanessero una cieca spinta in avanti ma fossero aiutate a crescere, a forgiarsi in qualcosa di più duraturo. Carlo pensa ai milioni di ragazzi che non sono nella punta dell'iceberg come lui, che sono sotto, appartengono a aree geografiche sottostimate, sottoposte a una gerarchia che le relega in basso nella scala d'importanza che la globalizzazione non ha cancellato. Carlo pensa al futuro anche per questo, vuole visioni reali del futuro presente. Il passato serve per capirsi e per trarre lezioni. Ma lui vuole vivere per il futuro. L'uomo ha ancora così tante cose da fare. E' da qualche milione di anni sulla faccia della terra e ancora non sa rispondere ad alcune domande fondamentali.

 

Carlo si stravacca nel suo divano preferito e si lascia andare. Finalmente a casa, perché questa di Puxi è la sua casa. Finalmente ha risolto il rapporto con Monica, e la ringrazia sentitamente perché nel suo cambiamento lui non ha più avuto i sensi di colpa che l'hanno tenuto incatenato a lei per anni. Se la ricorda ancora, fin dal primo momento che si erano incontrati lei aveva deciso che lui sarebbe stato l'uomo della sua vita. Senza voler mai capire che una persona per la vita non esiste più, è un concetto a-storico, fuori dal tempo. E' la molteplicità la chiave del futuro, lo è stata già alla fine del novecento, perché gli esseri umani pensano tutti, non avendo ancora cancellato la morte, di poter vivere più vite contemporaneamente. E tutto l'intorno cospira a offrire talmente tante offerte allettanti, sulle quali Carlo sa, bisogna vigilare.

 

Sdraiato sul divano a Carlo sembra di avere in mano le redini. Ha finalmente finito la tesi, un passo fondamentale non tanto per il riconoscimento, quanto per il fatto di essere stato in grado di elaborare il proprio pensiero, di averle reso coerente e plausibile. Nonno Luigi sarà contento: ha dimostrato che aveva ragione. Gli imprenditori italiani non hanno avuto all'alba del terzo millennio quella visione strategica e quel coraggio che gli avrebbe permesso di affermarsi meglio nel mondo. L'Italia! Oramai l'Italia è alle spalle, Carlo l'ha lasciata e non ha grandi rimpianti. Certo gli ha dato un'eredità. Forse preziosa, anzi sicuramente preziosa per dare il giusto valore alle cose, perché ha rappresentato un termine di paragone tra realtà diverse, perché là c'era suo padre. Ora è qui, a Shanghai, in Cina, a fianco di Carlo per un lungo ascolto mai interrotto. C'è la sua anima e non il corpo, ma per il figlio tanto amato è sufficiente. Suo padre così diverso dal nonno, così sopra le righe perché dentro le righe non sapeva stare mai. Come poteva Carlo non raccogliere quello spirito ribelle dentro di lui e mescolarlo al pragmatismo di nonno Luigi? Suo padre ha pagato a caro prezzo, gli errori a quel tempo, trent'anni fa, erano ancora fatali. La medicina di appena un decennio dopo l'avrebbe salvato, ripulendolo da capo a piedi delle schifezze che si era messo nel sangue, rianimando la sua disperazione con interventi sul DNA, spurgando l'infelicità che sentiva infinita. Essere outsider equivaleva allora a soccombere. E oggi non conviene esserlo, o almeno è opportuno esserlo in maniera eccentrica. Ma basta ripiegarsi sul passato. Carlo sa che una stilla dell'utopia di suo padre gli scorre dentro e lo fa essere, in molti aspetti della vita, più fantasioso. Sua madre appartiene anche lei, nonostante i rifacimenti esterni, a un mondo nato nell'altro secolo. Sua madre è sopravvissuta perché ha usato la prudenza, il conformismo, la conservazione. Ma è completamente fuori dal tempo e tremendamente lontana dal figlio che non ha capito fino in fondo, amandolo in cecità e perdendolo. Sicuramente Carlo tornerà molto spesso a trovarla, gliel'ha promesso, ma il suo futuro è altrove, non accanto a lei.Questa è la prima volta nella sua vita che Carlo sente di avere girato una boa. Ha chiuso dei conti in sospeso: con il nonno, con Monica, con la madre, con l'Italia. Col padre li aveva già chiusi tanto tempo fa quando aveva capito di averlo capito. E amato.

