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Mobike, la nuova icona della Cina che cambia

Mobike, la nuova icona della Cina che cambia<br /><br />


Milano, 06 giu. - Se dovessi sintetizzare oggi, con una sola immagine, la Cina che cambia, userei quella di Mobike, o di OFO, cioè una immagine di bici condivise; biciclette che a differenze di quelle del secolo scorso, si usano grazie ad una App, che stanno attirando grandi investimenti, e hanno generato un indotto economico enorme, con relativa esplosione di concorrenti. I segreti di questo successo sono nell'uso del QR code, con una modalità che da noi si fatica a vedere, e nell'integrazione con giganti come Didi (l'Uber cinese) We Chat, Alipay o Ctrip, leader del turismo online, e soprattutto in team di giovani con la voglia di innovare  con un occhio all'ambiente.

 

Sono trascorsi solo un paio di mesi da quando ho scritto un articolo su Mobike, la App più "cool"; il tempo di tornare in Cina e di rendermi conto che l'esplosione di App per il bike sharing continua, e i modelli sono ormai tantissimi, e diversissimi tra loro per prestazioni e prezzi, e grazie a loro il panorama urbano delle città principali è cambiato. Sono almeno una cinquantina le città nelle quali si possono trovare bici dappertutto. Francamente non credevo ad un successo di queste proporzioni.

 

I numeri sono giganteschi, come sempre in Cina. Si stima che il mercato del bike sharing possa arrivare a oltre 200 milioni di utilizzatori in questo 2017. E Mobike, dopo appena un anno dalla sua integrazione con We Chat, ha registrato 24 milioni di nuovi utilizzatori. La stessa nuova campagna pubblicitaria di Airbnb in Cina è stata condizionata da questo successo, e nel visual, in bella mostra ci sono proprio le biciclette, a dimostrazione del fatto che il trend non riguarda solo la mobilità, ma lo stile di vita dei cinesi. La conquista di altri Paesi da parte dei nuovi player, che hanno nomi da noi ancora poco conosciuti (Hellobike, Youonbike, Bluegogo...), sta per cominciare?

 

Giancarlo Dall'Ara
www.italychinafriendly.com

 

@Riproduzione riservata

I borghi in Giappone, come in Italia?

I borghi in Giappone, come in Italia?


02 mag. - Sono appena rientrato da un viaggio di lavoro in Giappone dove mi sono incontrato con diversi amministratori di città minori, e anche di villaggi ("mura"). Ne ho visitato qualcuno e ho visto che, come mi era stato anticipato, ci sono forti somiglianze tra la situazione italiana e quella giapponese. 

 

I piccoli borghi giapponesi

 

Nei borghi giapponesi la qualità della vita è migliore e meno cara rispetto alle grandi città; vi sono giardini attorno alle case, una gastronomia più sana, più attenzione ai prodotti tipici, la natura è più preservata e non c'è inquinamento.

 

Ciononostante molte delle attività tradizionali sono in piena crisi, e non parlo solo della coltivazione del riso, o del lavoro nei boschi, o di diverse forme di agricoltura; anche l'artigianato e tante piccole imprese, forse perché poco innovative, rendono poco e continuano ad essere abbandonate.

 

Ho visto anche più di una località vocata al turismo termale, in crisi. Questa situazione continua a generare una forte emigrazione verso le grandi città e verso Tokyo in particolare. Il risultato è che la popolazione nei borghi è sempre più anziana, ed è verso di loro che si vanno specializzando proposte e servizi.

 

Case vuote e piccoli negozi in crisi, seconde case utilizzate pochi giorni l'anno che creano un effetto periferia, diversi alberghi in difficoltà, centri storici poco vivaci, tutto questo convive con situazioni paesaggistiche e ambientali bellissime e di fascino, dove ristoranti di qualità, e personale gentile e accogliente riescono a fare la differenza. Insomma un mix che ci è familiare.

 

Da quanto ho potuto vedere, sopravvivono meglio le produzioni e le attività fortemente identitarie, come molti alberghi tradizionali ("Ryokan"), case del tè, ristoranti di comunità e piccoli musei espressione del territorio.

 

I giovani sognano i piccoli centri ma restano in città

 

Non mi pare che la riduzione dei comuni in Giappone, che li ha portati da oltre 3mila a meno di 2mila - qualcosa cioè che si cerca di fare anche nel nostro Paese - abbia cambiato lo scenario.

 

Come in Italia ho riscontrato un certro ritardo, e forse anche impreparazione a fare del turismo una nuova leva di sviluppo e una fonte di reddito. Così laddove lo scenario si presenta migliore si assiste ad un rischio di turisticizzazione e di folklorizzazione, cioè di perdita di autenticità.

 

A proposito di questo mi è parsa molto interessante la pubblicazione di un report per il quale una quota elevata di giovani giapponesi sarebbe interessata a tornare a vivere nei piccoli centri. Come si vede dalla tabella si tratta di una percentuale vicina al 50% nella fascia di età dai 20 ai 39 anni.

 

Resta il fatto che il desiderio di tornare non diventa realtà, e i giovani restano a vivere in città, dove la vita costa di più, dove ci sono i problemi che sappiamo, ma ci sono anche più servizi e più opportunità.

 

Giancarlo Dall'Ara
www.italychinafriendly.com

 

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I giovani cinesi vogliono sposarsi all’estero

I giovani cinesi vogliono sposarsi all’estero


Milano, 03 apr. - I matrimoni dei cinesi all'estero continuano a registrare un forte aumento. Su questo tema ho scritto un post un paio di anni fa, ma se torno a parlarne è perché - oltre ai dati che segnalano ritmi di incremento stellari (+200%) - anche le previsioni sono di tutto rispetto, visto che secondo il numero uno del turismo cinese online, Ctrip, una percentuale attorno al 60% dei giovani cinesi desidera sposarsi all'estero.

 

I giovani preferiscono sposarsi all'estero perché questo li libera dai formalismi delle nozze tradizionali, riduce il costo dell'evento e li libera anche dalla presenza di invitati non troppo desiderati, si legge su un articolo dedicato a questo fenomeno dal quotidiano Jing Daily.

 

Ma naturalmente sposarsi a Bali, a Santorini, o in Italia (a Venezia, Roma, Firenze, Milano, nella costiera amalfitana, o nelle città d'arte famose, o nei piccoli borghi…), aggiunge anche prestigio agli sposi, e permette loro di fare una esperienza "esotica", sull'esempio di tante star famose, o di film e serial tv, che hanno reso popolari i matrimoni in Nuova Zelanda, Maldive, Hawaii o in Europa.


L'Italia è storicamente percepita come una destinazione romantica. Castelli, palazzi storici, spiagge e alberghi da sogno, sono molto richiesti dalle 10 milioni di coppie cinesi che ogni anno convolano a nozze. E il business oggi si è allargato, e non riguarda solo i matrimoni e i viaggi di nozze, ma anche i fidanzamenti e le riconferme matrimoniali, o i Festival nuziali, eventi cioè che si sviluppano su diverse giornate a tema, come quelli organizzati a Sanya, nell'isola di Hainan.

 

Giancarlo Dall'Ara
www.italychinafriendly.com

 

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