DISPUTE: CINA, VIETNAM E GLI ALTRI;
E SE L’ARBITRO FOSSE L’EUROPA?

DISPUTE: CINA, VIETNAM E GLI ALTRI;<br />
E SE L’ARBITRO FOSSE L’EUROPA?


Melbourne, 12 mag. - Questo fine settimana decine di attivisti vietnamiti sono scesi in piazza per ricordare “il 40esimo anniversario dell’occupazione cinese delle isole Paracelso”. Una triste ricorrenza che, guarda caso, cade proprio a pochi giorni di distanza dall’ennesimo scontro tra Cina e Vietnam in prossimità di questo apparentemente insignificante arcipelago di scogli nel Mare cinese meridionale. Secondo quanto dichiarato dal governo di Hanoi, una ventina di motovedette vietnamite si sarebbero confrontate, in un mix di cannonate d’acqua e speronamenti, con un’ottantina di unità navali cinesi. Naturalmente, secondo i cinesi sarebbero i vietnamiti a non permettere alle navi della Repubblica popolare di portare avanti il loro lavoro nella piattaforma petrolifera di competenza cinese.

 

Come è ormai noto a tutti i conflitti territoriali nel Mare cinese meridionale non sono ancora stati risolti per due ordini di problemi: l’atavica riluttanza delle potenze asiatiche a rinunciare alla propria sovranità su un determinato territorio, e l’abbondanza di risorse che, secondo molti esperti, caratterizzerebbe i fondali dell’arcipelago conteso.
Paesi che per natura non accetterebbero mai, per motivi di faccia e credibilità nazionale e regionale, più che internazionale, di cedere anche solo un centimetro di quello che reclamano come territorio nazionale si trovano quindi nella condizione di dover non solo mantenere i loro millantati possedimenti, ma anche, se possibile, di estenderli se certi di poter ricavare da un pezzetto di roccia fiumi di petrolio in più. Soprattutto in una fase storica in cui crescita e sviluppo sono coì tanto dipendenti dalla sicurezza energetica.

 

Eppure, in questo come in tanti altri casi, la guerra non conviene a nessuno. Quindi? Cosa si può fare per evitare che una cannonata (ad acqua) più potente del solito non degeneri in un vero e proprio conflitto di impossibile soluzione?
Per affrontare con un minimo di realismo i nodi delle dispute marittime e territoriali asiatiche è sempre bene togliere il cappello “accademico” spesso troppo idealista e indossare quello dei decisori politici, possibilmente asiatici, perché se mai si arriverà a un compromesso su questi territori, quest’ultimo si fonderà certamente su presupposti orientali più che occidentali. Una soluzione all’occidentale come quella recentemente proposta da Joseph Nye e Kevin Rudd di trasformare tutti questi isolotti in “riserve ecologiche marittime”, impedendo quindi a chiunque di abitarci o di esplorarne i fondali, non potrà mai essere accettata. Se sotto le Paracelso c’è il petrolio, nessun paese asiatico sarà mai disposto a rinunciare alla sua estrazione. Allo stesso tempo, a causa della scarsa fiducia che notoriamente caratterizza i rapporti tra le diverse potenze orientali, nessun paese potrebbe mai sentirsi sicuro che dopo la creazione di una nuova “riserva ecologica marittima” qualcuno decida di invaderla per conquistarla.

 

Al momento trovare una soluzione accettabile e quindi condivisibile per le varie controversie territoriali dell’Asia è impossibile. Tuttavia, dando per scontato che nessun paese vuole la guerra, potrebbe essere utile studiare un sistema che possa favorire il dialogo tra le parti interessate. Ad esempio, nel caso delle Paracelso, una struttura simile a quella dei Six Party Talks che coinvolga sia Cina e Vietnam sia potenze che non hanno nessun tipo di interesse sul territorio in questione, salvo quello di evitare un’escalation militare relativamente allo stesso, potrebbe, nel lungo periodo, favorire la pace, se non il compromesso. Quello che ci vorrebbe, in realtà, è una mediazione da parte di una potenza senza alleanze o forti interessi in gioco in Asia, ma comunque ivi rispettata. Gli Stati Uniti questo ruolo non lo possono più giocare, perché il loro Pivot li rende inevitabilmente parziali. Che sia quindi questa l’occasione giusta per l’Europa per iniziare a contare di più in Asia? Se mettendo in conto anni di dialoghi e confronti apparentemente inutili Bruxelles riuscisse a convincere Vietnam e Cina che dall’esplorazione congiunta dei fondali delle Paracelso potrebbero guadagnare entrambe, soprattutto ripartendo il potenziale bottino tra loro prima di iniziare l’attività di estrazione, ci guadagnerebbero in tanti, e Pechino e Hanoi ben più di chiunque.