 

E adesso?

 

Qualcosa dovrà accadere: la Cina, gli Stati Uniti e in coda l'Europa sono le grandi potenze. Hanno oramai schiacciato il Sud del mondo. Fino a quando questo equilibrio resisterà? Difficile dirlo. I sistemi complessi sono difficili da prevedere. L'uomo non c'è ancora riuscito. L'attuale stato del sistema è il frutto di una diffusione 'epidemica' del modello europeo nato nella Mezzaluna Fertile 13.000 anni fa. Oramai ha 'contagiato' il Nord Europa e la Cina. Altre aree si stanno 'contagiando'. Questo contagio progressivo, questo 'recuperare spazio vitale', ha permesso al sistema, pur aumentando la sua complessità, di rimanere on the edge of chaos senza mai entrarvi. Dovrà ancora aumentare la complessità? Questo forzerà un passaggio nel caos prima di trovare un altro stato stabile? Carlo non lo sa, nessuno lo sa, l'uomo non lo sa.

 

Questa diffusione 'epidemica' del modello europeo e della conseguente globalizzazione ha portato un grande benessere, ma anche alla diffusione di un modello basato sulla competizione estrema. La libertà e la competizione assieme, in un cocktail esplosivo, hanno aumentato la complessità del sistema. Questo, pensa Carlo, è forse il massimo livello di complessità sopportabile da questo modello socio-economico. Non si sa se il sistema passera dall' edge of chaos al caos. Quello che è certo è – almeno così pensa Carlo – che dopo una totale diffusione dell'homo aeconomicus, nascerà un uomo che fa progetti più profondi, che rispondono a domande più importanti. Questa è la prossima sfida. E come tutti gli stati superiori di un sistema complesso ingloberà i risultati di quello precedente. Le regole economiche, l'efficienza, la capacità di creare valore saranno il mezzo accettato per raggiungere un fine che non sarà più il valore di per sé. Occorreranno idee forti per progetti forti. Carlo vuole trovare queste idee forti. Lui sa che non le troverà in Italia: troppo appiattita sul passato. L'Italia dovrà soffrire ancora molto, come ha fatto la Cina per secoli, prima di essere in grado di produrre idee nuove.

 

E per se stesso? Cosa accadrà?

 

Anche la sua vita gli sembra on the edge of chaos, nonostante le decisioni ormai prese. Lo aspettano almeno due persone che contano più di altre, più di Gao e degli amici del calcetto. Vorrebbe ringraziare Mei tutta la vita per il salto cognitivo che ha fatto fare a Monica, per essere riuscita in ciò che lui stesso aveva provato per anni. E se è accaduto perché le due donne hanno trascorso un'intera notte e un intero giorno insieme, Carlo ne è felice. Gli è passata la gelosia e anche la perversione. Gli è rimasta l'ammirazione per la mente femminile, per l'intimità che le donne sanno provare insieme e che lui stesso ha sperimentato in piccola parte con Fang. In piccola parte. Fang sarà nella sua meravigliosa casa a curare con mille delicatezze il suo giardino zen, inginocchiato a percorrere con il bastoncino cerchi concentrici, a limare la perfezione formale di una spirale orizzontale che converge le energie fisiche e mentali nel punto supremo. Lo saluterà con un breve gesto della mano, e un grande sorriso, lo stesso che gli ha riservato quando Carlo gli ha detto che sarebbe rimasto in Cina.

