FIABE CINESI, SOGNI STRANIERI

FIABE CINESI, SOGNI STRANIERI<br />


di Claudia Astarita

Melbourne, 6 sett.- Cosa leggono i bambini cinesi? A scuola lo sappiamo, perché indipendentemente dal fatto che si faccia riferimento a scuole elementari, medie, superiori o università, capita spesso di leggere che il Governo, o, per la precisione, il Dipartimento che al suo interno si occupa di propaganda, sia contestato in maniera più o meno diretta per aver proposto "testi di riferimento" per le varie classi.
 
E all'asilo i cinesi cosa leggono? Beh, autonomamente proprio niente, ma come tutti i bambini del mondo amano le favole.  Il mercato editoriale per i piccolini è quello che cresce di più nella Repubblica popolare: tra il 2011 e il 2012 ha visto il suo giro d'affari aumentare del 35%, sfiorando il valore complessivo di cinque miliardi di dollari. Eppure, se da un lato la propensione all'acquisto dei libri per bambini è cresciuta in maniera esponenziale, con il 70% dei genitori che compra almeno un nuovo testo al mese, sorprende il fatto che più del 90% dei titoli sia importato dall'estero.

Il motivo? La maggior parte dei genitori è convinta che ciò che si legge da piccoli influenzi profondamente la personalità che questi ragazzini andranno poi a sviluppare. Quindi, ritenendo che le fiabe Made in China non siano in grado di trasmettere i valori, i sentimenti, e gli stimoli più adatti a plasmare i loro bambini, preferiscono rimpiazzarle con racconti non necessariamente occidentali, ma assolutamente non cinesi!

 

Per capire per quale motivo così tanti genitori siano giunti a questa conclusione è sufficiente leggere una fiaba cinese, o anche solo una parte di essa, analizzandola alla luce di ciò che la Repubblica popolare è diventata. Per chi volesse cimentarsi in questa prova, ecco la traduzione di un racconto "perfetto".

"All'interno della famiglia delle papere si distingueva un rispettabile professore papera. Conosceva tantissime cose, tante quante l'acqua che può contenere il mare, e un giorno mamma papera decise di attraversare diverse montagne per portare i suoi figli a studiare dal professore papera.

All'inizio i paperotti erano molto timidi, ma il professore papera riuscì presto a conquistarli con la sua simpatia e la sua gentilezza. Mamma papera chiese al professore papera di insegnare ai suoi figli le regole di comportamento che avrebbero dovuto seguire per crescere "bene", e il professore papera si  impegnò a farlo a patto che i piccolini si studiassero con lui tutti i martedì.

Una mattina come le altre, i paperotti vennero accompagnati da mamma papera a casa del professore papera. Uno di loro si fermò lungo il tragitto per osservare una lumaca, rimase indietro, e fu per questo duramente rimproverato da mamma papera.

Quello stesso giorno il professore papera decise di raccontare ai piccolini la storia di un piccolo cigno nato e cresciuto in una famiglia di papere. Trattato male perché "diverso", mise a tacere critiche e commenti acidi di fratelli e genitori solo quando la sua trasformazione in cigno fu completa.
 
Questa fiaba piacque talmente tanto ai paperotti e alla loro mamma che continuarono a discuterne a lungo sulla via del ritorno. Senza accorgersi che uno di loro, il paperino più brutto, era rimasto in silenzio per tutto il tempo.

Quando mamma papera se ne rese conto gli si avvicinò chiedendogli cosa fosse successo. Ebbene, il paperino brutto si era convinto di essere un cigno. Insoddisfatto dalle rassicurazioni di mamma papera, il piccolo paperotto scappò di casa, andò a vivere lungo un fiume, iniziò a mangiare solo pesce, a dormire sull'erba, rimanendo in attesa di trasformarsi in un "vero" cigno.

Eppure, quel giorno non arrivò mai, e il paperotto a un certo punto si stancò. Una mattina si addormentò guardando il sole, e non si accorse quando una donna grassa si avvicinò a lui, lo prese per il collo e se lo portò a casa. Dove lo uccise per trasformarlo in una deliziosa pietanza.

Morale: meglio non avere sogni, perché qualcuno più potente di noi potrebbe calpestarli o distruggerli. Meglio evitar di assecondare la propria personalità perché potrebbe portarci ad avere problemi che mai avremmo potuto immaginare. Conviene allinearsi al pensiero collettivo, meglio se inculcato da un "grande" professore.


E' interessante che nonostante siano perfettamente consapevoli che viaggiare controcorrente nella Repubblica popolare sia pericoloso, i genitori cinesi di oggi stiano cercando di aiutare i loro figli a capire che cosa significhi essere liberi e padroni di se stessi. Anche leggendo fiabe straniere.