 

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TUTTA COLPA DEGLI UIGHURI
Logiche e strategie di Pechino

TUTTA COLPA DEGLI UIGHURI<br />
Logiche e strategie di Pechino


Melbourne, 06 mag. - Ormai qualsiasi incidente, problema o stranezza che si verifica in Cina viene più o meno direttamente attribuita agli Uiguri dello Xinjiang. Sono diventati loro il principale bersaglio delle autorità di Pechino, che cerca di monitorarne ogni movimento all’interno e all’esterno dei confini nazionali.

 

Questa mattina si è verificato un nuovo attacco a una stazione cinese provocando almeno sei i feriti in un attentato condotto intorno alle 11.30  da persone armate di coltelli alla stazione di Canton, capoluogo della provincia sud-orientale cinese del Guangdong. Poco meno di una settimana una bomba è esplosa nella stazione ferroviaria di Urumqi, il capoluogo dello Xinjiang. Almeno una persona ha perso la vita e altre 79 sono rimaste ferite. Il 18 aprile, un gruppi di dieci uiguri è stato catturato al confine col Vietnam e rimpatriato. Alcuni di loro sono morti in uno scontro a fuoco con la polizia di confine. Anche la scomparsa del volo MH370 della Malaysia Airlines è stata attribuita a un commando di terroristi uiguri, e invece sono passate settimane dall’incidente e non abbiamo ancora scoperto nulla su ciò che è realmente successo a quell’aereo. A marzo un altro attentato ha provocato la morte di 29 persone e ne ha ferite 130. Anche in questo caso è stata presa d’assalto una stazione ferroviaria, quella di Kunming, nello Yunnan. Lo scorso ottobre, infine, un Suv si è schiantato  contro le barriere di piazza Tian’anmen travolgendo 40 passanti, con un bilancio di cinque vittime, attentatori (uiguri) inclusi.

 

Escludendo il caso del volo MH370 che per mancanza di prove reali resta ancora oggi troppo difficile da classificare, c’è qualcosa che accomuna tutti questi attentati? La risposta più immediata dovrebbe essere quella della condanna nei confronti della politica di assimilazione forzata cui Pechino ha sottoposto lo Xinjiang sin dai primi anni ’50. Eppure, le dinamiche degli attentati più recenti e i luoghi in cui sono stati messi a segno dovrebbero farci riflettere non tanto sui risultati (in termini di violenza, esasperazione ed odio) che il Partito ha ottenuto con questa “cinesizzazione di massa”, quanto sul modo in cui quest’ultima è riuscita a uccidere dall’interno le forze della resistenza islamica.
Se è realistico immaginare che l’attentato alla stazione di Urumqi sia stato pensato per condannare la visita ufficiale del Presidente cinese Xi Jinping che si era appena conclusa nella regione, che senso ha avuto scegliere come bersaglio una delle sue stazioni principali, tra l’altro anche in un momento in cui avrebbe potuto essere particolarmente affollata perché alla vigilia delle festività del Primo maggio? Parlando in termini di efficacia dell’attentato, non sarebbe stato meglio organizzarlo prima dell’arrivo del Presidente, nella speranza che data la situazione rinunciasse al suo viaggio? E non sarebbe stato meglio scegliere un obiettivo diverso? Perché non è certo uccidendo gli uiguri che i separatisti dello Xinjiang potranno riuscire a dare forza e credibilità alle loro istanze.

 

A dire la verità, in questo modo gli attivisti dello Xinjiang rischiano di sostenere il loro peggior nemico, Pechino. Questo perché qualora la popolazione iniziasse a percepirli come troppo pericolosi per salvaguardare non solo i loro diritti, ma anche le vite delle loro famiglie, potrebbero finire con l’essere costretti a individuare il Partito comunista cinese come “il male minore”, accettandone quindi una protezione che si trasformerebbe in tempi rapidissimi in controllo assoluto.

 

Meno di un paio di mesi fa avevamo giudicato la brutalità delle coltellate che hanno sconvolto Kunming come la prova lampante del fallimento della strategia cinese anti-minoranze. Una strategia che sembrava aver reso terribilmente violento un popolo le cui istanze di autonomia, politiche, economiche e culturali che fossero, non sono mai state prese in considerazione da nessuno. E se invece il rifiuto di qualunque tipo di compromesso sia stato pianificato da Pechino sin dal primo momento proprio come strategia in grado di portare all’esasperazione i movimenti di resistenza? Se, nella consapevolezza che l’eventuale escalation di violenza nella regione avrebbe inevitabilmente costretto la fetta di popolazione più moderata a cambiare l’ordine delle proprie priorità, mettendo la sicurezza, e non più l’autonomia, al primo posto, Pechino avesse volontariamente creato le condizioni per essere identificata come unico vero garante della stabilità nella regione? E’ difficile capire davvero se dietro le evoluzioni di quest’ultimo periodo ci sia una strategia. Tuttavia, dopo l’ennesimo attentato nello Xinjiang, è impossibile negare che Pechino si trovi di nuovo in una posizione di vantaggio.