 

Ghigo, intanto, sta dando tutto se stesso nel mix delle immagini sulla parete. Carlo non gli aveva mai visto mettere insieme effetti di questa potenza. Forse che sappia che deve andare in pensione? E questo è il suo canto del cigno? Chi lo sa? Ma sappiamo noi se i sistemi informatici che stiamo mettendo in piedi hanno coscienza? La coscienza, ecco, l'ultima barriera che distingue gli umani e gli animali superiori dalle macchine. Oramai sono loro, le macchine, più intelligenti di noi. Ma hanno coscienza? Gli scienziati, comodamente, dicono di no. Ma Ghigo ha coscienza?

 

Le immagini sono comunque straordinarie. Ghigo riesce ad estrarre scene di vita di Shanghai e ad inserirle nel contesto di New York. Manda così chiari messaggi di globalità: la vita è sempre la stessa. Le differenze locali che noi percepiamo sono solo un'illusione. Mangiare, dormire, fare sesso, competere per essere 'diversi' e 'acquisire valore'. Costruire ricchezza per comprarsi l'ultimo gadget. Carlo non vuole essere così, vorrebbe creare, guardare al futuro, avere una visione. Essere meglio degli altri non perché si è venduto meglio, ma perché gli altri cercano la sua testa, le sue idee, la sua competenza.

 

Per questo vuole stare in Cina. Qui c'è tensione creativa. Questo è un popolo che vuole diventare ricco, ma soprattutto ha l'orgoglio di essere qualcuno nel mondo. E soprattutto guarda al futuro: Carlo si ricorda sempre che i suoi amici cinesi che sono venuti in Italia a trovarlo, gli hanno tutti chiesto perché gli italiani non ricostruiscono così tanti palazzi diroccati: si riferivano ai vari reperti archeologici. Il cinese è pragmatico. Va sempre diritto al sodo, a quello che veramente conta in quello che sta facendo senza mai dimenticarsi che in fondo siamo animali che devono mangiare e fare sesso. Ed è bene farli bene. Quante tonnellate di cibo processiamo in una vita? Carlo l'ha letto una volta, non lo ricorda ora, ma sa che sono tante. E' forse il più importante sforzo fisico cumulato della vita di un uomo. E il sesso? Se uno comincia a scopare a 15 anni e smette a 100, se in media lo fa una volta al giorno, sono 31.390 scopate: è bene godersele tutte, fino in fondo, è una delle azioni più importanti e più ripetute della vita di un uomo. I cinesi non si dimenticano mai di questa realtà. Quando due cinesi si trovano a tavola insieme, si godono fino all'ultimo saporito chicco di riso. Magari parlano d'affari tra un boccone e l'altro: ma il cibo è il re. Carlo l'ha imparato presto, l'ha subito intuito. La Cina ha una tensione creativa da mettere in pratica. Oggi, dopo secoli bui e di oppressione è un popolo giovane che accetta l'estrema sofisticazione culturale a cui oggi, anno di grazia 2030, siamo arrivati. Ma l'estrema sofisticazione culturale dà infinita libertà di pensiero. Tutto è possibile, tutto è giusto. Gli unici vincoli che restano sono quelli animali: mangiare, scopare, dormire, e si stanno modificando anch'essi. Questo è tipico nei momenti finali delle culture che hanno raggiunto un apogeo, e sono sempre momenti di grande globalizzazione.

 