 

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LA CINA, LO SPORT E L'ECONOMIA DI MERCATO

LA CINA, LO SPORT E L ECONOMIA DI MERCATO


Roma, 09 ago. - Nella Repubblica popolare lo sport è molto importante. Lo dimostra la corsa alle medaglie d’oro che si verifica ogni volta che si avvicina un’Olimpiade o un’altra competizione sportiva particolarmente prestigiosa. In più di un’occasione gli allenatori cinesi sono stati criticati (dall’estero) per aver costretto le loro pupille ad allenarsi sfidando costantemente i propri limiti, a sopportare sacrifici che in qualsiasi altra nazione sarebbero intollerabili, e a condurre una vita segregata all’interno dei “campus per gli sportivi”, vale a dire le scuole “specializzate” in cui vengono seguiti in questa frenetica corsa all’oro.

 

Per la Cina ogni medaglia d’oro è fonte di prestigio e profonda soddisfazione, indipendentemente dalla disciplina in cui viene conquistata. Questo perché un cinese che sale su un podio è un pezzo di Cina che trionfa meritando l’ammirazione di tutto il mondo. Un altro modo per permettere alla Repubblica popolare di farsi riconoscere come grande potenza. Ed è proprio per aiutare il paese a raggiungere traguardi tanto ambiziosi che i genitori hanno sempre accettato, e addirittura spronato i figli a entrare nelle scuole sportive disseminate un po’ in tutto il paese per specializzarsi nella disciplina in cui sono più portati.

 

C’è chi pensa che l’avventura sportiva per i futuri campioni cinesi inizi a quattro anni, quando possono “finalmente” essere ammessi nelle palestre dove, entro i trentasei mesi successivi, dovranno dimostrare di avere la stoffa per diventare dei numeri uno di livello internazionale. Pochi sanno, però, che questo modello di reclutamento è molto moderno. In passato i “talent scout” giravano in lungo e in largo nelle campagne della Cina per scovare piccoli campioni e portarli in città ad allenarsi. Con la massima soddisfazione dei genitori che ottenevano due importanti risultati in un colpo solo: si liberavano della spesa legata al mantenimento del figlio, garantendogli contemporaneamente un avvenire migliore. Pieno di gloria e successo negli anni delle competizioni, di stima e rispetto per quelli successivi. Fino a qualche anno fa, infatti, il 90% degli atleti che smetteva di gareggiare veniva assunto come allenatore, dirigente, o funzionario sportivo.

 

Oggi tutto questo non esiste più. Per alcuni la colpa è dell’economia di mercato, per altri del materialismo che ha plasmato in maniera così profonda la società e la mentalità cinese. E in realtà questi due aspetti si sono rafforzati l’uno con l’altro. Da quando la Cina ha cominciato a vincere, la popolazione si è convinta che gli atleti vadano rispettati solo se in grado di portare a casa una medaglia d’oro che dia lustro al paese. Del resto, il loro “lavoro” è quello. Allo stesso tempo, da quando il “futuro migliore” viene garantito molto meglio dall’istruzione e da un impiego in fabbrica, molti genitori hanno iniziato a dubitare dell’opportunità di iscrivere i figli nelle scuole sportive. Non solo perché già da qualche anno quando un campione “smette di giocare” fatica a trovare lavoro. Ma anche perché il peso emotivo di una sconfitta è diventato impossibile da sopportare: gli atleti che per una scivolata, un’imprecisione, o qualsiasi altro motivo vengono inondati di messaggi offensivi, spesso volgari, difficilmente riescono a ritrovare la forza per scendere in pista. E visto che nessuno può rimanere un campione per sempre, sono tanti gli atleti che pensano che l’energia investita negli allenamenti può dare più vantaggi se investita altrove.   

 

Quindi insomma, fare gli sportivi non conviene più. Se ne sono accorti un po’ tutti, e così nessuno (o quasi) si iscrive alle scuole sportive, i campioni sono sempre di meno, e il governo non si rende conto che se non interverrà per frenare questa emorragia di future medaglie d’oro potrebbe ritrovarsi, tra qualche anno, a non sapere come giustificare il declassamento della Repubblica popolare nel medagliere olimpico. Forse, però, il Partito ha già in mente altro. Fino a qualche tempo fa tutti conoscevano la storia di Xu Haifeng, che vince per la Cina il primo oro olimpico (pistola libera) a Los Angeles, nel 1984. Del resto, la propaganda ufficiale ha sempre sostenuto che “con il suo ultimo colpo di pistola, Xu Haifeng non solo ha vinto la prima medaglia d'oro olimpica per la Cina, ma ha anche annunciato al mondo intero che un forte concorrente è stato aggiunto l'arena dei Giochi Olimpici”.