 

06 maggio 2014

 

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OBAMA, IL “PIVOT IN ASIA” RIPARTE DA TOKYO;
ABE CI RIPENSA, ‘SOLO’ UN ALBERO A YASUKUNI

OBAMA, IL “PIVOT IN ASIA” RIPARTE DA TOKYO;<br />
ABE CI RIPENSA, ‘SOLO’ UN ALBERO A YASUKUNI



Melbourne, 24 apr. - Per quale motivo una delegazione di 150 funzionari pubblici nipponici ha deciso di organizzare una “gita” al santuario di Yasukuni a Tokyo a poche ore dall’arrivo del Presidente americano in Giappone? E perché, dopo aver saggiamente annunciato che non si sarebbe unito al gruppo, il Primo Ministro Shinzo Abe ha comunque deciso di “essere presente” facendovi recapitare un albero sacro?
Un paio di premesse: il santuario Yasukuni non è un “normale” santuario. Perché oltre a ospitare 2,5 milioni di caduti giapponesi, è il luogo in cui sono stati sepolti quattordici ufficiali giustiziati come criminali di guerra dopo il secondo conflitto mondiale, dettaglio che lo ha trasformato nel simbolo del militarismo nipponico, per Tokyo ma anche per Pechino o Seul. Ecco quindi che le continue visite di funzionari di altro grado a Yasukuni sembrano giustificare una necessità tutta giapponese di dimostrare di essere ancora una grande potenza nazionalista, senza alcun tipo di sfumatura religiosa.

 

Sono anni che le visite a Yasukuni creano tensioni nella regione, e in questo caso coincidenza ha voluto che tra l’apertura della Festa della primavera nel tempio shintoista e l’arrivo a Tokyo di Barack Obama ci fossero poche di scarto. Eppure, sarebbe stato peggio se i due eventi si fossero concentrati nello stesso giorno. Anche se l’assenza di Abe lascia intuire che, se questa sfortunata sovrapposizione si fosse verificata, il protocollo avrebbe comunque evitato di organizzare una visita così delicata. Perché un conto è se da Yasukuni arriva un selfie di Justien Bieber “capitato lì per caso”, un conto se si organizza un tour ufficiale per il Presidente degli Stati Uniti.

 

Tornando alla delegazione di funzionari giapponesi, anche se il governo sostiene da sempre che “i cittadini sono liberi di professare la propria fede dove e come credono”, quindi anche a Yasukuni, è un dato di fatto che le visite al santuario siano uno dei tanti modi con cui la maggioranza riesce a tenere a bada le critiche dei conservatori e, allo stesso tempo, a sostenere le posizioni nazionaliste all’interno del paese. Questo però non significa che il Governo non sia consapevole di quanto rischioso questo atteggiamento possa essere sul piano internazionale.

 

Ecco perché Abe, a ridosso dell’incontro con Obama, ha inviato “solo” un albero. Del resto, quando a Yasukuni c’è stato di persona, a dicembre, lo hanno criticato tutti, Stati Uniti inclusi. Valeva la pena indispettire Washington proprio quando Tokyo ha bisogno del suo appoggio per tenere testa alle pretese cinese a livello di dispute territoriali e non solo? Certamente no, quindi la fitta delegazione (di profilo medio e medio basso), aiuta a salvare la faccia con i numeri e allo stesso tempo a contenere le polemiche. Un risultato perfetto, soprattutto quando c’è di mezzo questo controverso santuario.

 

Per quale motivo, quindi, l’incontro tra Abe e Obama era così importante da rendere necessario evitare qualsiasi interferenza? Anzitutto, come ai vecchi tempi, questo viaggio di Obama in Asia è iniziato dal Giappone e non da una potenza minore del Sudest asiatico. Il che significa che, oggi più che mai, anche gli Stati Uniti sono interessati a recuperare il proprio rapporto con il loro storico alleato d’Oriente, al punto da “impegnarsi a sostenere Tokyo nelle dispute territoriali con la Cina, perché esistono trattati internazionali che confermano che la sovranità nipponica sulle isole in questione”. Una dichiarazione importante, soprattutto perché rafforzata sia dai riferimenti espliciti alle Isole Senkaku (e non Diaoyu!) e all’articolo cinque del trattato di sicurezza firmato da Stati Uniti e Giappone che le include, sia dall’enfasi posta sulla necessità di evitare che l’escalation di tensioni che sta mettendo a soqquadro la regione continui. 

 

Per i giapponesi, conservatori inclusi, si tratta di un risultato straordinario. Per consolidare il quale, forse, sarebbero persino disposti a mettere da parte il teatrino di Yasukuni. Obama, invece, a che gioco sta giocando? Beh, se da un lato ha indispettito la Cina, dall’altro, forse, ribadendo il proprio sostegno al Giappone, riuscirà ad evitare che sia quest’ultimo a provocare la scintilla che rischia di innescare una nuova guerra nel Pacifico. Dall’altro, però, ha messo Tokyo con le spalle al muro per quel che riguarda il proprio sostegno alla Trans Pacific Partnership. Che grazie alla pedina nipponica farà entrare in una nuova fase il suo ambizioso “Pivot to Asia”.

 

24 aprile 2014

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