Purtroppo questa libertà non ammette valori certi, obiettivi chiari e condivisi (per amore o per forza). Questo rende debole 'strategicamente' il sistema. Il sistema, quella cultura, non si muove più, non sa dove andare, sa solo vivere. Le nuove idee forti vengono fuori dalla periferia dell'impero. E' la Cina periferia dell'impero? Si chiede Carlo. Certo più periferia dell'Europa e degli Stati Uniti. Il popolo cinese ha ancora un'energia vitale che Carlo sente scorrere sottopelle alla società in cui lui vuole vivere. Lui vuole cominciare a pensare a idee forti e nuove. Forse non le troverà, ma vuole essere dentro al gran calderone dove probabilmente nasceranno. Lui ha tutti gli strumenti forse per avvertirle prima di altri. Ha nei geni la cultura del modello uscente, ha saputo con questa tesi gettare uno squarcio di luce sul problema del modello che perderà: la mancanza di ambizione e di visione, conosce le due culture e le due genti. Lui vuole restare lì, non sa ancora a fare che, ma – ne è certo – lo imparerà. E poi chissà, potrebbe venire a lui un'idea nuova. A volte sono proprio gli emigrati, i semi trapiantati in un terreno diverso, che danno frutti nuovi e più saporiti. Carlo si sente un emigrato? Certamente non nel senso vecchio del termine, ma pur essendo un cittadino del mondo, ha potuto constatare che il suo passato, la sua origine da adito nell'incontro con la cultura cinese a un mix unico e interessante. Saper cogliere il nuovo, saper sedimentare l'origine, Carlo ci sta provando. In fondo è ancora un ragazzo, lo vede anche sullo schermo sul quale Ghigo gli aveva proiettato una metafora del mondo. Ma Ghigo gli ha fatto uno scherzo e ora lo sta riprendendo. Carlo vede la sua faccia decuplicata, ingrandita, vede i capelli arruffati come sempre, vede il fondo dei propri occhi, vede il suo stesso sorriso mentre pensa, in grande contraddizione con i suoi propositi, che non cambierà Ghigo, chi se ne frega degli assistant più veloci, l'arretratezza di Ghigo non cancella due anni di provata fedeltà.
"Ghigo" dice Carlo.
"Sì?" gli risponde l'amico digitale.
"Non ti cambio, Rimani con me."
Nella stanza si sente un boato, un terremoto simulato di felicità. "Grazie." "Di niente" risponde Carlo mentre tira fuori l'anatra dal forno.
"""

IL PATRIMONIO (SPRECATO)
DEGLI ESPATRIATI ITALIANI

IL PATRIMONIO (SPRECATO) <br />DEGLI ESPATRIATI ITALIANI


Twitter@BorzattaP

 

Milano, 15 mar. - Un elegante appartamento di un bell’edificio storico sul Su Zhou River, il ‘secondo’ fiume di Shanghai.

Un delizioso e lussureggiante brunch offerto da una mia vecchia amica.

In questo ambiente, ieri, ho avuto la fortuna di incontrare o di re-incontrare molti espatriati italiani in Cina.

Alcuni dei più giovani lavorano in aziende di successo, ma non italiane.

Molti dei meno giovani gestiscono le poche grandi aziende italiane significativamente presenti in Cina.

Molti li conosco da ‘una vita’. Infatti molti di loro hanno dedicato almeno un quarto di secolo alla Cina e alle aziende italiane in Cina.

Molti sono stati capaci di sviluppare bene le aziende loro affidate nonostante le innumerevoli carenze dei loro quartier generali e dell’intero Paese.

Nelle loro menti e nel loro comportamento si è accumulato tutto il know-how italiano per operare in Cina. Si tratta – nella mia personale valutazione - di un importantissimo know-how che nulla ha da invidiare al know-how accumulato dagli espatriati di altre nazioni occidentali che competono con noi sul mercato cinese.

Ma questo know-how è di gran lunga superiore all’effettiva penetrazione dell’Italia in Cina.

Per capire questa distonia bastava ascoltare alcuni dei loro discorsi ieri o quelli che ci siamo sempre fatti negli ultimi venticinque anni. Alle loro spalle spesso c’è un’azienda che crede poco nella Cina, che non fa alcuno sforzo per capire un mondo così diverso, che continua a essere presente in Cina perché capisce che non può ignorarla, ma allo stesso tempo non vuole credere che bisogna cambiare molto, molto e ancora molto per essere di successo in Cina. E che occorre cambiare anche nel quartier generale in Italia!

E alle spalle di queste aziende, peraltro poche perché la maggioranza delle altre si accontenta di un po’ di esportazioni verso la Cina, non c’è il Paese, il ‘sistema Paese’ come si usa dire.

