I borghi in Giappone, come in Italia?

I borghi in Giappone, come in Italia?


02 mag. - Sono appena rientrato da un viaggio di lavoro in Giappone dove mi sono incontrato con diversi amministratori di città minori, e anche di villaggi ("mura"). Ne ho visitato qualcuno e ho visto che, come mi era stato anticipato, ci sono forti somiglianze tra la situazione italiana e quella giapponese. 

 

I piccoli borghi giapponesi

 

Nei borghi giapponesi la qualità della vita è migliore e meno cara rispetto alle grandi città; vi sono giardini attorno alle case, una gastronomia più sana, più attenzione ai prodotti tipici, la natura è più preservata e non c'è inquinamento.

 

Ciononostante molte delle attività tradizionali sono in piena crisi, e non parlo solo della coltivazione del riso, o del lavoro nei boschi, o di diverse forme di agricoltura; anche l'artigianato e tante piccole imprese, forse perché poco innovative, rendono poco e continuano ad essere abbandonate.

 

Ho visto anche più di una località vocata al turismo termale, in crisi. Questa situazione continua a generare una forte emigrazione verso le grandi città e verso Tokyo in particolare. Il risultato è che la popolazione nei borghi è sempre più anziana, ed è verso di loro che si vanno specializzando proposte e servizi.

 

Case vuote e piccoli negozi in crisi, seconde case utilizzate pochi giorni l'anno che creano un effetto periferia, diversi alberghi in difficoltà, centri storici poco vivaci, tutto questo convive con situazioni paesaggistiche e ambientali bellissime e di fascino, dove ristoranti di qualità, e personale gentile e accogliente riescono a fare la differenza. Insomma un mix che ci è familiare.

 

Da quanto ho potuto vedere, sopravvivono meglio le produzioni e le attività fortemente identitarie, come molti alberghi tradizionali ("Ryokan"), case del tè, ristoranti di comunità e piccoli musei espressione del territorio.

 

I giovani sognano i piccoli centri ma restano in città

 

Non mi pare che la riduzione dei comuni in Giappone, che li ha portati da oltre 3mila a meno di 2mila - qualcosa cioè che si cerca di fare anche nel nostro Paese - abbia cambiato lo scenario.

 

Come in Italia ho riscontrato un certro ritardo, e forse anche impreparazione a fare del turismo una nuova leva di sviluppo e una fonte di reddito. Così laddove lo scenario si presenta migliore si assiste ad un rischio di turisticizzazione e di folklorizzazione, cioè di perdita di autenticità.

 

A proposito di questo mi è parsa molto interessante la pubblicazione di un report per il quale una quota elevata di giovani giapponesi sarebbe interessata a tornare a vivere nei piccoli centri. Come si vede dalla tabella si tratta di una percentuale vicina al 50% nella fascia di età dai 20 ai 39 anni.

 

Resta il fatto che il desiderio di tornare non diventa realtà, e i giovani restano a vivere in città, dove la vita costa di più, dove ci sono i problemi che sappiamo, ma ci sono anche più servizi e più opportunità.

 

Giancarlo Dall'Ara
www.italychinafriendly.com

 

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