 

Ebbene, all’improvviso anche il grande Xu Haifeng è scomparso dai libri delle elementari. Possibile che per la Repubblica popolare lo sport non conti più nulla? Lo capiremo fra tre anni, quando si concluderanno i Giochi di Brasile 2016 e arriveranno le prime reazioni a un eventuale débâcle orientale.

DOCUMENTO NUMERO NOVE

DOCUMENTO NUMERO NOVE


Roma, 17 lug. - Cosa c'è scritto nel "Documento numero nove"? E, soprattutto, chi lo ha scritto e chi lo ha reso pubblico, anche se solo in parte? In Cina vorrebbero saperlo in tanti, perché secondo alcune indiscrezioni in questa circolare il Partito comunista cinese avrebbe inserito una serie di considerazioni su quali aspetti del "pensiero liberale" di matrice occidentale rappresentino una minaccia concreta per la Repubblica popolare cinese.

 

"Documento numero nove" non è l'unico modo con cui i politici cinesi fanno riferimento a questa circolare.  Ce n'è infatti un altro ben più esplicito, e preoccupante, vale a dire "rapporto sull'attuale situazione ideologica". E sono tanti gli analisti che si aspettano che queste carte facciano un po' di chiarezza sul vero punto di vista del Presidente Xi Jinping in merito alle riforme. Perché se è vero che sul piano economico il Partito sembra essere disposto a sacrificare alcuni interessi e a costringere una fetta della popolazione a fare sacrifici pur di riuscire a ottenere qualche risultato concreto, su quello politico e sociale sembra essere intenzionato a procedere nella direzione opposta.

 

Va ricordato che non è certo la prima volta che la Cina si lancia in una coraggiosa apertura economica che stride con la chiusura politica cui il Partito non è mai riuscito a rinunciare, anche se dai ricambi al vertice del Terzo Millennio, per quanto pianificati a tavolino dai padri fondatori della Cina comunista, i liberali (e non solo) si sono sempre aspettati qualcosa di più, convinti che anche una piccola crepa avrebbe potuto essere letta come un positivo segnale di cambiamento.Eppure, non è successo con Hu Jintao ed è ancora meno probabile che capiti con Xi Jinping. E i contenuti del "Documento numero nove" sembrano confermarlo.

 

Questa circolare racchiude una serie di appunti su commenti e direttive esplicitate nelle riunioni segrete tra i capi di partito a livello nazionale e provinciale. Basta tradurli per capire che la Cina continua a essere spaventata dalla "minaccia liberale che arriva dall'Occidente". In una riunione organizzata nello Hunan, ad esempio,  è stato detto che in una congiuntura "complicata e variabile" come quella attuale, la battaglia ideologica si è fatta "complicata, intensa e violenta". Al punto che qualsiasi riferimento alla "democrazia costituzionale occidentale", alla "tutela della società civile", al sostegno del "neo-liberalismo" e dei "parametri dell'informazione occidentale" vanno considerati come "minacce pericolose e malvagie".

 

Nel corso di un'altra riunione ai presenti è stata ribadita l'importanza di rispettare i "tre grandi divieti": non esprimere mai in pubblico opinioni non perfettamente allineate alla linea di partito, non diffondere pettegolezzi legati alla politica, e non fare considerazioni che possano in qualche modo danneggiare l'immagine del Partito. In un'altra ancora sono state spiegate le strategie utilizzate dall'Occidente per minare la stabilità politica della Cina, fomentando la confusione ideologica all'interno della nazione.

 

Se Xi Jinping la pensa veramente in questo modo sarà ancora più difficile aspettarsi da lui riforme politiche e sociali. Eppure, il semplice fatto che questi documenti segreti siano stati in qualche modo trafugati lascia pensare che ci siano alcune componenti del Partito interessate a far apparire il Presidente cinese molto più conservatore di quanto realmente sia. O magari, perché in Cina tutto è possibile, è stato Xi Jinping in persona ad autorizzare la fuga di notizie per far capire ai cinesi e al resto del mondo di non aspettarsi troppo. Una consapevolezza che, tuttavia, non gli toglie l'opportunità di cambiare idea, e di trasformarsi in un eroe proprio per questo. Ricordiamoci che il numero nove si pronuncia in maniera molto simile all'ideogramma che rappresenta la longevità, dettaglio che dovrebbe bastare per convincerci  che, nonostante tutto, il "Documento numero nove" nasconda qualcosa di buono.

 

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