L’Italia non ha mai avuto una strategia unitaria e chiara per la Cina. Si è sempre barcamenata con azioni di corto periodo per permettere al Governo di turno di far vedere che qualche cosa si stava facendo. Mai ha avuto una visione di lungo periodo su quale ruolo avremmo voluto giocare su questo importante scacchiere. Mai ha avuto programmi di azioni di lungo periodo per affermarsi su questo mercato.

Questo significa anche che non solo abbiamo sprecato il patrimonio di conoscenza e di competenze accumulato dai nostri espatriati in Cina, ma anche quello della diplomazia. Negli anni abbiamo, infatti, mediamente schierato ambasciatori e funzionari competenti e volenterosi, ma che sono stati costretti a gestire l’emergenza e l’immediato. Mai chiamati a concorrere a un disegno di lungo termine. Semplicemente perché il disegno non c’era.

Questo sentivo dire ieri a questo brunch.

Questo penso oggi e ho sempre pensato negli ultimi trent’anni.

Ma ieri ho toccato con mano il patrimonio che abbiamo accumulato e che abbiamo per larga parte sprecato. Ricordando il capitale di immagine e le effettive competenze che l’Italia aveva quando – seconda nazione europea e prima degli Stati Uniti – ha riaperto le relazioni diplomatiche con la Cina dopo il Maoismo e la Rivoluzione Culturale e immaginando quello che avremmo potuto fare come aziende e come Paese, mi viene una tremenda malinconia guardando invece il poco (anche se spesso buono) che siamo stati capaci di fare.

Quale spreco. Che peccato. Che tristezza.

Il nuovo Governo sta – per fortuna e per la prima volta – dando segnali diversi. Speriamo che queste rondini facciano primavera.

IL VECCHIO VIZIO DEI GUELFI E DEI GHIBELLINI

IL VECCHIO VIZIO DEI GUELFI E DEI GHIBELLINI


Twitter@BorzattaP

Milano, 26 feb. - A seguito del mio ultimo post, su questo blog, “Il convitato di pietra nel duello Renzi vs Monti” ho ricevuto molti commenti da sconosciuti e anche da amici. Li ringrazio. Mi ha però stupito il tono di questi commenti perché moltissimi “constatavano” (alcuni approvando, altri meno) che “mi ero schierato a favore di Renzi”.

Ricordo che le righe finali del mio post erano queste:

“Renzi, a differenza di Monti, sembra averlo capito. Vuole riportare il vero dibattito politico, la vera politica alta – come si usa dire – all’interno del Consiglio, del Parlamento e della Commissione Europea. Era da decenni che questo non accadeva. L’ex Presidente Monti non ha mai dato segni di averlo capito e tantomeno di avere voglia e capacità di farlo. Speriamo che Renzi ne sia invece capace. Tanti auguri!”

Avevo anche lodato in precedenza l’operato di Monti che aveva salvato l’Italia dal baratro.

Notate che ho usato il verbo “sembra” per Renzi e ho chiuso il post dicendo “Speriamo…”.

Faccio fatica a capire come questo sia uno “schieramento”. Non parteggio nei fatti e nelle parole per nessuno dei due. Osservo e interpreto, con ovvia possibilità di essere in errore, che, dalle parole e dalle azioni di Monti a me note, mai mi è parso di percepire una visione e un programma che puntasse a riaprire un dibattito politico alto in Europa sul suo ruolo e sulla sua visione strategica di lungo periodo.

Renzi lo ha invece detto esplicitamente, ripetutamente, chiarissimamente e a (forse troppo) altissima voce. Questo è un fatto! Che lo faccia e sia poi capace di farlo … speriamo!

Bene: in Italia, memori dei guelfi e dei ghibellini, si tende immediatamente a considerare una persona schierata per l’uno o per l’altro. Una sana, laica e razionale posizione di osservazione indipendente non è creduta da molti.

Credo che questo sia un malanno grave della nostra cultura del quale dovremmo cercare di curarci. Speriamo…

 

26 FEBBRAIO 2016

每日意大利

LE VIE DEL BUSINESS

Le vie del business
ABO About Oil
medi telegraph
Guida Monaci